Lisetta Carmi suona forte

In una grande monografica alle Gallerie d’Italia di Torino oltre 150 immagini, alcune inedite, di un’artista che ha sfidato il perbenismo

Il particolare di uno scatto dalla serie «Italsider, Genova» (1964 ca) © Lisetta Carmi - Martini & Ronchetti
Rica Cerbarano |  | Torino

Su un cartello fuori dalla porta di casa sua, a Cisternino, Lisetta Carmi aveva scritto: «Suonare forte». Un monito gentile e risoluto, da donna pragmatica e trasparente qual era, un invito a entrare nel proprio mondo senza avere paura di osare. A queste parole emblematiche fa riferimento il titolo della mostra che Gallerie d’Italia - Torino dedica alla fotografa recentemente scomparsa a 98 anni. Dopo gli scatti inediti di Paolo Pellegrin, la sede di Palazzo Turinetti in piazza San Carlo dal 22 settembre al 22 gennaio ospita «Lisetta Carmi. Suonare forte», oltre 150 immagini realizzate tra gli anni ’60 e ’70, molte delle quali portate alla luce grazie allo straordinario lavoro di ricerca del gallerista Giovanni Battista Martini, curatore della mostra e dell’archivio Lisetta Carmi.

Nata a Genova nel 1924 da una famiglia borghese di origine ebraica, a causa delle leggi razziali Carmi è costretta a rifugiarsi con la famiglia in Svizzera, dove prosegue lo studio del pianoforte, che al tempo definisce «il suo unico compagno». A guerra finita torna a Genova e dopo il diploma si dedica con successo all’attività di concertista. Nel 1960 si imbatte nella prima grande scelta della sua vita: suonare il piano o vivere per aiutare gli altri.

Il coraggio di seguire il proprio istinto non le manca e così decide di buttarsi a capofitto nella scoperta di quel linguaggio nuovo per lei, che non è semplicemente un codice visivo, ma strumento di indagine e di contatto con l’umanità: la fotografia. In soli 18 anni, Carmi realizza moltissimi servizi fotografici: dalla documentazione delle condizioni lavorative dei portuali di Genova, alle profonde analisi visive della Sardegna, di Belfast e Amsterdam; dallo straordinario reportage sul mondo dei travestiti, diventato un libro di culto, fino ai viaggi in America Latina, Afghanistan e Nepal.

Carmi usa la macchina fotografica per conoscere quell’umanità dimenticata che, all’epoca in cui scatta, troppo spesso resta fuori dall’inquadratura. Al centro delle sue indagini c’è l’essere umano più fragile, con il suo dramma e la lotta per la ricerca di un’identità. «Lisetta ha sempre considerato la fotografia uno strumento di conoscenza e testimonianza, afferma Giovanni Battista Martini. La forza comunicativa delle sue immagini è conseguenza diretta del suo rigore morale, del suo porsi al servizio della verità. Il suo linguaggio fotografico è netto e lucido, denso di una innata capacità compositiva e completezza formale».

Quel suo sguardo empatico, schietto, scevro da filtri edulcoranti si traduce in una lettura critica del suo tempo nel suo significato più impegnato: quello della denuncia, dell’azione e della partecipazione. Il suo obiettivo è sfidare i perbenismi e le convenzioni, spesso legati alla prospettiva unicamente maschile che permea la società.
«La Cabiria» (1965-70), dalla serie «I travestiti» © Lisetta Carmi - Martini & Ronchetti
Divisa in otto sezioni, la mostra celebra la vasta produzione fotografica di Carmi presentando un’ampia selezione dei progetti che l’hanno resa nota in tutto il mondo: c’è, ovviamente, la serie «I travestiti» (esposti anche alcuni scatti inediti a colori), così come «Erotismo e autoritarismo a Staglieno», reportage dedicato alle narrazioni sottintese nella statuaria funebre, messo in dialogo per l’occasione con «Il parto», dove la visione retorica della nascita viene abbandonata a favore di una documentazione più autentica. Una sezione è dedicata alle donne fotografate da Carmi.

«Guardando al suo archivio, emerge un’attenzione costante alla figura femminile, ritratti fortissimi che costituiscono un elemento completamente nuovo per il grande pubblico», commenta Martini. Una parte importante è data al ruolo che la musica ha avuto nel suo percorso di artista: in mostra, la traduzione grafica de «Il Quaderno Musicale di Annalibera» di Luigi Dallapiccola, i cui fotogrammi sono accompagnati dall’opera del compositore, e le fotografie scattate dentro l’Italsider di Genova, presentate insieme alla registrazione dei suoni dell’acciaieria a opera di Luigi Nono. Inoltre, il percorso espositivo comprende anche un prezioso contributo video creato per l’occasione da Alice Rohrwacher.

L’esposizione si configura come il primo di una serie di appuntamenti del progetto «La Grande Fotografia italiana», affidato a Roberto Koch, ed è accompagnata da un public program che approfondisce i temi trattati dal lavoro di Carmi, la cui personalità ha segnato la storia della fotografia. Carmi, infatti, è riuscita a restituire un ritratto complesso del Novecento, evidenziando la diversità e anticipando temi importanti della contemporaneità con un’oculatezza eccezionale. Ciononostante, la fotografia è stata, per lei, solo una fase della sua vita. Il 1976 segna la seconda grande svolta del suo cammino: l’incontro con il maestro indiano Babaji. Comincia così un lungo percorso spirituale che la porta a dedicarsi completamente alla costruzione dell’ashram Bhole Baba a Cisternino, che oggi rimane un’ulteriore testimonianza della sua presenza nel mondo.

La mostra torinese è un omaggio non solo alla fotografa, ma soprattutto alla persona che è stata Lisetta Carmi: una donna che ha avuto il coraggio di essere sempre sé stessa (anche se questo ha significato cambiare strada più volte, ricredersi o ritornare sui propri passi), perseguendo costantemente l’obiettivo di comprendere tutte le sfumature del genere umano.

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