Le monumentali tele di Celesti viste da vicino

Recuperate molte porzioni di pellicola pittorica originale dei giganteschi teleri nella Basilica di San Lorenzo a Verolanuova. Per vederli, per tre mesi si può salire su un’apposita struttura

La struttura autoportante all’interno della cappella del Rosario, con sei piani di lavoro per il restauro in loco di ambedue i dipinti di Andrea Celesti. Verolanuova, Basilica di San Lorenzo. Foto: Virginio Gilberti
Ada Masoero |  | Verolanuova (BS)

A poco meno di un anno dalla conclusione del restauro dei due grandi teleri di Giambattista Tiepolo, quel vero scrigno di tesori che è la Basilica di San Lorenzo si apre nuovamente per presentare il restauro di altri due giganteschi dipinti, questi di Andrea Celesti (Venezia, 1638-1710), un artista rimasto a lungo in ombra che, in vita, fu invece molto ricercato soprattutto nei territori della Terraferma veneziana. E oggi, a restituirgli il posto che gli spetta, sono proprio gli studi condotti in quest’occasione e la corretta lettura consentita dal restauro di questi due dipinti, che furono la sua ultima grande impresa su tela prima della morte.
«Natività della Vergine» (1707), di Andrea Celesti, dopo il restauro. Verolanuova, Basilica di San Lorenzo. Foto: Virginio Gilberti
Consegnate alla Basilica nel 1707, circa 35 anni prima dei teleri di Tiepolo, le due monumentali tele (10 metri per 5,30 ognuna) con la «Natività della Vergine» e l’«Assunzione», sono state restaurate, come le precedenti, da Paola Guerra e Antonio Zaccaria, di concerto con Laura Sala della Soprintendenza di Bergamo e Brescia. A rendere possibile l’intervento, la famiglia Nocivelli, in memoria di Luigi Nocivelli.
«Assunzione della Vergine» (1707), di Andrea Celesti, dopo il restauro. Verolanuova, Basilica di San Lorenzo. Foto: Virginio Gilberti
Come il precedente, il restauro è stato condotto in loco, senza movimentare i dipinti (evitando il rischio di danneggiarli accidentalmente e di sottoporli a sbalzi termo-igrometrici), dopo la verifica degli elementi strutturali attraverso l’ispezione effettuata introducendo una sonda endoscopica nello spazio tra telaio e muratura: «abbiamo constatato che le strutture, risalenti all’unico, documentato restauro degli anni ’30 del ’900, erano in ottimo stato di conservazione e così pure le foderature, spiegano Antonio Zaccaria e Paola Guerra a “Il Giornale dell’Arte”, sebbene l’intervento di allora sia stato condotto in tempi brevissimi (circa un mese per ogni telero). Il che comportò l’occultamento di parecchio materiale originario con stuccature e ridipinture sovradimensionate che ora abbiamo rimosso, recuperando molte porzioni di pellicola pittorica originale, ancora in buono stato. Ma non solo: in entrambi i teleri abbiamo trovato e riportato alla luce gli stemmi della famiglia Gambara, che in passato erano stati occultati».
«Natività della Vergine» (1707), di Andrea Celesti, particolare dopo la stuccatura. Foto: Virginio Gilberti
Come hanno confermato le ricerche condotte da Giuseppe Fusari e dalla storica dell’arte verolese Laura Sala, le opere furono infatti commissionate da Giovan Battista Rota, amico di Celesti, ma si poterono pagare solo grazie al dono, da parte della contessa Eleonora Gambara Mocenigo, di una collana di 148 perle che, venduta, procurò la somma necessaria. «Il restauro ha rappresentato anche l’occasione, continuano i restauratori, per un esercizio critico sulla tavolozza e sulla tecnica pittorica delle opere. Grazie alla campagna diagnostica condotta da Stefano Volpin e Lucia Giorgi, abbiamo riscontrato che tra i blu, oltre al costosissimo lapislazzuli, Celesti si servì anche della vivianite, un minerale raro (in Italia si trova solo nell’Aretino) ma meno costoso (se ne servirono anche Vermeer e Rembrandt). Ma abbiamo anche scoperto che questo pittore di 69 anni, arrampicato sugli altissimi ponteggi, realizzava innumerevoli abbozzi che poi non si preoccupava di rispettare o di occultare, se non con leggere velature. Abbiamo trovato traccia di una lanterna, poi traslata di 60 centimetri, e di numerosi cambiamenti nelle figure: molto più di semplici “pentimenti” ma vere cifre della sua tecnica compositiva, che abbiamo scelto di lasciare leggibili, dato che non arrecano disturbo alla fruizione complessiva, per documentare lo sperimentalismo di questo artista anche in età avanzata. Basti pensare che in alcuni casi non impastava i colori sulla tavolozza, ma li miscelava direttamente sulla tela».
«Natività della Vergine» (1707), di Andrea Celesti, particolare dopo l’integrazione pittorica. Foto: Virginio Gilberti
Dal 3 dicembre al 25 febbraio prossimo, grazie al progetto «A un passo da Celesti», i teleri potranno essere visti da vicino, da un’alta struttura temporanea, accompagnati da un’audioguida (relativa anche ai dipinti di Tiepolo, nella cappella dirimpetto), mentre gli esiti del restauro e di tutti gli studi saranno pubblicati nel volume di Silvana Editoriale Andrea Celesti a Verolanuova. Restauro e ricerca per un pittore «assai singolare nel modo», a cura di Barbara Mazzoleni, in uscita il 18 dicembre.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Ada Masoero