Missione compiuta a Madrid

Arco ha chiuso la sua edizione più strana, con una soddisfazione quasi unanime e un buon livello di vendite in relazione al momento

Una veduta dell'edizione 2021 della fiera Arco di Madrid
Roberta Bosco |  | Madrid

Nonostante i contagi fuori controllo, Arco ha aperto le sue porte con le 130 gallerie (80 in meno del 2020) e i 250 collezionisti (cento in meno) previsti. Le temute disdette di ultima ora non si sono verificate e tutti i galleristi che volevano annullare la fiera, compresa la fondatrice Juana de Aizpuru, hanno dovuto ricredersi. «L’obiettivo era rincontrarsi e riattivare il mercato e l’abbiamo ottenuto» assicura la direttrice della fiera Maribel López che per qualsiasi evenienza aveva anche preparato una fiera elettronica, la e-exhibition.

Se non fosse stato per le onnipresenti mascherine, pochi si sarebbero ricordati della pandemia e ancora meno che durante il 2020 i padiglioni di Arco erano stati trasformati in un ospedale Covid. Il virus che ha stravolto il mondo, praticamente non appare, se non tangenzialmente, nelle opere in mostra. Chi davvero mancava erano gli stranieri, gallerie e visitatori, ma gli spagnoli hanno risposto in massa alla chiamata della fiera con uno spirito tra l’eroico e il solidale.

«Arco ha una lunga lista d’attesa e noi volevamo partecipare da tempo, quindi abbiamo approfittato dell’occasione» spiega Ruben Tanzi della galleria Eduardo Secci, con uno stand dominato dalle sculture di Kevin Francis Gray, in mostra anche nella sede di Milano fino al 25 settembre. Simili anche se diversi i motivi dello Studio Trisorio di Napoli. «Abbiamo voluto sostenere la fiera anche in questo frangente, dopo più di 30 anni ci pareva un rischio importante da correre» afferma Helga Sanità che il secondo giorno aveva già venduto varie opere, tra cui una poetica installazione di luci ed ombre di Fabrizio Corneli. Maab di Milano, con uno stand dedicato a Bruno Munari e all’israeliano Nahum Tevet, completava l’esiguo contingente italiano.

Sobria e spaziosa, Arco ha eliminato tutte le sovrastrutture, interventi nello spazio ed eventi collaterali, per concentrarsi sulla sua essenza, il mercato, con opere di qualità a prezzi contenuti. Non mancavano i pezzi notevoli come un’imponente scultura cinetica del venezolano Jesús Soto a 1,3 milioni di euro (galleria Cayón) e da Leandro Navarro un Chagall per 775mila euro, un mobile di Calder per 850mila, un Picasso cubista per 780mila e una scultura del 1927 di Pablo Gargallo che rappresenta Picasso nudo con una margherita in bocca. A poche ore dall’apertura Helga de Alvear, gallerista e collezionista, aveva già acquistato una scultura totemica di Antony Gormley per 400mila euro da Thaddaeus Ropac, un Gilbert & George, due Bruno Munari e una scultura argentata di John Chamberlain, tutte per il museo che ha aperto a Caceres.

Il Museo Reina Sofía di Madrid, che ha speso 300mila euro in opere di 15 artisti, ha ribadito il suo interesse per l’arte sperimentale comprando un’installazione composta da 16 stampe fotografiche e un programma informatico per gestire le informazioni della Biblioteca Pubblica di New York da Andrés Pachón (Ángeles Baños), un giovane artista che lavora con la visualizzazione dei dati. Il Museo delle Belle Arti di Bilbao ha speso la stessa cifra ma in un’unica opera, un murale di 10 metri che Agustín Ibarrola creò nel 1977 in omaggio al Guernica (messo in salvo dalla Guerra Civile nel MoMA) e per chiedere il suo ritorno in Spagna. Il Guernica ritornò nel 1981 e da allora si espone nel Museo Reina Sofía e non nella cittadina basca che ispirò Picasso, come avrebbe voluto Ibarrola.

Lo hanno soprannominato l’Arco delle donne, perché alle artiste erano dedicati i 24 progetti speciali che quest’anno hanno sostituito gli spazi curati. La presenza femminile si è moltiplicata in tutte le gallerie, ma le quotazioni in generale restano minori di quelle degli artisti. Speriamo che non sia solo un effetto del #Metoo e che la tendenza si mantenga anche l’anno prossimo, quando un Arco ritornato alla normalità (Covid permettendo) celebrerà il 40mo anniversario che è stato fatto slittare di un anno.

In generale le gallerie hanno scommesso su artisti sicuri, come dimostrano le onnipresenti sculture di Jaume Plensa: dai piccoli volti in vetro di Murano (Lelong), all’enorme figura seduta, illuminata dall’interno con led colorati (Senda). Molti tuttavia, hanno approfittato della situazione peculiare per presentare proposte più personali e artisti emergenti, senza la consueta pressione del comitato di selezione.

Più austero che mai Arco ha rinunciato alla provocazione e alle opere scandalose che parevano fatte apposta per convertirsi in scenografia di infiniti selfie. Nonostante la sobrietà ci sono state opere più fotografate di altre, tra cui una scultura di Fernando Sánchez Castillo che commemora il massacro di Tlatelolco, durante le proteste studentesche a Città del Messico nel 1968, nello spazio di Albarrán Bourdais e una lapide del cubano Dagoberto Rodríguez, Ex Carpintero, con un motto neofemminista preso in prestito da una canzone di Bad Bunny, nella galleria Sabrina Amrani.

L’opera che ha accaparrato più attenzione è stata senza dubbio «To be titled», un trittico di Gino Rubert (galleria Senda), ironico e graffiante ma anche affettuoso, che riunisce il who’s who dell’arte catalana. La fiera madrilena ha chiuso le sue porte con un arrivederci a febbraio, resta solo sperare che i vaccini funzionino e che tra 15 giorni non si debba rimpiangere l’euforia di questo strano Arco estivo.

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