La narrazione per immagini nel mondo antico

Francesca Ghedini indaga un arco cronologico ampio, dall’VIII secolo a.C. sino alla media età imperiale romana, per soffermarsi sulle iconografie significative ed esemplari

Un particolare del Mosaico dell’Antro delle Sorti (fine del II secolo a.C.), Palestrina
Giuseppe M. Della Fina |

«In una società poco alfabetizzata quale era quella antica, l’immagine aveva una forza comunicativa pari, se non superiore, a quella della parola, scritta o recitata»: così osserva Francesca Ghedini nel suo nuovo libro dedicato a esaminare la narrazione per immagini nel mondo antico. Lo sguardo attraversa un arco cronologico ampio: dall’VIII secolo a.C. sino alla media età imperiale romana e quindi un millennio, e si sofferma su numerose opere: ceramiche, sculture, affreschi realizzati per l’ambito pubblico (templi, edifici civili), privato (abitazioni) o funerario (tombe).

La sua attenzione si è incentrata, in particolare, sulle conquiste realizzate dagli artisti e dagli artigiani antichi per fare in modo che l’immagine, statica per sua natura, diventasse una narrazione (come accade, in fondo, nel cinema) così da tentare di rendere al meglio il patrimonio di miti e storie, frutto di una lunga tradizione in origine orale e poi fissata in testi scritti, che costituivano il bagaglio di conoscenze e di valori delle società antiche. Gli espedienti individuati dovevano essere in grado di rendere il momento raffigurato ritenuto particolarmente significativo ed esemplare, ma al contempo di alludere al prima e al dopo così da dare conto della dinamicità del racconto.

Tra le opere più antiche analizzate vi sono due vasi ben noti: l’Olpe Chigi, rinvenuta a Veio e ora esposta a Roma nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, e il cratere firmato dal vasaio Ergotimo e il pittore Clizia noto come Vaso François dal cognome dello scopritore che lo rinvenne a Chiusi. Nelle due opere, databili rispettivamente al 630 a.C. e al 570 a.C., vennero sperimentate soluzioni destinate a durare a lungo e in grado di dare l’idea dello svolgersi delle azioni raffigurate. Non va dimenticato, inoltre, che esse erano realizzate per fruitori aristocratici che si riconoscevano o, almeno, aspiravano a riconoscersi nei valori trasmessi dalle immagini e dai sottostanti racconti epici e mitici.

Per esaminare il modo procedere ci si può soffermare su una coppa laconica che raffigura un episodio ben noto, narrato nell’Odissea (IX, versi 215-566), ovvero l’accecamento di Polifemo. La raffigurazione fissa il momento decisivo: Ulisse e tre sodali stanno spingendo un palo di ulivo nell’occhio del Ciclope. Ma Ulisse ha in mano il contenitore con il quale aveva offerto il vino a Polifemo rendendolo debole e quindi attaccabile; quest’ultimo, a sua volta, ha in mano, gli avanzi dei corpi smembrati dei compagni di Ulisse, che in precedenza aveva mangiato.

Quindi c’è tutto il racconto di quello che era accaduto nell’antro del Ciclope. Un racconto mitico che ritorna secoli dopo nell’affresco di un ambiente della Villa di Boscotrecase (Na): qui c’è il riferimento a Polifemo che, dopo l’accecamento, getta dall’alto un masso verso la nave di Ulisse che si sta allontanando; ma contemporaneamente a un momento precedente della vita del Ciclope: il suo innamoramento per Galatea, un racconto cantato forse per primo da Filosseno di Citera e divenuto di moda nella prima età imperiale. Qui il racconto va quindi ancora più indietro nel tempo e fonde fonti letterarie diverse.

Lo sguardo degli antichi. il racconto nell’arte classica,
di Francesca Ghedini, 407 pp., 46 tav., 67 ill., Carocci Editore, Roma 2022, € 43

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