Le gallerie saranno il volano della ripresa?

Per Mauro Stefanini, presidente Angamc «L’arte potrebbe essere una valida alternativa agli investimenti immobiliari e finanziari»

Franco Fanelli |  | Milano

Era maggio quando Mauro Stefanini, presidente dell’Angamc, Associazione Nazionale gallerie d’arte moderna e contemporanea, inviava a nome dei suoi 188 iscritti, ma anche dei molti altri spazi attivi in Italia, un’accorata lettera aperta al ministro per i Beni Culturali Franceschini. In quel documento, concepito quando la prima ondata della pandemia cominciava a presentare il conto, salatissimo anche per le gallerie, lo si invitava a non ricadere nella storica disattenzione del Governo nei confronti degli operatori del mercato dell’arte. Lettera morta, come spiega lo stesso Stefanini in questa intervista.

«Purtroppo non abbiamo ricevuto risposte. Il patrimonio artistico italiano è unico per ricchezza e vastità e, a fronte di tale abbondanza, è chiaro che gli sforzi delle istituzioni per tutelarlo e valorizzarlo si perdano o si parcellizzino dando l’impressione di non esser mai abbastanza. La mancanza di attenzione di fronte alla nostra richiesta di aiuto ne è una diretta conseguenza e la politica sta compiendo un vecchio errore, quello di demonizzare il mercato, dimenticandosi del sostanziale apporto culturale di cui il sistema dell’arte è un indiscusso foriero, ma anche dell’importante perdita economica che deriverà dal mancato supporto alle gallerie (quindi agli artisti e a tutti gli operatori che gravitano nel sistema arte). Ci fa piacere che il ministro abbia citato teatri, cinema e musei nei suoi interventi in Parlamento ma ci rende perplessi il fatto che si dimentichi che l’85% delle gallerie italiane promuove mostre presso sedi istituzionali e che le stesse realizzano 5mila mostre private all’anno e danno lavoro a circa 15mila persone, considerando chi opera nelle gallerie, gli artisti, i curatori, i restauratori e i trasportatori specializzati. Una gravissima dimenticanza. Perché non guardare agli interventi di chi, politicamente, si è spesso dimostrato più lungimirante di noi italiani? Il programma di aiuti lanciato dal Governo tedesco Neustart Kultur, un miliardo di euro a sostegno del sistema culturale nazionale di cui 16 milioni dedicati alle gallerie d’arte, rappresenta un esempio di come si sostiene il proprio patrimonio culturale, una misura certamente più efficace del silenzio e dell’immobilismo praticati dal Governo italiano.

Proverete a insistere?
Riproporremo quanto già chiesto, ponendo un particolare accento sui due punti più cari ai galleristi: quello relativo all’ArtBonus (la possibilità da parte dei possessori di partita Iva di portare a bilancio l’acquisizione di opere d’arte, ammortizzando il 65% della cifra investita), e quello relativo alla riduzione dell’aliquota Iva nel contesto del mercato primario (si chiede di portarla al 10%, dal 22% attuale, così come avviene nelle vendite tra artista e galleria). Le nostre proposte rappresentano la «benzina» di cui il nostro settore ha bisogno per ripartire e la base fondamentale per porre i nostri operatori sullo stesso piano normativo e fiscale dei nostri colleghi stranieri.

Qual è il settore in maggiore sofferenza?
Le gallerie del contemporaneo che fanno ricerca e che si occupano di giovani, contribuendo in molti casi alle spese di produzione delle opere, sono le più in difficoltà. Gallerie che creano valore culturale e alimentano il dibattito artistico, ma che non possono contare ancora su forti economie, di fronte alla crisi generata dal Covid-19 si trovano ad essere ancora più fragili e vulnerabili.

Comè andata senza fiere?
La mancata partecipazione alle fiere è costata un’importante fetta del fatturato, all’incirca il 40/50%. Molti hanno ovviato con le vendite online, ma non tutti hanno a disposizione opere che oltre a interessare un pubblico nazionale possano incontrare il riscontro di un collezionismo di respiro internazionale. C’è un altro lato della medaglia che è giusto sottolineare, però; la partecipazione agli eventi fieristici rappresenta una delle maggiori voci di spesa tra quelle sostenute dai galleristi e, paradossalmente, molti hanno potuto far respirare i propri conti grazie all’interruzione della stagione fieristica. Questa crisi è un punto di svolta anche nel rapporto con gli enti fieristici: essi stanno pensando a come affrontare il futuro e noi ci proponiamo come interlocutori per trovare insieme soluzioni e opportunità.

Di fronte a quale scenario potremmo trovarci dopo la pandemia?
Nonostante il quadro sia estremamente complesso, sono ottimista. È vero che questa crisi ha messo a dura prova il mondo delle gallerie, ma è altrettanto vero che un auspicabile ritorno alla normalità, per quanto questa possa essere solo lontanamente assimilabile al concetto di normalità pre pandemia, possa coincidere con una ripresa tangibile. I collezionisti hanno voglia di migliorare le loro collezioni ma, data per assodata la passione quale principale motore dell’acquisto, esso potrebbe rappresentare una validissima alternativa agli investimenti immobiliari e finanziari, attualmente più volatili del solito, e una concreta riserva di valore utile a diversificare il portafoglio degli investitori che vogliono porre un rimedio alle loro perdite di questi mesi.

Questo periodo di difficoltà ha ricompattato almeno in parte le gallerie italiane?
L’unione e un numero più consistente di associati sono importanti armi a nostra disposizione per portare avanti le istanze care ai nostri associati. Recentemente abbiamo assistito all’ingresso nell’Angamc di 40 nuove gallerie, per la quasi totalità attive sul versante contemporaneo, e siamo consapevoli che questa piacevole novità rappresenti un’iniezione di energia e un fondamentale spunto per la crescita dell’Associazione. Nuovi associati significano occasioni di confronto, nuove idee, inediti punti di vista e nuove prospettive.

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