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Musei

La visione di Chiara Parisi sul Pompidou-Metz

La direttrice italiana: «Punto sull'architettura di Shigeru Ban, su una scuola d’arte e su Cattelan cocuratore della mostra su Arcimboldo. Il ruolo del digitale sarà enorme»

Chiara Parisi. © Philippe Lévy

«Poter lavorare con la collezione pubblica più importante al mondo è eccitante. Il Pompidou di Metz non ha la collezione permanente, avendo il privilegio di accedere alle collezioni di Parigi e di avere la priorità sui prestiti. Voglio utilizzare al massimo questa possibilità. Sono stata fortunata perché ho sempre lavorato in architetture molto belle, ma questo museo, concepito apposta per noi dall’architetto giapponese Shigeru Ban, è uno strumento di lavoro straordinario, dove, per la prima volta, posso programmare più mostre simultaneamente». Chiara Parisi è alla testa del Centre Pompidou-Metz dal 2 dicembre 2019.

La storica dell’arte, nata a Roma nel 1970, ha vissuto parte della sua carriera in Francia: prima come direttrice del Centre international d’art et du paysage, su un’isola del Lago di Vassivière (dal 2004 al 2011), poi prendendo la direzione artistica della Monnaie de Paris (dal 2011 al 2016), dove ha organizzato tra l’altro un grande retrospettiva di Maurizio Cattelan.

Dopo una parentesi romana nell’Accademia di Francia a Villa Medici (2017-19), dove ha presentato anche i lavori di Anne e Patrick Poirier, è tornata in Francia prendendo le redini di un museo giovane, aperto nel 2010, in una regione di frontiera, ma «fratello» di una delle maggiori istituzioni in Francia. Facciamo il punto sulla sua visione futura per il museo e su come sta affrontando la crisi sanitaria.

Quali progetti ha per il Pompidou-Metz?

Innanzitutto metterne ancora di più in risalto l’architettura. Abbiamo cominciato a lavorare sulla struttura per restituire al museo la trasparenza del progetto iniziale di Shigeru Ban e Jean de Gastines. Durante i mesi di lockdown inoltre abbiamo aperto una prima estensione del museo, installando nel giardino, in modo permanente, il «Paper Tube Studio» che Shigeru Ban fece montare sui tetti del museo di Parigi per lavorare sul progetto del Pompidou-Metz. È una struttura a tubo di legno e cartone con degli oblò. È qui che l’architetto, su invito di Sébastien Thiéry, politologo residente a Villa Medici, disegnerà una barca per la flotta di SOS Méditérranée. L’Unesco appoggia il progetto. Sarà l’«estensione marittima» del Pompidou-Metz. Presenteremo il modellino nel maggio 2021 per la festa dei 10-11 anni del museo, che abbiamo dovuto rinviare. Ho anche un altro progetto: su un terreno adiacente al museo, il triangle d’or, vorrei creare una scuola che veicoli l’idea della pedagogia dell’arte del Centre Pompidou. Un piccolo padiglione che spero si possa realizzare in cinque anni.

Sono progetti a lungo termine. Che cosa prevede per i prossimi mesi?

In gennaio apriamo una mostra di architettura sulle strutture gonfiabili dagli anni ’50 ai giorni nostri. Sarà spettacolare. Proponiamo anche una mostra sul tema «Scrivere è disegnare», in cui si accostano figure come Roland Barthes e Van Gogh. Per la mostra tematica annua ispirata alla collezione del Centre Pompidou ho scelto il tema dell’ossessione. Inoltre Katharina Grosse realizzerà per noi un’opera monumentale. E poi c’è la grande mostra di fine maggio 2021 su Arcimboldo, con Maurizio Cattelan come cocuratore e la scenografia dei fratelli Campana. Mi sta particolarmente a cuore poiché il mio amore dell’arte nacque proprio grazie ad Arcimboldo, che scoprii nel 1987 in gita scolastica a Venezia. Solo di recente, rispolverando il vecchio catalogo, ho scoperto che quella mostra fu curata da Pontus Hultén, il primo direttore del Centre Pompidou. Abbiamo prestiti straordinari, con i disegni di Arcimboldo dagli Uffizi e «La Flora» della Real Academia di Madrid. All’epoca Pontus dichiarò che Arcimboldo è una figura chiave dell’arte contemporanea. Ed è in questo senso che faremo la mostra, con uno sguardo particolare ai surrealisti che furono molto vicini ad Arcimboldo. Da Parigi abbiamo avuto il via libera per alcuni capolavori del XX secolo.

Con il Coronavirus che cosa cambia per le mostre internazionali?

Vorrei dire innanzitutto che c’è una bellissima empatia tra musei. Con il Covid-19 tutti siamo nella stessa situazione, per i budget più fragili, per i rinvii delle mostre, i visitatori meno presenti. Molti direttori hanno dovuto modificare le loro mostre, altri hanno deciso di annullarle per motivi economici o perché mancavano opere essenziali. Noi abbiamo deciso di aprire tutto il programma, con sette nuovi progetti, sei sin da giugno e la mostra «Yves Klein» a luglio, ma abbiamo dovuto rinunciare ai prestiti dal Giappone, che costituivano una parte importante dell’esposizione. In pieno lockdown i curatori e gli scenografi hanno dovuto lavorare per togliere le parti che contenevano prestiti. Per Arcimboldo i prestiti saranno soprattutto europei o addirittura nazionali. Ed è in questo senso che si pensa per il prossimo futuro.

Come sta andando il periodo di post lockdown?

Abbiamo fatto la scelta di aprire prestissimo, sin dal 12 giugno, e di fare economia in altri settori, ma di mantenere le mostre, anche per rispetto verso chi ci ha lavorato, pur sapendo che avremmo perso un’alta percentuale di visitatori. In aprile avevo fatto una stima pessimista, cioè che avremmo perso il 90% del pubblico nei primi tre mesi di riapertura, da giugno a settembre. La realtà è meno peggio delle previsioni: la prima settimana di riapertura eravamo a -70%, a luglio a -49%. Ma perdere il 50% di pubblico per noi rappresenta un danno enorme, perché è durante l’estate che realizziamo il nostro fatturato. In tutto, dall’inizio del lockdown, abbiamo perso il 10-15% degli introiti. Ciò che più conta, però, è che il pubblico sta tornando. Misure di sicurezza rigorose sono applicate, ma ho deciso di non «medicalizzare» il museo. La visita si fa in modo sereno. Gli spazi sono ampi e possiamo accogliere fino a 200 persone in contemporanea, contro 380 in tempi normali.

Durante il lockdown i musei sono stati molto attivi sul web. Qual è il futuro del digitale?

Alcuni musei, come il Louvre, sono stati molto creativi e hanno realizzato un’incredibile trasmissione di conoscenze. Devo dire che a Metz per l’aspetto digitale e la presenza sui social siamo stati aiutati dagli artisti più giovani che ci hanno consentito di continuare a parlare al pubblico. Durante il lockdown abbiamo svolto soprattutto un’azione sul territorio, per esempio con degli atelier negli ospedali. Sviluppare il digitale dovrà essere dunque in futuro una nostra priorità. Ma tutto ciò che riguarda la tecnologia richiede tempo, oltre che investimenti. Questo periodo ha mostrato che il ruolo del digitale sarà enorme in futuro per i musei. Noto anche la tendenza delle mostre digitali che attirano pubblico. Si potrebbe sviluppare anche un filone artistico in questo senso, anche se non credo che l’arte diventerà unicamente virtuale. Ma è sicuro che in tutte le grandi crisi il gusto cambia.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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