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Mostre

La gaia scienza di Armando Marrocco

Opere degli anni Sessanta da Spaziobianco

Una delle opere esposte allo Spaziobianco di Torino (particolare)

Torino. L’«antidoto» al pathos della pittura informale ed espressionista astratta, negli anni Sessanta, venne sperimentato dagli artisti in varie formule. Una di esse fu il ritorno all’oggetto e al ready made; un’altra si basò sul ritorno al progetto (l’antitesi dell’improvvisazione più o meno felice) come prefigurazione del funzionamento dell’opera d’arte.

E gli artisti riaprirono il dialogo con la scienza; trattandosi di arte visiva, la teoria della percezione, ma anche la capacità dell’occhio di conferire movimento e azione all’immobilità dell’immagine (in questo caso aniconica) spalancavano nuovi campi d’indagine. Si trattava di una «gaia scienza» capace di sollecitare la visione e la visionarietà progettuale. Entrarono in gioco anche nuovi materiali, quali il plexiglas, l’acciaio inox, i magneti, l’acciaio plastificato, la stessa energia elettrica.

Armando Marrocco (1939) fu un protagonista assoluto di quella stagione, una fase in cui l’arte programmata diede il nome a una ben definita tendenza, non lontana parente della Optical art. Torino, al Palazzo delle Esposizioni, a cura di Tommaso Trini, accolse nel 1968 uno degli sviluppi ambientali della ricerca di Marrocco (non vanno dimenticati i suoi giovanili rapporti con Lucio Fontana), il «Giardino Ludens».

Ne scrive in catalogo Toti Carpentieri, curatore con Silvano Costanzo della mostra «Postindustrie-Permanente», dedicata a quel periodo di lavoro dell’artista pugliese e aperta dal 7 febbraio al 6 marzo nella galleria Spaziobianco.

I fenomeni percettivi e luminosi, la moltiplicazione dello spazio attraverso l’utilizzo di superfici specchianti, animano opere come «Sequenza circolare luminosa» (1965), «Pompa di alimentazione continua» (1967, con uso di acciaio e liquido), «Molla» (1967). Su tutto domina, come scriveva in quegli anni il critico Bruno Alfieri, il «lessico secolare della pulizia geometrica».

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020


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