Patrimonio culturale in chiave green

Le tracce del passato sono legate al territorio e alla sua storia, e il suo valore di rappresentanza diventa sempre più controverso. Tra le altre cose, il 2020 ci ha mostrato l’urgenza di affrontare la questione

Particolare di pitture murali postbizantine nella Chiesa di Sant’Atanasio a Voskopoje, in Albania, che presenta la rimozione degli occhi, intenzionale, durante il governo comunista
Simona Sajeva |

Il 22 marzo scorso Europa Nostra, organizzazione europea per la tutela del patrimonio storico, ha presentato online l’European Cultural Heritage Green Paper. Il documento nasce dalla volontà di connettere la questione del patrimonio culturale con il Green Deal europeo del 2019, ovvero farne un attore importante nel rilancio post Covid-19 in chiave «green».

Redatte in cooperazione con l’Icomos, l’International Council on Monuments and Sites, con il Climate Heritage Network, con il contributo di altri membri della European Heritage Alliance, il supporto dell’European Investment Bank Institute e il programma Creative Europe dell’Unione Europea, le 87 pagine del documento sviluppano questa idea e tracciano le linee di indirizzo per misure e modelli socio-economici in grado di ostacolare il cambiamento climatico su vari fronti. La presentazione, pubblica e aperta alle domande, si è svolta online.

E proprio queste hanno fatto emergere l’urgenza di affrontare, oltre al tema del cambiamento climatico, anche altri aspetti controversi legati al patrimonio culturale. Non è un caso che il 18 aprile, la Giornata internazionale dei monumenti e dei siti 2021, organizzata dall’Icomos, abbia avuto come tema «Passati complessi: futuri diversi». Infatti, oltre alle emergenze climatica ed economica, e alla loro convergenza, è importante prestare attenzione al contesto attuale.

Per consuetudine, nell’ambito storico e conservativo il valore di documento storico del patrimonio prevale, minimizzandone il valore di rappresentanza, dando per scontata la neutralità conferitagli dalla storicizzazione dei potenziali simbolismi. Da tempo però, l’atteggiamento generale sta mutando e il beneficio della neutralità è sempre più in discussione.

Si pensi al dibattito su scala mondiale sollevato dalle manifestazioni del movimento «Black Lives Matter», a quello intorno alle restituzioni, ma anche alla problematica dell’accessibilità a siti e musei, che ha messo in evidenza la mancata presa in considerazione di categorie sfavorite. O ancora, il tema della legittimità di demolizioni di monumenti «minori» motivate da interessi «superiori». Un tema importante soggiace a tutti questi, ovvero che oramai non è più possibile conservare il patrimonio storico come un’acritica cristallizzazione del passato.

Le società mutano e negli stessi luoghi coesistono culture molto diverse tra loro, così come i discendenti di vinti e vincitori, a volte a fasi alterne, di conflitti a vari gradi e forme. Le tracce del passato sono legate al territorio e alla sua storia, e il suo valore di rappresentanza diventa sempre più controverso. Tra le altre cose, il 2020 ci ha mostrato l’urgenza di affrontare la questione.

La storia è materia pulsante che, proprio per non ripetersi nelle sue pagine più tristi, ha bisogno di essere conosciuta e ricordata e chi lavora nel campo della conservazione tiene ben presente questo potenziale strumentale degli oggetti. Distruggerne le tracce materiali, ovvero il patrimonio, può dare sollievo e l’illusione di un avvenuto cambiamento. Purtroppo però si tratta più di negazione che di elaborazione. L’oblio infatti impedisce di riconoscere il ripresentarsi di certi schemi e comportamenti.

In assenza di testimonianze materiali è più facile l’idealizzazione di ciò che non c’è più, dimenticandone proprio gli aspetti peggiori. Distruzioni, demolizioni, rimozioni e occultamenti: si rischia un’ennesima riscrittura storica, nuova e accondiscendente nella forma, ma strumentalizzante nei contenuti. Ovvero il perpetrarsi di quel meccanismo che ha dato vita agli stessi simboli che vuole cancellare. Insomma, un paradosso.

Se però proprio questo contesto fosse un’opportunità sia per diventare più consapevoli dei condizionamenti sociali e culturali di cui noi tutti risentiamo, sia per affrontare gli aspetti conflittuali insiti nel patrimonio? Ovvero quei simbolismi che di epoca in epoca si prestano a strumentalizzazioni? Cosa c’è di più inclusivo di sentirsi ed essere tutti uguali di fronte a un oggetto, il patrimonio? Uguali nella capacità di guardarlo con occhio critico, nel diritto di sentirci liberi di identificarci o di contestarlo, con libertà di espressione, nella consapevolezza e nel rispetto dell’altro?

Sarebbe fantastico se si investisse nello sviluppo di uno sguardo critico di noi osservatori, di un oggetto neutro come il patrimonio, incoraggiando ad analisi incrociate. Per evitare l’ennesima riscrittura storica che, per quanto fatta con le migliori intenzioni, finirebbe inevitabilmente per invecchiare male, senza seguire l’evolversi dei tempi e dei valori. Il patrimonio è fatto di oggetti, materia inerte; la sua valenza è data da noi. Agire sulla valenza è correre il rischio di farne degli idoli. Agire sull’essere umano è liberarlo.

A cercare altre valenze, altre narrazioni il rischio è di potenziarne l’aspetto di idolo. Lavorare sugli strumenti intellettuali che sviluppano la critica. Stimolare letture opposte di uno stesso oggetto, valutarne la storia acquisita per poi provare a riscriverla secondo i desiderata di altre tendenze, volontà e interessi. Un esercizio questo, che renderebbe più consapevoli di quanto ogni narrazione, nessuna esclusa, risente di interessi. Nessuna esclusa, anche quella che sembra animata dalle migliori intenzioni, che voglia portare nuovi valori e diritti.

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