Lo sbadiglio competente

Il mercato scoprirà che ci sarebbero più soldi da guadagnare se smettessimo di cercare istericamente la novità e le garanzie rigide del fondamentalismo consumista?

Lucio Pozzi |

In fondo, è meglio il mercato che un gran sacerdote o una regina che ti tagliano il collo se non fai quello che vogliono loro. Però mi chiedo se il mercato, per ora dominato dalla ristretta visione inventata a New York, scoprirà che ci sarebbero più soldi da guadagnare se smettessimo di cercare istericamente la novità e le garanzie rigide del fondamentalismo consumista che chiede all’artista di sacrificare la creatività per rendersi compatibile con le regole della distribuzione.

Finirà questo soffocamento? Alcuni artisti dicono che bisogna dare un colpo al cerchio e uno alla botte, sacrificare un po’ di indipendenza per ricevere i vantaggi del sistema. Altri si adattano, anzi calcolano di inventarsi qualcosa che sembri una novità, imparano il manuale dell’avanguardia e da bravi professorini praticano una buona carriera. Si fa qualcosa che non era accettabile, ci si prende le critiche negative, la gente poi si abitua e ti ricompensa come un pioniere. Lo standard è quello che si applica da un secolo, ne risulta il tema più persistente della nostra epoca, cioè lo sbadiglio competente. Altri ancora rinunciano.

Come uscirne? Ci sono dei fermenti interessanti. Già tanti anni fa la scrittrice Carla Lonzi (1931-82), dopo un po’ di tentativi, scoprì che invece del dialogo gli artisti preferiscono il proprio ego. Non sanno che l’incertezza è la linfa della creatività e si impongono una facciata che tira al culto della personalità. Carla uscì dal recinto dei canoni dell’arte e poi indicò possibili vie di sopravvivenza.

Indovinò che l’intenzionalità programmata, le teorie, i raggruppamenti non corrispondono più alla realtà della nostra vita. Il mondo adesso è fatto non di regole ma di atomi che dialogano, ciascuno degno di considerarsi un universo. Una serie di articoli intitolati «Fuoriuscita», di Christian Caliandro su «Artribune» ha reso accessibili le sue idee.

Poi c’è un libro di Marco Meneguzzo, Il Capitale Ignorante, che indica come il mercato dell’arte sia caduto in mano a speculatori che guardano ma non sanno neanche vedere. La vitalità creativa non rinasce nei termini dei ragionamenti passati, ma s’infiltrerà, credo senza regole, violenta, delicata e capillare fregandosene sia dell’erudizione farraginosa sia della novità.

Quando Ulisse fuggiva dopo aver accecato il Ciclope, questi gli chiese il suo nome e Ulisse rispose «Nessuno». Il gigante urlò agli dèi che Nessuno lo aveva accecato. Uno dei modi di uscire dalla gabbia dello sclerotico e compiaciuto discorso attuale è di avere un’identità che semplicemente il ciclope del mondicchio milionario dell’arte non è neanche capace di vedere. Come molti ormai, io desidero essere nessuno.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Lucio Pozzi
Altri articoli in OPINIONI