Pollock e Rothko, fragili giganti

Complementari nello stile e accomunati dalla disperazione del vivere, ma contrapposti temperamenti

Guglielmo Gigliotti |

Jackson Pollock e Mark Rothko sono i «due giganti della pittura del Novecento», i «dioscuri che sono stati capaci di ribaltare l’asse terrestre dell’arte del loro tempo», cui l’artista e giornalista Gregorio Botta dedica uno studio che ne evidenzia grandezze, senza nasconderne sconcertanti fragilità. Complementari nello stile (Pollock gestuale, in fuga dal vuoto, romantico; Rothko contemplativo, innamorato del silenzio, classico), sono accomunati dalla disperazione del vivere e dall’alcolismo: anche questo persegue però i contrapposti temperamenti, essendo l’ubriacatura di Pollock violenta, rissosa, devastante, mentre quella di Rothko metodica, calcolata, implosiva.

Rothko è riflessivo, colto, affabulatore; Pollock autodistruttivo, timido da sobrio e arrogante da ebbro, picchia la moglie che adora, orina in pubblico nella casa di Peggy Guggenheim che gli ha dato la gloria. Rothko si suiciderà nel 1970 tagliandosi le vene nello studio, Pollock lo anticipa nel 1956, guidando la macchina come un demonio ubriaco che cerca la morte e la trova nell’urto con un albero.

Ma Pollock libererà la pittura nella pura gestualità del dripping, la danza attorno alla tela disposta al suolo, l’entrata nel dipinto; Rothko dipinge, come dice lui, miracoli apparizioni liquide e luminose di campi di colore che fluttuano, e dichiara: «La gente che piange davanti ai miei quadri sta avendo la stessa esperienza religiosa che io ho avuto quando li ho dipinti».

Rothko ama l’Italia, i viaggi lungo la Penisola sono per lui folgorazioni: davanti agli affreschi di Beato Angelico nelle celle del Convento di San Marco a Firenze, nel confronto con la pittura pompeiana («Provo profonda affinità con le pitture della Villa dei Misteri: lo stesso sentimento, le stesse ampie distese di colori cupi»), e nell’identificazione senza tempo con i colossi di Paestum: «Ho dipinto per tutta la vita templi greci e non lo sapevo». A guidarlo nei viaggi è a volte Toti Scialoja, vent’anni dopo illuminato docente in Accademia dello stesso Botta, che infatti gli dedica il libro, «figlio dei miei occhi», dice l’autore.

Pollock e Rothko. Il gesto e il respiro
di Gregorio Botta, 192 pp., ill., Einaudi, Torino 2020, € 15

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