Il Green Deal da 1.000 miliardi di Ursula von der Leyen

Un «Libro verde» di Icomos ed Europa Nostra mette il patrimonio culturale europeo al centro delle politiche ambientali dell’Unione Europea

Anna Somers Cocks |  | Bruxelles

Un’alleanza potenzialmente di grande importanza è stata forgiata tra Europa Nostra, influente «lobby group» nel campo dei beni culturali, e l’International Council on Monuments and Sites (Icomos), formato da esperti internazionali nella conservazione del patrimonio, consulenti ufficiali dell’Unesco.

La futura sopravvivenza del patrimonio culturale europeo e il successo del Green Deal dell’Unione Europea sono obiettivi tra loro interrelati e reciprocamente dipendenti è il messaggio del loro «Libro verde» sul patrimonio culturale europeo Mettere il patrimonio comune dell’Europa al centro del Green Deal europeo (il testo è online) che hanno lanciato congiuntamente il 22 marzo.

Il Green Deal è l’ambizioso piano della Ue da mille miliardi di euro, annunciato dal suo presidente Ursula van der Leyen nel novembre del 2019, per rendere l’Unione Europea climaticamente neutra entro il 2050. Nonostante il costo economico del Covid-19 e l’opposizione di una minoranza di Stati membri, rimane la pietra angolare della politica della Ue per i prossimi decenni.

Il documento sottoscritto da Europa Nostra e Icomos è strutturato attorno agli obiettivi politici del Green Deal, tra cui energia pulita, economia circolare, rinnovamento, mobilità intelligente, agricoltura e nutrizione, finanza verde, ricerca e innovazione, istruzione e formazione, ed è stato ora sottoposto alla Ue per il suo iter legislativo.

Il piano indica come gli obiettivi del Green Deal sarebbero fortemente aiutati dall’utilizzo delle competenze, dalla conoscenza storica e dagli interessi sul patrimonio culturale in tutti i Paesi della Ue. Nel campo dell’edilizia e dell’urbanistica, ad esempio, il documento enfatizza la potenzialità dell’economia circolare, includendo artigiani, conservatori e restauratori, architetti, ingegneri, manager, proprietari e ricercatori. I nuovi insediamenti dovrebbero essere percorribili a piedi, come le città storiche.

Ove possibile, dovrebbero essere utilizzati materiali tradizionali e riutilizzati gli edifici esistenti, ma dovrebbero anche incorporare i più avanzati materiali bio e green. La formazione dei progettisti (dagli architetti ai geometri) dovrebbe cambiare per tenere conto di queste priorità, mentre le politiche di sviluppo e ristrutturazione dovrebbero essere incentrate sulle persone, coinvolgendo le comunità fin dall’inizio.

Il principale estensore del documento, con il supporto dell’European Investment Bank Institute, è l’avvocato australiano Andrew S. Potts, coordinatore del «Climate Change and Heritage Working Group» dell’Icomos, che nel 2019 ha pubblicato un importante rapporto, The Future of our Pasts: Engaging Cultural Heritage in Climate Action. Questo rivela come Icomos abbia assunto un ruolo guida proprio laddove l’Unesco sta invece fallendo: ha infatti capito che la cultura e la scienza del clima devono allearsi per indirizzare politica e potere economico a beneficio di tutti, non solo del settore culturale. Ad esempio, se davvero si vuole proteggere Venezia dai previsti effetti disastrosi dell’innalzamento del livello del mare, occorrerà che queste quattro forze, lavorando insieme, seguano una strategia a lungo termine, che attualmente è del tutto assente.

Icomos crede fortemente nel potere comunicativo del patrimonio culturale. Vuole che i siti diventino «laboratori viventi», in cui la comprensione dei cambiamenti climatici tra le persone possa sollecitare un maggiore impegno e sforzo per mantenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 1,5° C. Ciò significa bilanciare fattori etici, economici e culturali e gestire il cambiamento.

In un mondo in cui i cambiamenti climatici sono ancora negati o minimizzati da milioni di persone, Icomos ritiene inoltre che sia necessario coinvolgere la psicologia sociale per persuadere le persone della necessità sempre più urgente a favore di un reale cambiamento tanto delle politiche quanto delle nostre modalità di vita quotidiana: «È ben noto come gli esseri umani siano portati a negare i pericoli in modo da poter affrontare le proprie ansie».

Come ha affermato Potts il mese scorso, «il Libro verde del patrimonio culturale europeo mira a integrare il patrimonio culturale nell’azione per il clima e ispirare la mobilitazione della comunità attiva nel campo del patrimonio culturale per un’azione di trasformazione delle politiche climatiche europee. Mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5° C è la nostra migliore possibilità per risparmiare il pianeta, i suoi abitanti e la loro cultura dai peggiori effetti del cambiamento climatico. Il Green Deal europeo aiuta a indirizzare il mondo su questa strada e il futuro del patrimonio culturale europeo dipende dal suo successo. Allo stesso tempo, i valori condivisi e il patrimonio comune dell’Europa offrono un potenziale innegabile per aiutare a realizzare la missione del Green Deal».

Mariya Gabriel, commissario europeo per l’innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e la gioventù, ha dichiarato: «Una prospettiva “verde” per il patrimonio culturale europeo è una necessità assoluta e offre un’opportunità irripetibile per renderlo più resiliente e rilevante. Leggiamo, riflettiamo e guardiamo il Libro verde sul patrimonio culturale europeo sotto questa luce, per trovare soluzioni comuni e ambiti di cooperazione».

La Commissione Europea può essere certa che non sarà consentito rallentare questa promessa perché la nuova alleanza tra Icomos ed Europa Nostra, guidata dalla tosta Sneška Quaedvlieg-Mikhailović, ha già pianificato le sue campagne di pressione e di raccolta di informazioni verso qualsiasi leva di potere presente nelle istituzioni dell’Unione Europea e nei Governi nazionali.

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