La «nuova scoperta» di Zahi Hawass

Il celebre archeologo egiziano non rinuncia ai suoi colpi di scena mediatici

Francesco Tiradritti |  | Il Cairo

Zahi Hawass annuncia la scoperta di quella che definisce la «Città dorata perduta» di Aten ed è subito scandalo. Nessun egittologo riesce infatti a spiegarsi come rovine già note da tempo possano considerarsi perdute e, soprattutto, dove sia l’oro. Ma chi conosce l’estroverso Zahi Hawass è abituato a questi exploit e sa che il grande comunicatore egiziano riesce sempre a catturare l’attenzione.

La «città dorata perduta» di Zahi corrisponde in realtà a una serie di unità abitative che archeologi egiziani avevano cominciato a scavare nel settembre scorso nel deserto della riva ovest di Luxor, poco a nord del tempio di Ramesse III a Medinet Habu.

La notizia ha comunque infiammato Internet che in poche ore si è riempita di notizie relative alla «città invano cercata da molte missioni straniere». I commenti istantanei e prolifici sono stati naturalmente quelli dei predatori del «like» perduto che commentano, battibeccano, mostrano fotografie esclusive, asseriscono di avere individuato le rovine da foto satellitari e così via.

Che nell’area vi fosse qualcosa, e più precisamente un insediamento, lo si sapeva dai sondaggi e scavi compiuti nell’area già agli inizi del XX secolo. Difficile è però ancora precisare la vera natura di quanto recentemente riportato alla luce. L’archeologia ha i suoi tempi e prima di giungere a conclusioni sono sempre necessarie accuratissime riflessioni.

Malgrado i toni altisonanti, le notizie riportate dal comunicato stampa diffuso dal Ministero delle Antichità egiziano sono abbastanza scarse e finalizzate ad avvalorare la tesi che quanto riportato alla luce corrisponda alle propaggini più settentrionali di Malqata, la città-palazzo edificata da Amenofi III (1287-1350) sulla riva Ovest di Luxor. Le rovine rese note fino a questo momento gli attribuiscono un’eccezionale estensione; qualora vi si includesse anche l’area ove stanno scavando gli archeologi di Zahi Hawass,  diventerebbe uno dei centri urbani più vasti di tutto l’antico Egitto e questo appare alquanto anomalo se si tiene conto che si tratta di un periodo di occupazione ristretto a pochi anni.

Un’analisi un po’ più approfondita propone un’alternativa a questa interpretazione. Quanto riportato alla luce dagli archeologi egiziani trova infatti un preciso riscontro nelle strutture identificate a un centinaio di metri di distanza dai francesi Robichon e Varille negli anni Trenta del secolo scorso, nel corso degli scavi dell’area in cui sorgeva il tempio dedicato ad Amenofi figlio di Hapu. Architetto di Amenofi III, dopo la morte fu il destinatario di un culto molto sentito che perdurò per molti secoli.

Al di sopra ai resti del tempio di Amenofi figlio di Hapu, Robichon e Varille avevano rinvenuto costruzioni in mattone crudo riferibili ai resti di un atelier per la produzione di vasellame e mattoni, di abitazioni e a tronconi di mura di contenimento a sviluppo ondulato. Secondo quanto affermato in una loro pubblicazione i due francesi affermavano trattarsi dei resti di un insediamento di difficile datazione ma sicuramente posteriore all’abbandono del tempio e all’ utilizzo successivo dell’area come luogo di sepoltura per persone di ceto non elevato.

La situazione messa in luce da Zahi Hawass non appare molto diversa ed è assai probabile che la «Città dorata perduta» non sia altro che una porzione del medesimo centro urbano e che i reperti riferibili al regno di Amenofi III, così come tutti i mattoni crudi stampigliati con il nome del sovrano, provengano proprio dal tempio di Amenofi figlio di Hapu. Il loro riutilizzo nelle strutture più recenti indicherebbe soltanto che il costruttore non disponeva di molti mezzi.  E spiegherebbe anche la mancanza assoluta di oro.

La ricerca archeologica in Egitto troppo spesso è ancora intesa come una caccia al tesoro e fatica a liberarsi dai fantasmi di «cose meravigliose» che cercavano Carter, Carnarvon e i loro contemporanei. Ma quello che cento anni fa era legittimo, non lo è più oggi in un mondo che si pone ben altre domande e coltiva aspettative diverse. Lo studio delle antichità persegue altri obiettivi: il miglioramento della conoscenza del passato anche nei suoi aspetti minimi risulta prioritario. Da questo punto di vista un agglomerato urbano così ben conservato come quello che gli archeologi egiziani stanno riportando alla luce rappresenta una vera miniera che necessita soltanto di essere sfruttata. Ma potrà esserlo soltanto se applicheranno una rigorosa metodologia di scavo tenendosi lontani da inutili e anacronistici sensazionalismi.

© Riproduzione riservata Oggetti di corredo funerario recuperati nel corso degli scavi ad Aten Il sito di Aten
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