La voce post coloniale della biennale e dintorni

Report Day 3 | Dalla mostra ai Padiglioni nazionali al nuovo avamposto di Patrizia Sandretto artisti e minoranze raccontano un’altra storia

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Jenny Dogliani |

Con cinque nuove partecipazioni nazionali (Camerun, Namibia, Nepal, Oman e Uganda), il Padiglione dei Paesi nordici «ceduto» alla popolazione indigena Sàmi (composta da circa 80mila persone tra Norvegia, Finlandia, Svezia e Russia, comunemente ed erroneamente chiamati lapponi), due artiste donne e di colore a rappresentare le due super potenze occidentali, Stati Uniti (Simone Leigh) e Gran Bretagna (Sonia Boyce) e la dura critica alle politiche imperialiste che l’Olanda, attraverso l’opera di Kristina Norman e Bita Razavi, rivolge a se stessa, questa è senza dubbio la Biennale del post colonialismo.

E se, come diceva Wiston Churchill, «la storia è scritta dai vincitori», Cecilia Alemani ha lanciato l’invito e il tentativo non tanto di riscrivere la storia, sarebbe stato demagogico e pretenzioso, ma di raccontarne anche un’altra, quella delle minoranze (quasi sempre oppresse). E ciò che sorprende è che la loro non sia una voce di lamento e sofferenza, come ci si potrebbe invece aspettare, ma di speranza e di trasformazione.

La voce è uno degli elementi cardine su cui alcuni artisti impostano la propria opera, modulandola e plasmandola come materiale scultoreo. Sonia Boyce, per esempio, utilizza le vibrazioni delle corde vocali di cinque musiciste nere per esprimere una condizione di libertà, per fare una rappresentazione intima ed emotiva della propria identità e creatività. Le performance vocale, filmate con filtri colorati nel celebre studio di registrazione londinese di Abbey Road (tempio della musica bianca dove hanno inciso dai Beatles ai Rolling Stones), sono visibili su schermi incastonati su pareti decorate con colorate e geometriche carta da parati, materiali di archivio, memorabilia, copertine di vinili, cd e blocchi geometrici che simulano concrezioni di pirite, l’oro degli stolti, così ribattezzata in epoca coloniale secondo l’abitudine di giudicare in chiave negativa costumi e valori diversi dai propri. La voce è il mezzo attraverso cui l’uomo tramanda da sempre storie e memorie individuali e collettive ed è l’occasione per una nuova e diversa capacità di ascolto.

Ed è ancora la voce di una minoranza quella con cui l’artista non binario, performer, poeta e studioso Jota Mombaca, 31enne brasiliano, ha presentato sull’Isola di San Giacomo il nuovo avamposto veneziano di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, tra gli eventi più attesi dal jet set internazionale dell’arte in laguna. Curata da Hans Ulrich Obrist, la performance è il canto di un mare agitato e burrascoso che sta per ridefinire i confini delle terre emerse, come il lungo telo che l’artista, insieme ad altri performer vestiti come alghe e creature mitologiche, toglie dall’acqua e tenta senza successo di contenere sulla terra ferma, confrontandosi con un’energia troppo potente con la quale non gli resta che entrare in comunione o soccombere. L’isola, su cui nell’XI secolo era stato costruito un monastero, diventata un insediamento militare in epoca napoleonica, scenografia dell’opera di Alighiero Boetti «Io che prendo il sole a San Giacomo», era abbandonata da diversi decenni. Lunedì partiranno i lavori di ristrutturazione per realizzare spazi espositivi, di residenza per artisti e di ricerca per la transizione ecologica. Sarà pronta per la prossima biennale.

Un’altra creatura mitologica legata all’acqua, elemento fondamentale per la vita, è protagonista del Padiglione della Danimarca, rappresentata da Uffe Isolotto. Qui, però, il senso di pericolo dell’energia che l’acqua veicola si è già trasformato in morte, in stasi. Un gigantesco centauro giace infatti a terra, privo di vita, circondato da zolle di terra umide e scure, con un odore acre, come se il mare si fosse appena ritirato per alzare il sipario su questa terra desolata. In un altra stanza lo stesso centauro pende dal soffitto, impiccato a una catena, sul pavimento i suoi organi espellono le ultime gocce di una linfa azzurrognola, flebili tracce della vita che li sta abbandonando. Anche la forma e la figurazione sembra disgregarsi lentamente, in un a sorta di ammasso informale.

Un cuore pulsante, costituito da una calda luce intermittente incastonata in un involucro di listelli di legno illumina a tratti la buia sala centrale del Padiglione della Svizzera. L’opera di Latifa Echakhch è composta da grandi sculture, parzialmente bruciate e annerite, forme morbide e sinuose ispirate a parti del corpo, come cuore, mani e gambe, che evocano un rituale del fuoco, comune a molte culture tribali o antiche che innescano nello spettatore una percezione amplificata del proprio corpo e delle forme alla base della sculture. Anche qui non mancano i richiami all’Arte informale, alle bruciature, per esempio, di Burri.

La stasi e l’energia, la trasformazione della materia e le dinamiche alla base della formazione della terra attraversano l’ipnotica installazione del Padiglione di Malta, opera dell’artista italiano Arcangelo Sassolino e dei maltesi Giuseppe Schembri Bonaci e Brian Schembri. Nell’oscurità piccoli getti di colate incandescenti cadono ritmicamente in vasche rettangolari colme d’acqua fredda, delineando suoni e linee geometriche che mettono in scena la forza della natura e il tentativo dell’uomo di piegarla, con un rimando all’arte cinetica e ai fuochi artificiali di Giacomo Balla. La natura si riprende il suo spazio e forma nuovi paesaggi e nuovi modelli, naturali, come nel Padiglione dell’Uzbekistan, o rimodulati dall’intelligenza artificiale, come nel Padiglione della Cina.      

Fuori dalla mostra centrale, che privilegiava sculture e dipinti (per la quasi totalità delle opere esposte), l’arte torna a declinarsi in diverse forme e linguaggi: grandi installazioni ambientali, performance, video e fotografie, arte digitale e contaminazioni con intelligenza artificiale e tecnologie robotizzate, arte astratta geometrica, informale, concettuale, figurazione iperrealista, naif. Sono molte le fonti a cui gli artisti guardano per elaborare la propria pratica e raccontare la propria storia. A volte non scevri da un po’ di accademismo, come nel Padiglione dell’Ungheria, dove il tema della mostra è declinato dalla millenial Zsofia Keresztes con colorate sculture in mosaico d’ispirazione surrealista in cui sembra però predominare l’elemento decorativo.

Non mancano, infine, le manifestazioni più strettamente legate ai social e ai loro device, alla nuova idea di comunità e relazioni con tutti i limiti accelerati dalla pandemia; temi, forse, un po’ triti e ritriti in cui non è sempre facile dire qualcosa di nuovo o di particolarmente profondo, se affrontati sempre dal medesimo punto di vista. Nel Padiglione della Finlandia, un po’ debole dal punto di vista estetico, Pilvi Takala produce video e un gigantesco schermo di telefono su cui scorre un chat di Wapp e in cui analizza il concetto di libertà, privacy e sorveglianza negli spazi cittadini della società neo liberale.

Chissà se con lo spettro della guerra nucleare e mondiale che prende forma ai confini dell’Europa, se con una pandemia che ridisegna pratiche, contatti e confini della socialità e dei suoi spazi non siamo già, come questa biennale sembra suggerire, all’inizio di una nuova fase della storia, agli arbori di un diverso equilibrio mondiale che fra decenni, o forse secoli, farà dell’Occidente la nuova minoranza.

BIENNALE DI VENEZIA

© Riproduzione riservata Un momento della performance di Jota Mombaca sull’isola di san Giacomo
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