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ARCHEOLOGIA

Le archeologhe che reinterpretano la storia

Si chiamano Pastwomen: rivisitano l'antichità per riconfigurare il ruolo e la funzione sociale delle donne

Il gruppo di Pastwomen nel seminario «Patrimonio archeologico e donne: ridisegnando il passato» tenutosi nel febbraio 2018 presso l’Universidad Internacional de Andalucía

Secondo alcuni stereotipi nella preistoria le donne si occupavano solo di attività domestiche e di procreare. I cliché arcaici le relegano a un ruolo inesistente o nel migliore dei casi subalterno a quello maschile, ma la verità è ancora un’incognita. La storia ufficiale è stata scritta all’inizio dell’Ottocento da uomini bianchi di classe alta che hanno eclissato la figura femminile.

La prospettiva di genere non è un’opzione ma una responsabilità: «Studiamo le donne del passato perché abbiamo a cuore le donne del presente», afferma Carmen Rísquez, professoressa di Preistoria dell’Università di Jaén, una delle fondatrici di Pastwomen, una rete creata nel 2007 da 17 archeologhe e ricercatrici per riconfigurare la storia da un punto di vista femminista.

Pastwomen, che insieme al riconoscimento istituzionale e accademico ha ottenuto un finanziamento dal Ministero spagnolo della Scienza e dell’Innovazione, ora è composta di più di 30 ricercatrici di 15 università e musei spagnoli ed europei, raggruppati in 7 team, coordinati da Paloma González dell’Università Autonoma di Barcellona. Ne fanno parte non solo archeologhe, ma anche esperte di diritto, antropologhe, storiche dell’arte e specialiste di diverse discipline.

«Abbiamo accettato un discorso senza basi scientifiche, che ha eclissato le donne proiettando nel passato i pregiudizi del presente» continua la studiosa, sottolineando che tra uomini e donne le differenze sono sempre esistite, ma non la disuguaglianza. La Rísquez, specialista delle società iberiche, assicura che i maggiori progressi sono stati possibili grazie allo studio delle sepolture e alla bioarcheologia che permette di conoscere dati fondamentali relativi alle malattie, all’alimentazione e agli spostamenti, ma soprattutto di identificare il sesso dei resti umani, non solo inumati ma anche cremati.

«La bioarcheologia ha confutato la teoria che tutti i corredi funerari con armi appartenessero a uomini, dimostrando che molte di quelle tombe erano di donne», afferma. Uno dei casi più celebri è quello della Dama di Baza, sepolta con 4 panoplie complete di armi, le cui ceneri sono conservate in un’urna che rappresenta forse proprio la stessa Dama.

«La presenza di armi non indica solo che si tratta di una guerriera, ma ha un significato simbolico del riconoscimento sociale, del potere e dell’importanza di queste donne nella costruzione del lignaggio», spiega la dottoressa Rísquez che ha partecipato agli scavi di Puente Tablas a Jaén, fondamentali per ridefinire la posizione delle donne nella società iberica e riaffermare il loro ruolo nella sfera economica: non si occupavano solo dell’accudimento, ma anche dell’amministrazione e della produzione.

«Le donne partecipavano a tutte le attività, anche ai rituali e ai sacrifici di animali. A differenza dello stereotipo che assegna loro un ruolo passivo, sono molto attive come dimostrano gli ex voto studiati da Carmen Rueda, ritrovati nei santuari iberici della Cueva de la Lobera o di Despeñaperros», spiega l’archeologa.

È evidente che proiettare meccanicamente i modelli del presente nel passato porta a letture erronee, come nel caso delle pitture rupestri. «Abbiamo creduto che gli autori fossero uomini, ma ora grazie all’analisi delle impronte digitali e palmari, stiamo scoprendo che sono opere comunitarie, in cui partecipano uomini, donne e anche bambini», dice la Rísquez, citando i contributi di Margarita Sánchez Romero dell’Università di Granada.

La visione di Pastwomen sta cambiando l’archeologia smontando luoghi comuni e apportando prove e interpretazioni che danno un nuovo valore al ruolo delle donne anche in situazioni belliche. «Non è vero che i clan preistorici devono la loro sopravvivenza alla forza degli uomini. Senza le cure e la solidarietà delle donne, la specie umana si sarebbe già estinta».

Roberta Bosco, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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