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Gallerie

Le api regine sono cannibali

Secondo l’Art Market Report 2018 di Art Basel la forbice tra mega e piccole gallerie si allarga ancora

L’economista Clare McAndrew. © Art Basel

Basilea (Svizzera). L’Art Basel and Ubs Global Art Market Report, appena pubblicato, rivela un mercato sempre più sbilanciato e dominato dai maschi, in cui molte gallerie più piccole sono nella pericolosa situazione di dover fare affidamento per metà del loro reddito su un solo artista. La terza edizione del report, a cura dell’economista e fondatore di Arts Economics Clare McAndrew, ha rivelato che il 63% di vendite realizzate nel 2018 da gallerie sul mercato primario riguarda i loro principali tre artisti, mentre il 42% un solo top artist. Questo dato è più alto per i mercanti con un giro d’affari inferiore al milione di dollari; per loro il 45% delle vendite totali è legato a un solo artista.

Per le gallerie più potenti, con un turnover superiore ai 10 milioni di dollari, c’è una maggior diversificazione, con solo il 29% delle vendite relativo al loro artista di punta. «L’aspetto più interessante è la posizione molto precaria in cui si trovano diverse gallerie del mercato primario, perché il loro reddito è direttamente dipendente da un ristretto numero di artisti e questo vale soprattutto per le attività più piccole, dichiara la McAndrew. Se questi artisti decidono di andarsene, magari per trasferirsi in una galleria più importante, lasciano i loro galleristi in una posizione davvero pericolosa».

Questa precarietà è alimentata da altri due fattori: «Le gallerie di tutto il mondo lamentano il fatto di non riuscire a ottenere finanziamenti dalle banche. Per questo sono costrette a cercare il denaro per restare a galla da ogni altra possibile fonte. A questo si aggiunge il costo molto elevato della partecipazione alle fiere, e il guadagno posticipato, dal momento che difficilmente, per le vendite in fiera i pagamenti sono rapidi. È un settore d’affari molto rischioso».

Questa situazione riflette la natura sempre più sbilanciata del mercato dell’arte mondiale, cresciuto, secondo i dati della McAndrew, a 67,4 miliardi di dollari (il 6% su dodici mesi) nel 2018, il secondo livello più alto in un decennio. L’anno scorso, i mercanti con vendite annuali sotto i 250mila dollari hanno subito il calo maggiore nel volume di affari (18%) e, in media, tutti i galleristi con un turnover sotto i 500mila dollari hanno patito una contrazione delle vendite. Le gallerie sopra i 500mila, invece, sono cresciute tutte, specie ai massimi livelli: quelle con turnover tra 10 e 50 milioni di dollari hanno segnato un +17%, Nel complesso, le vendite sono salite del 7% sui dodici mesi a una cifra stimata in 35,9 miliardi di dollari.

L’irruzione dei millennial

Questa situazione si riflette nel mercato delle aste: nel 2018 le opere vendute sopra il milione di dollari (appena l’1% dei lotti) hanno costituito il 61% delle aggiudicazioni che hanno totalizzato, secondo i dati di Clare McAndrew, 29,1 miliardi di dollari (+3%). Il mercato è molto concentrato in Stati Uniti, Regno Unito e Cina, che insieme contano per l’84% delle vendite totali per valore.

Guidano la classifica gli Stati Uniti, con una percentuale del mercato del 44% e vendite che raggiungono i 29,9 miliardi di dollari, ossia il valore più alto di tutti i tempi. Rallenta la crescita della Cina, con una diminuzione dell’offerta e un calo nelle vendite del 3% a quota 12,9 miliardi di dollari. Le aste online restano più dinamiche ai livelli bassi del mercato, con un nuovo record di 6 miliardi di dollari nel 2018 (+11%), una crescita doppia rispetto al resto del mercato.

Su 600 soggetti con ingenti patrimoni, il 93% ha dichiarato di aver comprato da piattaforme online. I millennial sono anche la generazione di acquirenti più attiva nel mercato dell’arte: sono circa la metà dei collezionisti che spendono regolarmente un  milione di dollari o più. «Le caratteristiche legate alla provenienza degli acquirenti sono ormai obsolete. È il riflesso della globalizzazione e dell’importanza di internet che ha cambiato il modo in cui le persone si avvicinano all’arte», conclude la McAndrew.

Anna Brady, da Il Giornale dell'Arte numero 396, aprile 2019


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