La luce di Delight Lab sul nuovo Cile di Gabriel Boric

Dalle proiezioni luminose sulla Torre Telefónica nelle proteste nel 2019 alla questione del popolo Mapuche, Andrea e Octavio Gana sono gli artisti simbolo di un Paese che ha cambiato pelle

Zona de Sacrificio, Termoeléctrica Ventana 2018 © Octavio Gana DELIGHT LAB Cortesia Juan de Dios Valdivieso «Humanidad», maggio  © Gonzalo Donoso
Fabio Bozzato |  | Santiago del Cile

Una notte di ottobre del 2019, alzando lo sguardo sulla grande Torre Telefónica nel centrale quartiere di Providencia a Santiago del Cile, i cileni hanno trovato una scritta luminosa visibile in tutta la capitale: «Dignidad». La sera prima, il presidente Sebastian Piñera aveva decretato il coprifuoco, preso alla sprovvista dalle proteste scoppiate per l’aumento del biglietto della metro. A maneggiare il proiettore da una finestra di un edificio di fronte alla Torre Telefónica erano i Delight Lab, duo di artisti composto dai fratelli Andrea Gana (1985) e Octavio Gana (1983), che utilizzano videomapping e coreografie luminose nella scena urbana.

Mentre nelle strade le proteste diventavano un’onda di popolo e niente poteva la repressione selvaggia delle forze dell’ordine, i due fratelli salivano ogni sera nell’edificio a proiettare una frase diversa: «No Estamos en guerra», «Estamos unidos», «Chile despertó», «Por un nuevo país» e altre. Le proiezioni hanno fatto il giro del mondo, diventando il simbolo di un Paese che stava cambiando pelle. L’onda sociale è confluita in un’assemblea costituente, che sta per scrivere una nuova Carta Magna. Dall'11 marzo assumerà la presidenza Gabriel Boric, 35enne, radicale e pragmatico volto del nuovo Cile.

Andrea e Octavio Gana raccontano ai lettori di «Il Giornale dell’Arte» i loro progetti intrinsecamente legati alle vicende del Paese.

Le vostre proiezioni sono state un manifesto luminoso dell’esplosione sociale. Su che cosa state lavorando?
Octavio: A maggio saremo al Reina Sofia a Madrid per la collettiva «Cono Sur», con un lavoro sulle rivendicazioni del popolo Mapuche. Porteremo una gigantografia di un’installazione realizzata dopo la morte di Camilo Catrillanca, un contadino mapuche ucciso dalle forze di polizia nel 2018. È un intervento che prende in prestito un verso di Raúl Zurita: «Que su rostro cubra el horizonte».

Andrea: Tra marzo e aprile avremo due progetti in Cile nelle regioni di Aysén e Magallanes. Esploreremo la possibilità di realizzare rituali tecnologici d’arte nei territori sacri per i nativi minacciati dall’industria estrattiva o intensiva. Vogliamo creare una mappa, mostrarla e darle un valore simbolico.


La questione mapuche è urgente e complessa, con uno stato di tensione e violenza permanente. Come l’avete introdotta nel vostro lavoro?
O: Da piccoli passavamo le estati con la famiglia nella zona della Araucanía, ci fermavamo nei pressi di un lago, alle pendici del vulcano Villarrica. Di notte, quando preparavamo il fuoco, ascoltavamo le trutrucas, (strumenti musicali tipici a mo’ di corno), sentivamo il ruggito dei felini, il vulcano che rumoreggiava. È stata una scoperta. Mia madre mi regalò un dizionario di mapudungun, la lingua mapuche, e mi raccontava le storie dei guerrieri che avevano lottato contro gli spagnoli. Crescendo, ci è venuto naturale contattare quel mondo, così separato dalla società cilena.

A: All’università avevo una compagna di corso mapuche, sua madre ci preparava piatti tipici e ci parlava della cultura del cibo. Fondamentale è stato l’incontro con il Machi Millaray, che ci ha fatto conoscere le sue terre, la sua ruka (la casa comunitaria), il cimitero, i rituali, la resistenza di ogni giorno, e con Joel Maripil, musicista e cantautore che ci ha introdotto nei canti tradizionali e che ci ha aiutato a tradurre testi per un nostro progetto sul diritto all’acqua.
Octavio: È una questione delicata e urgente. Non solo per gli scontri, la militarizzazione delle terre, gli omicidi, ma anche per altre forme di violenza, come l’invasione di coltivazioni intensive nei boschi sacri. Sono tutti temi connessi, la questione della terra, il cambio climatico, i diritti civili, sociali e culturali, le nazioni originarie.


Gli stessi temi delle grandi proteste del 2019. Come state vivendo il cambiamento?
O: Cercando di distinguere i piani. Il processo costituente mi entusiasma. Avremo la possibilità di avere la Costituzione più avanzata a livello internazionale, femminista, multiculturale, plurinazionale, ecologista. Un altro conto è il governo: abbiamo molte aspettative, ma sentiamo di dover difendere la nostra autonomia di artisti, qualunque sia il governo di turno. Non vogliamo essere artisti «repubblicani». Siamo contenti che sia un governo giovane, con volti nuovi, in maggioranza donne, di provenienze diverse, ma noi abbiamo un altro ruolo e forse abbiamo il dovere di essere scettici.

A: Mi colpisce come sia cresciuta la consapevolezza della partecipazione a tutti i livelli della società. È una complicità sociale che non si conosceva prima. Credo sia questo il significato di riunirsi per scrivere insieme una nuova Costituzione.


Il presidente Boric è della vostra generazione, si è formato nelle proteste studentesche del 2011.
O: Molti di quelli che ora sono al palazzo di governo li abbiamo conosciuti o visti in azione durante l’università. Durante le proteste, quando le autorità hanno cominciato a censurare le nostre installazioni luminose, Gabriel Boric allora deputato, ci ha contattati per offrirci aiuto legale. Non siamo militanti di alcun partito, ma mentre deputati di destra ci indicavano come terroristi e ci minacciavano, lui si è preso la briga di cercarci. La generazione dei trentenni ha preso in mano il Paese assumendosi una responsabilità enorme. La generazione prima non è riuscita a imporsi, perché veniva dal trauma della dittatura: è come se fosse mancata una generazione durante la transizione democratica, mentre quella precedente era stata fatta scomparire dalla dittatura. Qualcosa di simile è successo con gli artisti.


Vi definite artisti attivisti. Che cosa significa?
A: Quando l’arte incontra l’attivismo assume un potere politico, che non è la militanza di partito, ma la possibilità di rioccupare uno spazio pubblico. In questo modo l’arte prosciuga l’ego del singolo artista e si offre alla società. È un gesto meraviglioso, che permette a qualcosa di più grande e plurale di farsi arte e rivendicarla. Molta gente non vede nei nostri interventi un linguaggio artistico, ma una forma di protesta: non importa, ribadisce il potere che l’arte può assumere.

O: Significa anche passare attraverso la poesia, che siano immagini di Lotti Rosenfeld o parole di Raúl Zurita. È la capacità dell’opera di uscire dal libro e di proiettarsi fuori. È la forza inaspettata di generare cambiamenti.


Il vostro lavoro è legato alla poesia.
O: Sì, poesia concreta, poesia visiva. I nostri lavori sono molto ibridi, ci è difficile fare lavori in spazi chiusi, di solito presentiamo documentazioni fotografiche o video degli interventi.

A: Ci stiamo concentrando su come far interagire la musica, il concerto o la danza, vogliamo sperimentare la relazione tra luce, suono e spazio.

O: Ci piace convertire luoghi non convenzionali in riti tecnologici, per vivere esperienze immersive.

A: I nostri interventi hanno sempre un carattere effimero, durano un tempo definito: è qualcosa di magico e fantasmatico, appare una luce e scompare, sempre di notte.


I vostri interventi sono effimeri, ma l’effetto è monumentale. Complice la dimensione degli edifici su cui vi concentrate, l’installazione di luce si fa monumento e testo.
O: Sono interventi che funzionano in luoghi che hanno un peso. Utilizziamo l’edificio o il monumento come un artefatto, «ci appiccichiamo un testo come un’etichetta sulla bottiglia», per dirla con il poeta Nicanor Parra, così assume un altro significato.

A: Insistere sullo stesso luogo fa parte del discorso. Così è stato con la Torre Telefonica. Riflettiamo molto sulla scelta del luogo.

O: I nostri sono tutti progetti site-specific, sia di luoghi sia di tempo.


Riscrivere lo spazio urbano con la luce è una sfida.
O: Ci spinge il desiderio di recuperarlo. Spesso lo spazio pubblico è solo uno spazio di transito e perde il suo carattere «pubblico». Ciò che entra nel campo visivo quando lo attraversiamo è prima di tutto la pubblicità che lo occupa, privatizzandolo in modo molto violento. Quando interveniamo non chiediamo permessi, anche il nostro gesto ha una carica impositiva.

A: La città pubblicitaria è una presenza violenta che si è normalizzata. La gente ammirata di fronte ai nostri interventi ci dà la conferma della capacità dell’arte di fare breccia in un mondo intasato di messaggi e immagini. Allo stesso modo, quando hanno tentato di censurarci oscurando le scritte luminose con dei potenti fari, hanno finito per esaltare il messaggio.


Molti altri artisti stanno utilizzando la luce: perché le installazioni luminose hanno avuto tanto successo?
O: È un linguaggio che in Cile si è sperimentato molto negli ultimi anni, soprattutto a teatro. Credo si debba all’impossibilità di uscire la notte per via del coprifuoco. Con la pandemia è successo qualcosa di simile. Proiettare è il modo più immediato per agire e riprendersi uno spazio vietato. È stato così anche con la Torre Telefonica.


Avete usato un proiettore potente?
A: Sì, l’edifico è grande ed eravamo molto distanti, in un contesto di forte inquinamento luminoso. Era anche una questione di garantire la nostra sicurezza.
Octavio: Usavamo i binocoli per guidare la messa a fuoco. Al proiettore abbiamo applicato un teleobiettivo, un dispositivo che permette alla luce di concentrarsi.


Come avete scelto frasi e luoghi?
A: A differenza di altri progetti, il processo creativo è nato dagli eventi, giorno per giorno, e dall’indignazione di fronte alla decisione di mettere sotto coprifuoco un Paese che ha vissuto in dittatura per tanti anni. Ogni notte, per sette notti, abbiamo proiettato una parola. Poi ci siamo fermati e via via che la repressione si faceva più forte per strada, sceglievamo altri luoghi: il tribunale, la Università Cattolica, la Torre Entel.

O: Nel caso della Torre Entel siamo stati all’edificio della confederazione sindacale, la CUT, e gli abbiamo chiesto il permesso di proiettare da là. Ci hanno accordato il permesso senza neppure chiederci che cosa avremmo proiettato.


Che cos’è per voi la luce?
O: Un atto di meraviglia. Un’esplorazione, mi ispira molto, mi sorprende sempre.

A: Ha a che vedere con il nostro vincolo ancestrale, con il sole, il falò. La luce è un atto di svelamento. Non a caso si può realizzare solo di notte e si dispiega nelle tenebre.

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