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Archeologia

Nel lockdown ha lavorato il 30% degli archeologi

Ma il decreto Cura Italia ha riconosciuto la figura del libero professionista. È la prima volta

Un archeologo in cantiere. © Confederazione Italiana Archeologi

Quali ripercussioni ha avuto il lockdown sui cantieri di archeologia? Salvo emergenze, i funzionari delle Soprintendenze nei mesi di marzo e aprile hanno dovuto evitare sopralluoghi ma hanno ricevuto almeno lo stipendio statale.

Gli altri? Interviene il presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi (Ana) Alessandro Garrisi: «Da metà marzo a fine aprile chi era nei cantieri delle grandi opere pubbliche, quelle delle infrastrutture, non si è mai fermato e ha lavorato in condizioni di sicurezza rispettate piuttosto bene: per noi è il 30% circa dei cantieri mentre l’altro 70% ha chiuso. Per la prima volta però con il decreto “Cura Italia” gli archeologi liberi professionisti sono stati riconosciuti e se 600 euro sono pochi la novità è positiva».

Negli scavi? «Alle riaperture il problema frequente è stato trovare i dispositivi di sicurezza previsti come le mascherine. Oppure in ambienti ristretti mantenere la distanza fisica era difficile. Abbiamo chiesto al Ministero dei Beni culturali di intervenire, ci hanno risposto che la sicurezza dei cantieri non è di loro competenza».

Per la Confederazione Italiana Archeologi (Cia) la presidente Angela Abbadessa registra che «tra chi ha risposto a un nostro questionario il 79,2% ha interrotto l’attività a marzo».

Con quali perdite economiche? «Chi aveva il contratto da dipendente, il 30% dei nostri iscritti, ha avuto la cassa integrazione, il resto i 600 euro in tempi celeri ma alcuni se li sono visti rifiutare per errori dell’Inps. Il 70% del nostro bacino lavora nel privato per lo più a partita Iva. Il grosso del campione a marzo-aprile 2019 aveva fatturato tra i 1.500 e i 4mila euro, nei rispettivi mesi del 2020 il 60% non è arrivato a mille euro e di questi un 50% è vicino allo zero».

Le distanze negli scavi? «Di norma sono rispettate, a volte è impossibile. Né sono stati sempre sanificati strumenti di uso comune come pale e picconi. È molto sentito il problema dei servizi igienici: non sempre sono stati sanificati regolarmente o ci sono bagni supplementari»

Stefano Miliani, da Il Giornale dell'Arte numero 409, luglio 2020



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