Luisa Lambri si autoritrae al Pac

Uno sguardo personale e intimista su arte e architettura dei maestri del '900

Luisa Lambri, «Untitled (S.R. Crown Hall, #05)», 2017. Cortesia di Galleria Raffaella Cortese e Thomas Dane Gallery
Ada Masoero |  | Milano

È singolare che Luisa Lambri (Como, 1969; vive a Milano), cui musei come l’Isabella Stewart Gardner di Boston e il Met Breuer di New York hanno dedicato ampie personali, non fosse sinora stata al centro di una mostra in un’istituzione pubblica italiana. A proporla è ora il Pac - Padiglione d’Arte Contemporanea, che fino al 19 settembre presenta «Luisa Lambri. Autoritratto».

Il percorso curato da Diego Sileo e Douglas Fogle copre gli ultimi 15 anni del suo lavoro di artista che lavora con la fotografia e che nel titolo, mentre rende omaggio alla critica d’arte Carla Lonzi, evidenzia lo sguardo personale, intimista, con cui Luisa Lambri guarda alle architetture dei maestri modernisti del ’900 (da Gropius, Breuer, Van der Rohe, Terragni a Siza, Barragán e altri) e alle opere di artisti altrettanto rigorosi, come Donald Judd, Robert Irwin, Lygia Clark, Lucio Fontana, oggetto privilegiato della sua ricerca.

Al centro del suo lavoro c’è il rapporto tra luce e spazio nella loro opera, e i lavori scelti entrano in felice risonanza con gli spazi del Pac, opera di Ignazio Gardella, dando vita a un’unica, grande installazione site specific.

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