Politica in mostra, realpolitik in fiera

Documenta è dura e pura, ma molti artisti che vi espongono erano anche ad Art Basel: i galleristi approfittano dell’«allineamento astrale» (e relativi «incroci») della quinquennale rassegna tedesca con la Biennale e Skulptur Projekte

Julia Michalska |  | Basilea

Art Basel e Documenta 14 sono, almeno sulla carta, all’opposto: una rappresenta il mercato dell’arte mentre l’altra preferisce evitarlo. La quinquennale rassegna di Kassel è finanziata in gran parte dai contribuenti tedeschi. In dettaglio, la mostra si avvale di un budget di 37 milioni di euro, di cui 14,5 provengono dalla città di Kassel e dallo Stato dell’Assia, 4,5 dal Governo Federale e il resto da sponsor e partner privati, bigliettazione e merchandising.

L’edizione di quest’anno in particolare, fortemente politica, sembrerebbe tenere il mercato a distanza. Adam Szymczyk, direttore della mostra, ha chiesto che la produzione artistica fosse valutata come qualcosa di più del mero «polso del mercato» e ha volutamente evitato i nomi noti a favore di artisti meno conosciuti e poco rappresentati dalle gallerie. Ma Documenta resta un’opportunità commerciale.

Quasi tutte le gallerie che
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