Luca Bombassei collezionista istintivo e ponderato

Intervista con l'architetto, imprenditore e presidente di The Venice International Foundation

Michela Moro |

Per entrare in casa attraversa un museo: questo la dice lunga su Luca Bombassei, architetto, imprenditore e collezionista appassionato e discreto. Bergamasco, vive tra Milano e Venezia, città del cuore dov’è molto attivo in ambito culturale. Lì la sua società di architettura, che opera su scala internazionale, ha progettato la ristrutturazione della Casa dei Tre Oci, sede del museo della fotografia contemporanea, e recentemente Bombassei è stato nominato Presidente di The Venice International Foundation, associazione per la salvaguardia del patrimonio artistico della città.

Dal 2005 è a capo del coordinamento progettuale dell’Innovation District Kilometro Rosso (392mila metri quadrati alle porte di Bergamo in cui operano circa 2mila ricercatori) all’interno del quale assieme a Jean Nouvel ha realizzato il Centro Ricerche e Sviluppo di Brembo, headquarter dell’azienda di famiglia, leader nella tecnologia degli impianti frenanti, fondata dal nonno Emilio Bombassei.

Luca Bombassei, lei è cresciuto respirando l’aria della Brembo, l’azienda di famiglia, un mix di innovazione, ricerca, attenzione al territorio, respiro internazionale e investimenti importanti. Che cosa c’è di tutto questo nel suo sguardo sull’arte contemporanea?
Ho scelto di vivere l’azienda da azionista e non operativamente in modo diretto e il mio contributo è progettarne gli edifici e gli spazi. La contemporaneità è fatta di tante cose. Nel caso di Brembo è la tecnologia più avanzata coniugata all’estetica che ha trasformato un pezzo di metallo, un impianto frenante prodotto da un’azienda metalmeccanica, in un oggetto di design pluripremiato con vari Compassi d’Oro. È questa discrasia a rendere affascinante il mondo Brembo in cui sono cresciuto e in cui ho vissuto l’evoluzione dell’ingegneria più avanzata in tecnica applicata al design, un’evoluzione che ho declinato nella mia professione di architetto. Se negli anni Sessanta le ruote nascondevano le pinze e i dischi dei freni, con l’evoluzione di un nuovo senso estetico si sono allargate le razze delle ruote per lasciare intravedere sempre di più il colore e la forma dell’impianto frenante. Un’evoluzione lenta e inesorabile che mi ha influenzato facendo crescere in me una curiosità verso ogni forma d’arte, in particolare quella contemporanea.

La sua passione per l’arte contemporanea è un’eredità o una scelta?
Un mix tra le due, siamo sempre il prodotto del mondo in cui diventiamo adulti. Nella casa dove sono cresciuto c’è sempre stata arte, anche se più nei libri e nell’amore per l’antiquariato, secondo il gusto dell’epoca. Mio padre dipingeva, ma i miei nonni non avevano assecondato questa sua passione: il suo destino nell’azienda di famiglia era segnato. Io sono stato più fortunato e sebbene avessi iniziato gli studi universitari in ambito finanziario, prima negli Stati Uniti e poi in Italia, ho avuto la possibilità di «ribellarmi» conquistando l’appoggio incondizionato della mia famiglia. Ho seguito la mia passione scegliendo di diventare architetto: una professione che oggi mi dà immensa soddisfazione e mi permette di vivere l’arte anche nei miei progetti.

Quando e come ha iniziato a costruire la sua collezione?
Ho cominciato a comprare arte in modo consapevole circa 20 anni fa. Da allora, allargando le mie conoscenze, ho sempre cercato di collezionare opere di artisti che appartengono a una molteplicità di sensibilità e culture, dalla visione e re-visione della nostra cultura alta e pop di Francesco Vezzoli all’espressione delle dinamiche e delle tensioni dell’Africa post-coloniale di Ibrahim Mahama e William Kentridge. Le mie scelte sono sempre state e sono tuttora il frutto di un momento particolare e della mia curiosità. Sono letteralmente ossessionato dal qui e adesso. Ho imparato che vivere l’arte ed essere testimone diretto dei suoi processi creativi mi dà l’opportunità di vedere oltre, intuendo un futuro che si può dipanare in infinite direzioni e possibilità. Tutto questo anche grazie al rapporto personale con gli artisti, capaci di dare forma al futuro senza porsi confini, mescolando esperienza e intuizione.

Quanto influisce sui suoi acquisti la professione di architetto che opera in molteplici aree tematiche: progettazione di edifici e complessi industriali, concept store e uffici, sempre attento alla sostenibilità ambientale e alla domotica?
Quando acquisto un’opera d’arte per me, la scelta e la valutazione sono inevitabilmente influenzate dalla mia formazione e professione: istintivamente inquadro la tridimensionalità e la contestualizzazione dell’opera in un ipotetico spazio, ma non per questo la rapporto a un progetto specifico. Quando invece affronto un progetto per una committenza altra, non riesco a fare a meno di immaginare anche le opere che vorrei potessero farne parte.

Lei ha casa e studio a Milano, Venezia, Bergamo. Come divide la sua collezione? Quando acquista una nuova opera ha già in mente un luogo o sono i luoghi a sollecitare i suoi acquisti?
La collocazione di un’opera è sempre un pensiero successivo all’acquisto ed è frutto di una scelta che dipende dal dialogo che essa può intessere con l’architettura e la storia di un luogo o dal modo in cui può essere meglio apprezzata senza, tuttavia, un intento semplicemente decorativo. Quando è possibile mi piace lavorare a stretto contatto con l’artista, invitandolo a partecipare al progetto installativo: quest’«opera dell’opera» crea spesso una sorta di visione aumentata del concetto che l’artista vuole esprimere, rendendola ancor più immediata. La mia esperienza con Olivier Mosset, artista svizzero considerato uno dei padri dell’Arte concettuale, ne è una chiara dimostrazione: scelta l’opera, ho lasciato libero Olivier di decidere dove installarla e la sua decisione è caduta sul tetto terrazzo della mia masseria in Puglia: un segno artistico di 13x6 metri individuabile da Google Earth.

Come si è evoluta la collezione nel tempo? Compra artisti affermati o giovani e giovanissimi? Che cosa le fa scattare quel click che fa decidere l’acquisto?
Sebbene, ed è un’affermazione fin troppo ovvia, nell’acquisto delle opere segua l’istinto o l’innamoramento, col tempo ho imparato a mediarlo, studiando e ascoltando curatori e altri collezionisti. Da giovane ho avuto la fortuna di conoscere mostri sacri del collezionismo italiano, che hanno avuto la generosità di mettermi a parte dei loro segreti sull’arte di collezionare arte. A loro devo molto, anche se non sempre ne ho seguito i consigli. Ho la fortuna di trascorrere parte del mio tempo in una città come Venezia e di poter vivere, in alcuni casi molto da vicino, le sue Biennali: questo mi ha stimolato a guardare oltre l’artista istituzionalizzato. Credo che la ricerca di nuove sensibilità, senza porsi i limiti di quello che viene spinto dal mercato, sia l’aspetto più affascinante e divertente del vivere l’arte contemporanea. Inoltre il mio lavoro di architetto mi porta a entrare in dialogo con collezionisti che devono creare uno spazio coerente con le loro opere. Da queste esperienze traggo nuove angolazioni per leggere singole opere o l’intero lavoro di artisti, ciò mi permette di cambiare opinione al riguardo o perlomeno di osservarli con occhi nuovi e quando accade sono felice.

Dal suo punto di vista, com’è cambiato l’approccio all’arte post-Covid? Per lei è mutato qualcosa? L’arte ha perso o acquistato valore, anche intrinsecamente?
La difficile situazione attuale ha portato con sé, tra il molto altro, un cambiamento radicale della nostra relazione con lo spazio fisico: siamo obbligati a procedere per astrazioni, sia nella vita quotidiana di relazioni sociali e professionali sia nel nostro rapporto con il mondo dell’arte. La fruizione virtuale dell’arte non mi dà lo stesso piacere dell’esperienza reale di visitare musei, mostre, fiere, gallerie e studi di artisti, soprattutto riguardo alla scoperta del nuovo. Detto ciò, credo che da questo limbo possano venire fuori idee originali e potenti, come già sta accadendo. Prova ne è che, nonostante tutto, il mercato dell’arte e il desiderio di fare e vivere l’arte abbiano consolidato il loro valore.

Frequenta, o meglio frequentava, più gallerie italiane o straniere? Le fiere le piacevano?
Ho, o almeno avevo, la possibilità di viaggiare molto e di comprare da gallerie sia italiane sia straniere. Con quelle vicine più nella sensibilità che nella geografia ho stabilito rapporti di intesa, fiducia, quasi di collaborazione. Sono un assiduo frequentatore delle fiere, ma le esperienze della galleria e della fiera non sono alternative l’una all’altra. Piuttosto vanno in parallelo. In galleria mi concentro su un artista e un’opera, mentre in fiera ho occasione di approfondire i rapporti con altri collezionisti, cogliere le tendenze del mercato, vagare tra gli stand con l’adrenalina di una possibile scoperta.

Nel 2019 ha comprato all’asta da Phillips a Londra un pezzo importante della storia del design italiano: Casa di Fantasia, un appartamento milanese progettato da Gio Ponti e decorato da Piero Fornasetti, Fausto Melotti ed Edina Altara. Successivamente l’ha ricostruito nel suo studio, sempre a Milano. Ci racconta questa fantastica storia?
Avevo da poco visitato la grandiosa mostra parigina dedicata a Gio Ponti, quando mi ero accorto che un altro importante tassello della storia del design italiano stava per essere disperso chissà dove. Così ho fatto tutto ciò che era in mio potere per farlo restare in Italia. Devo ammettere che, preso dall’entusiasmo, non ho considerato subito le dimensioni e le distribuzioni della Casa di Fantasia. Ma l’idea di poter possedere e vivere quell’immaginifico ed eclettico capolavoro nel quale i volumi si materializzano attraverso il felice artificio del trompe-l’oeil, frutto della sinergia tra Gio Ponti e alcuni dei maggiori artisti, designer e artigiani suoi contemporanei ha vinto su ogni perplessità di ordine pratico. Riassemblandola ho scoperto che il suo valore va molto al di là degli elementi che la compongono (mobili, lampade, maniglie, mensole in ottone e tanto altro) e che sta tutto nella sua poeticità e nel suo lato umano. Ho persino scoperto sul retro di pannelli e oggetti le note a matita degli autori con le indicazioni alle maestranze per assemblarli.

Con la pandemia le pare siano cambiate le modalità di acquisto? Ci sono differenze tra l’Italia e il resto del mondo?
Se credo che da un lato il filtro dello schermo del computer ci dia più sicurezza e indipendenza nella scelta di un’opera, dall’altro dobbiamo adattarci alla sua non tangibilità, modificare il modo di utilizzare i nostri cinque sensi e farli evolvere verso un nuovo modo di percepire. Ci siamo improvvisamente trovati in un futuro a cui non eravamo preparati e di cui stiamo ancora capendo le potenzialità. È un’esperienza di acquisto molto diversa da quella di prima. Ho notato a malincuore che in Italia, come all’estero, questa situazione stia eccessivamente semplificando le modalità di esporre e raccontare l’arte. In questo momento le mostre e le aste sono troppe e con troppe modalità di fruizione, a scapito della qualità e dell’approccio. Sono frastornanti. Pur comprendendo la necessità dei vari operatori del settore di sopravvivere e adeguarsi velocemente a questa emergenza imprevedibile, speravo in una maggiore facilità di adattarsi alle tecnologie contemporanee e in una miglior capacità di renderle più «umane».

Comprando all’asta si pone dei limiti o se l’opera le piace si lascia trascinare nel rilancio?
Compro in asta principalmente oggetti di design e comunque soltanto quando si presenta l’opportunità di acquisire un’opera (o un oggetto) che cercavo da tempo. Se possibile prima di partecipare all’asta cerco di vedere dal vivo l’opera, approfondendone tutti gli aspetti e dandomi una cifra limite a cui arrivare. E l’ho quasi sempre rispettata. Quasi…

Quest’anno ha comprato all’asta?
Ho comprato un’opera di Giorgio de Chirico. Dopo aver visto la meravigliosa mostra a Palazzo Reale ho sentito il bisogno di approfondire la complessità di un artista così contemporaneo e misterioso che trasforma la quotidianità in rivelazione. Ho sentito la necessità di ancorare con delle radici il mio continuo desiderio di conoscenza rispetto alla mia spinta verso il contemporaneo. In questa ricerca ho incontrato lo sguardo di de Chirico in un’opera esposta da Christie’s e mi ci sono ritrovato.

Quando compra sceglie le opere anche in funzione dell’investimento?
Non considero l’arte una merce e non ho mai comprato arte con un intento speculativo. Detto questo a volte è successo che un’opera che ho acquistato si sia rivelata anche un buon investimento.

Ci sono case d’asta che sono suoi punti di riferimento? Si fa consigliare o sceglie in autonomia?
Per standing o per storia ci sono case d’asta più di riferimento di altre, anche se spesso il valore aggiunto della casa d’aste sono l’abilità e la serietà nella comunicazione. Con il consulente o l’esperto di una casa d’aste si può creare lo stesso rapporto di intesa e fiducia che normalmente si ha con il gallerista. Non si acquista un’opera o un oggetto soltanto per il suo valore economico ma anche, e forse soprattutto, per la storia che racchiude. Chi ci accompagna in questo passaggio è capace di determinare il piacere e la soddisfazione dell’acquisto.

Le è capitato di rivendere opere o una volta acquisite è per sempre?
Come diceva Jean Baudrillard: «Si colleziona sempre il proprio io». Mi affeziono alle mie opere, perché oltre a raccontare storie raccontano il mio qui e adesso nel tempo. Vendendole mi sembrerebbe di tradire non tanto l’opera quanto me stesso.

Sta ultimando il progetto di recupero di una masseria fortificata del 1580 in collaborazione con la Soprintendenza di Lecce, diventerà una struttura ricettiva e uno spazio museale per l’arte contemporanea. Interverrà anche sui contenuti?
La ristrutturazione di questo grande complesso è quasi alla fine. Per tutto il resto le idee ci sono, ma sono ancora molto aperte e in evoluzione anche con il particolare momento che stiamo vivendo. Come diceva il grandissimo collezionista Giuseppe Panza di Biuno bisogna: «comprare, conservare, tramandare». E io aggiungerei anche: sostenere. Per questo ho invitato alcuni artisti a pensare lavori site specific per questo luogo, facendo scegliere loro la collocazione che desideravano o che più gli interessava.

Qual è la sua visione di arte pubblica o per il pubblico?
Poco fa ho letto un bell’articolo scritto dall’artista Piero Golia, in dialogo col collega Pierre Huyghe. Entrambi riflettevano sul fatto che in un mondo improvvisato come il nostro, dove il mercato ha preso il sopravvento sulla tensione verso la scoperta, sarebbe un’iniezione di energia vedere che c’è qualcuno che non si piega a questa logica e riesce davvero a operare una trasformazione. Insomma, l’arte pubblica dovrebbe essere quel «qualcuno»: dovrebbe avere come fine quello di costruire una narrazione del presente e per il futuro, senza preoccuparsi di soddisfare le richieste del mercato. In questo modo le anticiperebbe. È questa l’ottica in cui sto sviluppando il mio progetto della masseria in Puglia: un laboratorio per artisti in residenza che diventi poi aperto al territorio, scevro dai legami con l’arte più istituzionalizzata.

È da poco presidente di The Venice Foundation: ha già dei progetti?
Sto usando questo periodo di emergenza in questo prezioso ruolo in Venice Foundation come avrei voluto che facesse la maggioranza degli operatori del mondo dell’arte: riflettendo, riorganizzando e pianificando di percorrere nuove strade, in una sola parola, facendo ricerca. Una di queste ricerche sarà certamente un’apertura verso le giovani generazioni, per aiutarle a conoscere e appassionarsi a una città unica come Venezia che è un incubatore in cui si devono confrontare storia e contemporaneità.

Che cosa migliorerebbe nell’approccio italiano alla cultura e in particolare all’arte?
Ci sarebbe molto da fare. Un buon punto di partenza potrebbe essere alleggerire la tassazione sulla compravendita delle opere come già hanno fatto altri Paesi, più attenti a proteggere e promuovere l’arte e gli artisti. Una misura come questa avrebbe il potere di allargare il numero dei compratori e di aiutare gli artisti.

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