Lo sguardo della donna: determinato ed eterogeneo

Libero da influenze esterne e stereotipate, l’occhio delle fotografe non occidentali ci restituisce un’immagine della loro cultura che preserva le loro origini e il loro contesto familiare. Così, anche grazie al supporto di organizzazioni non profit, vuole generare un cambiamento

«Womb of Grief» di Fabeha Monir © Fabeha Monir - Native Agency (Bangladesh) «Saratusafiyanu» di Etinosa Yvonne (Nigeria) dal progetto «It’s All In My Head» © Etinosa Yvonne, Nigeria
Rica Cerbarano |

Nel libro The Civil Contract of Photography (2008), la teorica Ariella Azoulay definisce la fotografia il risultato di un incontro tra due persone: una scatta la fotografia, mentre l’altra, consapevolmente o meno, viene fotografata. Con queste parole, la scrittrice israeliana introduce uno spostamento di paradigma che apre le porte a una riflessione profonda sul significato politico e civile della fotografia.

Analizzando le dinamiche di potere che stanno alla base di questo incontro tra fotografo e fotografato, Azoulay svela come i meccanismi che lo regolano siano profondamente legati all’ideologia colonialista di cui è imbevuta la cultura occidentale. L’incontro è disciplinato da una sorta di contratto implicito per cui colui che produce l’immagine fotografica ne è riconosciuto come il proprietario, mentre l’individuo ritratto viene completamente tagliato fuori da qualsiasi rivendicazione di autorialità.

In poche parole, Azoulay descrive con meticolosità quel rapporto prevaricante che, sin dagli albori della fotografia, si instaura tra autore e soggetto rappresentato: a partire dalle documentazioni etnografiche di inizio ’900, passando per i reportage di guerra realizzati nel sud del mondo da fotografi spesso provenienti dalle stesse nazioni responsabili dei conflitti in corso, fino alla tendenza esotizzante di una certa fotografia di moda che ha perpetuato una visione idealizzata dei corpi e delle culture africane e mediorientali.

Ma qualcosa recentemente sta cambiando e a guidare questo cambiamento è una nuova generazione di fotografe non occidentali che, attraverso uno sguardo sincero, determinato e, soprattutto, eterogeneo, restituisce un’immagine della propria cultura che non risente di influenze esterne e stereotipate. A supportarle c’è una rete di organizzazioni che cerca di dare voce a narrazioni alternative, ponendosi come obiettivo principale quello di creare nuove prospettive e opportunità per chi fino ad ora non ha avuto i mezzi per esercitare un controllo sulla propria rappresentazione.

Tra queste spicca Native Agency, organizzazione non profit che, come racconta la fondatrice Laura Beltrán Villamizar, «vuole apportare cambiamenti significativi nel fotogiornalismo, facendo in modo che esso sia rappresentativo di diversi talenti provenienti da tutto il mondo. Nel pratico, l’organizzazione mette in contatto giornalisti emergenti, documentaristi e narratori visivi di regioni e comunità sottorappresentate con le principali testate e li presenta a un pubblico globale». Native non è l’unica realtà di questo tipo, ma ce ne sono molte altre: prima tra tutte, Women Photograph, ad oggi la più importante su scala globale.

Decisivo per la nascita di queste organizzazioni è stato l’emergere del movimento #MeToo, che a tutti gli effetti ha rappresentato un campanello di allarme per l’industria fotografica e il mondo dell’arte: affrontare la tematica delle pari opportunità, sia per le donne che per gli individui appartenenti a minoranze sociali e razziali, si è presentata come un’urgenza prioritaria. Anche il movimento attivista Black Lives Matter è stato cruciale in questo senso: molte le fotografe black che hanno documentato in prima linea gli scontri successivi alla morte di George Floyd e le oppressioni a cui sono soggette le loro comunità, delineando un racconto onesto e senza false interpretazioni.

Secondo Villamizar, il fatto di sperimentare sistemi oppressivi in prima persona è ciò che caratterizza il lavoro delle fotografe non occidentali. «Proprio per questo, le loro visioni del mondo sono complesse, piene di sfumature e portano con sé la saggezza e la forza dei leader femminili delle loro comunità», spiega la fondatrice di Native Agency.

Lo sguardo di queste fotografe si posa soprattutto sulle proprie radici e su ciò che, per traslazione, plasma la loro identità personale. Per esempio, Priya Suresh Kambli, fotografa indiana che si è trasferita negli Stati Uniti all’età di 18 anni portandosi dietro tutta la sua vita in una valigia da 10 kg, nel suo lavoro cerca di comprendere la formazione e la frammentazione dell’identità, parte inevitabile dell’esperienza migratoria. «Condividendo la mia storia voglio contribuire al più ampio dibattito culturale sulla narrazione del fenomeno migratorio in un momento in cui la retorica anti-immigrati è in aumento», spiega Kambli. «La necessità di presentare una varietà di prospettive è davvero urgente. La condivisione delle nostre storie ha un impatto civico e sociale; ci aiuta ad apprezzare meglio le nostre differenze ma anche a riconoscere quei fili che attraversano il nostro senso comune di umanità». Il lavoro di Kambli ruota attorno alla sua famiglia e all’eredità culturale che ha contribuito a formare la persona che è ora.

Allo stesso modo, Naveli Choyal, fotografa emergente che vive tra Ajmer e Delhi, racconta: «Fotografo gli oggetti dell’ambiente domestico per comprendere e conservare la cultura e le tradizioni con cui sono cresciuta, che ormai stanno sparendo. Lo faccio non solo per me stessa, ma anche per le generazioni future». Per queste artiste visuali, la fotografia è un modo per comprendere e preservare le proprie origini, ma anche per generare un cambiamento. Come nel caso di Etinosa Yvonne, documentarista nigeriana, che attraverso i suoi progetti si concentra su questioni sociali che passano troppo spesso inosservate. «La fotografia mi permette di approfondire il mio passato e metterlo in discussione. Per me è un mezzo di ribellione, uno strumento attraverso cui non accettare le cose per come sono, ma fare qualcosa per cambiarle», racconta Yvonne.

E prosegue: «Grazie all’impegno di alcuni venuti prima di me, attraverso la fotografia posso contribuire a cambiare la società in cui vivo. Eppure, noi fotografi non occidentali dobbiamo lottare ogni giorno per potere ottenere lo spazio che ci è dovuto. Ancora oggi molti fotografi bianchi arrivano in Nigeria, trascorrono qui alcuni giorni per scattare un servizio e non capiscono nemmeno il contesto della storia che stanno raccontando. Poi tornano a casa e con il progetto che hanno fatto partecipano ai concorsi e vincono dei premi. Noi invece aspettiamo che ci venga concesso di raccontare quello che ci riguarda da vicino. A volte penso che invece di volere a tutti i costi conquistare un posto al tavolo dell’Occidente, dovremmo iniziare a creare i nostri tavoli di discussione, i nostri spazi, le nostre piattaforme dove raccontare le nostre storie».

Le parole di Yvonne riecheggiano i numeri sconcertanti che vengono fuori dalle statistiche di partecipazione al World Press Photo, il concorso fotografico più importante al mondo. Il report del 2021 evidenzia come solo il 7,09% dei partecipanti provenga dal Sud America, il 3,27% dall’Africa e il 4,7% dal Sud-Est asiatico e dall’Oceania. Negli ultimi anni, grazie anche a una politica di awareness portata avanti dall’organizzazione, il numero di partecipanti femminili è aumentato, ma non è ancora abbastanza: le donne corrispondono solo al 19% dei partecipanti al concorso.

Di fronte a queste percentuali desolanti, è evidente come la fotografia, ancora in mano a una stretta cerchia di privilegiati, contribuisca alla reiterazione di una visione monolitica di intere comunità e tematiche sociali. Viene da chiedersi come sarebbe il mondo se di norma le immagini che vediamo ogni giorno fossero scattate da chi vive sulla propria pelle ciò che vi è rappresentato. Se fosse dato più spazio allo sguardo delle fotografe non occidentali, per esempio. Sicuramente, sarebbe un mondo diverso da come ce lo immaginiamo e forse, a lungo andare, anche più giusto.

© Riproduzione riservata «Soha» di Priya Suresh Kambli, India, dal progetto Buttons for Eyes © Priya Suresh Kambli «Muma and Sona» di Priya Suresh Kambli (India) dal progetto «Buttons for Eyes»  © Priya Suresh Kambli, India Uno scatto di Naveli Choyal © Naveli Choyal, India