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La rinascita difficile di Beirut

La città piange i morti e valuta i danni a musei, gallerie e studi d’artista. Per alcuni il cambiamento verrà dal disastro. Ma molti hanno perso la speranza

Un uomo guarda da una finestra verso le rovine del quartiere di Mar Mikhael, uno dei numerosi quartieri storici di Beirut che hanno subito l’urto dell’esplosione. © Marwan Naamani/Dpa/Alamy Live News

Nel settembre 2019, in occasione del decimo anniversario della Beirut Art Fair, l’artista libanese-senegalese Hady Sy ha svelato la sua scultura «The Wall of Hope» all’esterno del lussuoso Le Gray Hotel. Sull’ex Linea verde che divideva Beirut est e ovest, l’opera evocava una gigantesca recinzione di ferro aperta da un buco. Terrorizzato che l’opera potesse cadere sulle persone che vi si arrampicavano, Sy ha fatto incastonare l’opera alta cinque metri in una fondazione in acciaio e cemento di 11 tonnellate. «Il mio “Muro della speranza” ha assistito a tutta la rivoluzione e al Coronavirus. A volte è stato utilizzato per proteggere la polizia, a volte è stato utilizzato per proteggere i rivoluzionari».

La devastante esplosione del 4 agosto al porto di Beirut ha travolto il Le Gray Hotel e ha raso al suolo la sede della Beirut Art Fair nella Seaside Arena «come un’omelette», ha detto lo staff. Sy stesso ha trascorso i momenti successivi cercando freneticamente di trovare un ospedale per la sua fidanzata, gravemente ferita. Troppo stordito per chiedersi quale fosse il destino della scultura mentre raccoglieva i vetri rotti e le attrezzature del suo studio, l’ha rivista per la prima volta, ancora in piedi, nelle immagini televisive sulle nuove dimostrazioni causate dalla furia del disastro, da molti giudicato evitabile.

L’esplosione del porto di Beirut ha provocato quasi 200 morti, migliaia di feriti e più di 300mila senzatetto, ma ha anche colpito il cuore della comunità culturale della città. I quartieri più danneggiati (Gemmayze, Mar Mikhael e Ashrafiyyeh) erano stati in gran parte risparmiati dalla distruzione su vasta scala provocata dalla lunga guerra civile del Libano, tra il 1975 e il 1990.

Nei primi anni di questo secolo, gli edifici coloniali ottomani e francesi con le loro case in pietra dai soffitti alti erano stati lentamente e amorevolmente restaurati; le strade tortuose in cui si trovavano erano piene di bar, ristoranti, librerie, editori e gallerie d’arte. Molte di queste aree hanno subito le maggiori conseguenze dell’esplosione, con la morte di diverse figure molto amate del mercato dell’arte locale e danni a 640 edifici storici.

La Galerie Tanit, che aveva aperto nei pressi del porto nel 2012 ed è gestita da Naila Kettaneh Kunigk, è stata distrutta; l’architetto dell’edificio, Jean-Marc Bonfils, è stato ucciso nelle sue sale con altre quattro persone. Come «un memoriale a Jean-Marc», dice Kettaneh Kunigk, l’artista Abed Al Kadiri, la cui mostra è stata distrutta, ha ricoperto le pareti con quadrati di carta pieni di alberi dipinti. «Non voglio pensare alla speranza. Ma come posso sfuggire alla mia memoria e a queste immagini orribili?», dice Al Kadiri.

L’ultimo decennio ha visto una straordinaria varietà di attività culturali a Beirut; una nuova rinascita, che non fa che sottolineare ciò che ora potrebbe essere perso. Alla prima fiera d’arte è poi seguito il primo padiglione del Libano alla Biennale di Venezia del 2013, che ha anticipato l’apertura dello splendido Beirut Exhibition Center in una nuova area di sviluppo vicino al porto, altro momento importante. Il Mim Mineral Museum è stato aperto nel 2013, nel campus di St Joseph vicino al Museo Nazionale. Nel 2015, dopo sette anni di restauro, riapriva il gioiello della corona, il Sursock Museum.

In quegli anni effervescenti erano in programma altre iniziative. Il Museo d’Arte di Beirut doveva sorgere di fronte al Museo Nazionale per esporre la collezione nazionale di arte libanese. Il Museo di Storia di Beirut doveva essere costruito sotto la Piazza dei Martiri, e forse per fortuna non è stato così. «Doveva essere tutto di vetro; si trattava di trasparenza, letteralmente e in senso metaforico. La vista dal tetto avrebbe messo in collegamento l’intera città», afferma la direttrice del Museo Nazionale, Anne Marie Afeiche.

Ora suggerisce una storia più grande da raccontare, «per riformulare il discorso, riconnettersi con la realtà, per parlare di distruzione e ricostruzione, di un luogo in cui le persone hanno vissuto e muoiono». Quello che era cominciato con tante speranze ha iniziato a essere schiacciato dalla crisi economica, culminata nella rivoluzione avviata nell’ottobre 2019, che ha portato nelle strade i libanesi di tutte le comunità. Musei e gallerie sono stati solidali. Tutti volevano che l’amnesia della guerra civile venisse dissipata e, insieme, si mettesse una fine alla corruzione.

Oggi c’è disperazione e un’enorme tristezza per le vite perse così inutilmente, ma anche una forte motivazione a ripulire, salvare, rimanere forti e non essere sconfitti. Il Beirut Art Center, uno spazio sperimentale nel centro della città, è ora un rifugio per artisti i cui studi sono stati distrutti. Ma c’è anche un nuovo timore: due protagonisti nella comunità artistica parlano esplicitamente di una fuga precipitosa dalla città per chi ha la possibilità di lasciare il Libano. «Il futuro non sembra buono, afferma l’artista Alfred Tarazi. Come Maurice Shehab, il primo direttore del Museo Nazionale che durante la guerra civile ha nascosto i suoi tesori, dovremmo costruire bare di cemento per proteggere tutto».

Hady Sy, che ha vissuto l’11 settembre come artista per poi lavorare a New York, vive a Beirut da dieci anni e sostiene che vi rimarrà. «Ogni giorno penso di andarmene, ma credo che non potrei comunque scappare da ciò che è successo il 4 agosto. Non potrò mai lasciare tutto quell’orrore alle spalle. Devo conservarmi forte per provare ad avere un piccolo ruolo nella ricostruzione di questa bellissima città».

Tim Cornwell e Venetia Porter, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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