Le nuove coordinate spazio-temporali di Valentino

Con l’aiuto di scultura, design, fotografia, urbanistica, grafica ed effetti digitali, la Maison mette in scena a Pechino una corale collaborazione tra arte e moda che venticinque anni fa sarebbe stata velleitaria e oggi appare necessaria

Uno scorcio della mostra della Maison Valentino a Pechino
Alessandra Mammì |

«La moda è prima di tutto un rituale che prima di tradursi in prodotti è rappresentazione di una figura o di una immagine. Il risultato finale è sempre un oggetto ma è il processo, l’idea per concretizzarlo che interessa...». Spiegava così nel 1996 Germano Celant «Il tempo e la moda», quella sua potente Biennale di Firenze che metteva uno accanto all'altro star della moda, grandi maestri dell’arte, artisti dell’avanguardia. Parole misurate, utili a giustificare un progetto pionieristico in tempi in cui la moda era mal sopportata dalle istituzioni artistiche che non le riconoscevano ancora un trono nell’Olimpo della cultura.

Infatti quell’incontro ravvicinato tra il Rinascimento, le scarpe e i vestiti non ebbe ulteriori edizioni. Ferré al centro delle Cappelle Medicee, Manolo Blahnik nello studiolo di Francesco I a Palazzo Vecchio, Armani agli Uffizi, ma soprattutto gli abiti rosso fuoco di Valentino alle Gallerie dell’Accademia a due passi dal David e dai Prigioni che rompevano la sacralità di Michelangelo, divisero gli animi tra alcuni entusiasmi e molte polemiche.

Eppure ecco: esattamente venticinque anni dopo quell’esperimento, quando ogni frontiera tra le discipline si è dissolta, proprio dalla Maison Valentino parte una sfida del tutto rovesciata. Non è l’arte a essere chiamata in causa per dare peso specifico alla moda, ma sono gli abiti a chiedere all’arte una verifica sulla sua ragion d’essere, in nome di quel desiderio di bellezza che i grandi fashion designer sanno bene come prendere per la coda, persino in tempi liquidi e inafferrabili.

Leader tra loro è Pier Paolo Piccioli, direttore creativo di Valentino, figlio di una generazione che insegue nella storia della moda quel filo rosso capace di legare la memoria degli archivi alla velocità che ci appartiene. In altre parole, unire la grande tradizione di haute couture di un’azienda come la sua alla tecnologia che ha invaso tessuti, colori, forme degli abiti che vestono la nostra convulsa vita. Per definire tutto questo Piccioli ha creato un concetto, Re-Signify: ovvero riprendere le linee guida di un’elitaria tradizione e verificarle alla luce dello street style e di più condivisi valori di abbigliamento.

Ed eccolo mettere alla prova tale paradigma coinvolgendo artisti di diverse provenienze e generazioni in un confronto stretto con gli elementi iconici che lo accompagnano nel suo lavoro creativo. La mostra che la Maison ha messo in scena a Pechino nello spazio espositivo T-10 di SKP South fino al 7 novembre 2021 è l’ibrido risultato che nasce dal rapporto arte-moda alla luce di un’estetica decisamente contemporanea.

Qui, le città magiche dei film di Cao Fei con i personaggi degni di un fantasy che sembrano usciti da una piega del tempo dialogano con l’installazione video di Robert Muller che frammenta il ritmo metropolitano in un puzzle di immagini di taxi, finestre, strade, palazzi. Dettagli a cui risponde il raffinato gioco rubato al quotidiano da un padre dell’avanguardia come Jonas Mekas: diario fatto di piccole eterne cose come una formica che cammina lungo i bordi di una sedia o erbe spontanee che nascono da un muro.

E mentre le sedie di Liu Shiyuan in perenne e instabile equilibrio dondolano su palloncini come figlie di un gioco surrealista, il coreano Yeeksookyung con antichissima pazienza artigianale compone sculture incollando grazie all’oro cocci di scarto dei vasi di maestri ceramisti.

Ci si chiede che cosa vuol dimostrare Piccioli quando accanto a queste prove allestisce esempi che arrivano dalle collezioni Valentino Of Grace and Light e Valentino Code Temporal, dove la forma certa di un’eleganza del Novecento è attraversata dagli eccessi di una nuova sensibilità che scompone e ricompone proporzioni e materia. Il gigantismo extraterrestre di abiti candidi, ad esempio, messo al confronto con le sculture Frankenstein di Xu Zhen che con effetti fuori misura somma corpi neoclassici a statuaria orientale.

Oppure, le metalliche rifrazioni delle piccole borchie aguzze che spuntano da sandali, borse, scarpe da sera e si moltiplicano nei giochi di luce di Gioele Amaro; le fluttuazioni dei tessuti ricchi che esagerano i volumi e le ampiezze accanto agli incastri in bianco e nero di forme ben più asciutte e aderenti ai corpi (o meglio ai manichini di Bonaveri) ci portano esattamente come le opere degli artisti in un mondo intermedio dove passato e futuro appaiono insieme utopici e distopici.

Una sorta di stordimento che spinge sia la moda che l'arte a cercare nuove coordinate spazio-temporali. E a cercarle insieme, con l'aiuto delle immagini in movimento, della fotografia, dell’urbanistica, della grafica e degli effetti digitali in una corale collaborazione che venticinque anni fa sembrava velleitaria e che oggi ci appare invece necessaria.

© Riproduzione riservata Le sedie di Liu Shiyuan nella mostra della Maison Valentino a Pechino Uno scorcio della mostra della Maison Valentino a Pechino Una veduta della mostra della Maison Valentino a Pechino