Marini-Stravinskij, un pas de deux da New York a Milano

L’allestimento al Museo Marino Marini di Firenze celebra una frequentazione tra l’artista e il compositore durata un quarto di secolo

«La Sagra della Primavera». Foto Erio Piccagliani. © Teatro alla Scala Luca Scarlini. Foto Irene Montini «La Sagra della Primavera». Foto Erio Piccagliani. © Teatro alla Scala «La Sagra della Primavera». Foto Erio Piccagliani. © Teatro alla Scala
Elena Franzoia |  | Firenze

Laureato in storia dello spettacolo con tesi sugli allestimenti operistici di Luchino Visconti, il poliedrico drammaturgo-curatore-performer fiorentino Luca Scarlini pone da sempre al centro della sua ricerca l’intersezione e ibridazione tra le arti, in particolare tra quelle visive e performative. Tema intorno a cui non a caso ruota la sua mostra «Pas de deux. Marino Marini Igor Stravinskij», visitabile dall’11 marzo al 30 maggio al Museo Marino Marini di Firenze con allestimento di Marisa Coppiano.

«Pas de deux», un titolo che è già un passo di danza.
Esatto. La collaborazione tra Stravinskij e Marino Marini si gioca infatti completamente intorno al celebre balletto «La Sagra della Primavera» (1911-13), mentre il loro pas de deux inizia con la folgorazione che li colpisce quando si incontrano a New York nel 1948. Si frequenteranno per anni con una interessante dinamica che ne alimenterà vicendevolmente l’opera, fino alla realizzazione al Teatro alla Scala nel 1972 da parte di Marino delle scenografie per il capolavoro stravinskiano. Più volte richiesto dai registi di teatro per la creazione di scenografie e costumi, Marino aveva sempre rifiutato, ma accettò questo incarico per l’amicizia che lo legava al grande compositore fuggito dalla Russia e dal Bolscevismo nel 1914. Le 50 opere esposte in mostra, di cui soprattutto quelle su carta di rarissima visione, dimostrano come Marino abbia continuato per tutti gli anni Settanta a realizzare tavole e litografie legate a questo balletto. Un evento fondamentale della sua vita, non meno della visione del famoso cavaliere nella cattedrale gotica di Bamberga che ha ispirato molte delle sue sculture.

Che cosa legava i due artisti?
La ricerca delle radici della civiltà espressiva. Stravinskij lavora nella Sagra della Primavera sulle origini dell’antico folklore russo come Marino parte dal fatto di essere pistoiese per ribadire l’ancestrale radicamento etrusco, con le cui forme si confronta fin da ragazzino. Sono entrambi figure di quello che Sigmund Freud avrebbe chiamato «il disagio della civiltà» di inizio Novecento, quando gli artisti cercano delle visioni differenti per raccontare una realtà estremamente complessa e travagliata, profondamente in crisi, riscoprendo mondi antichissimi.

Quanto contribuì l’arte di Marino al successo dello spettacolo?
Gli anni Settanta sono un periodo particolare, perché dalla fine degli anni Sessanta è attivo alla Scala uno dei più geniali imprenditori di teatro italiani, Paolo Grassi, che chiama a collaborare artisti di varie generazioni con notevoli risultati estetici, secondo una consuetudine seguita in Italia soprattutto dal Maggio Musicale Fiorentino. Oltre alla «Sagra» di Marino, rimangono memorabili il lavoro di Giacomo Manzù su un altro capolavoro di Stravinskij, «L’Histoire du soldat», e la «Norma» cui collabora Mario Ceroli, con protagonista Montserrat Caballé e regia di Mauro Bolognini. Mi sembra importante segnalare che per la mostra Pas de deux abbiamo fatto appositamente riprodurre su tela uno degli enormi fondali (ben 10 metri per 5) creati da Marino, non essendo stati purtroppo conservati alla Scala, come spesso accade nei teatri, quelli originali. Di questa meravigliosa scenografia rimangono infatti solo bozzetti e fotografie, nonostante si trattasse di opere in gran parte dipinte dall’artista stesso.

Quali sono gli aspetti fondamentali di questa esperienza di Marini in teatro?
Di solito un artista sta chiuso nel suo atelier e al massimo incontra il pubblico alla vernice di una mostra. Marini ha lasciato testimonianze molto interessanti sul fatto di entrare in scena alla Scala per l’applauso finale, dicendo che gli sembrava di essere entrato nella trasposizione tridimensionale della sua immaginazione, come se le sue opere avessero acquistato vita. La relazione arte-scena offre caratteristiche e possibilità completamente diverse da quelle dell’opera d’arte esposta in una galleria o in un museo, creando un «oggetto terzo» che esce dalla tela o dalla scultura e si incarna in un corpo, rendendola meno eterna ma anche dotata di ulteriori possibilità. È questo, da quasi trenta anni, il fulcro delle mie passioni e ricerche.

Scultura come 3D statico, danza come 3D dinamico.
Sì, fondamentalmente la differenza è quella. Non è un caso che Rodin cambi profondamente la sua arte dopo avere incontrato a Parigi le danzatrici tradizionali cambogiane, che gli dimostrano come il movimento offra possibilità per lui fino ad allora inesplorate. La particolare relazione danza-scultura tra Otto e Novecento è anche il motivo per cui Isadora Duncan o Loïe Fuller sono state così immortalate, essendo all’origine di nuove dinamiche del movimento di cui gli scultori hanno fatto tesoro.

Quanto ha influito sulla sua mostra l’affascinante spazialità del museo fiorentino?
Avevo già curato in questo museo una mostra su Sylvano Bussotti nel 2010. Due occasioni in uno spazio che mi piace molto, tanto che «Pas de deux» nasce interamente da una mia proposta. Tra l’altro il museo ospita opere fondamentali per rileggere quella parte dell’opera di Marino dedicata a danzatrici, acrobati, clown, pagliacci, equilibristi del circo, che costituisce un filo molto importante nel suo lavoro come per Picasso o Severini, ma viene pochissimo raccontata. Sul piano organizzativo, questa mostra è del resto frutto del particolarissimo momento post-pandemico che stiamo vivendo. Molte opere vengono dal dalla Fondazione Marino Marini di Pistoia e dai suoi archivi, oltre che dal caveau del museo fiorentino, mentre le immagini di dossier presentate in video sono degli archivi della Scala. Si tratta quindi di istituzioni italiane e di opere pochissimo o mai esposte, che è il momento giusto di fare conoscere attraverso mostre di studio e ricerca in grado di valorizzare proprio quei depositi, in Italia infinitamente ricchi, di cui qualche politico invita sventuratamente alla vendita.

© Riproduzione riservata Il fondale, Marino Marini
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