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Franco Fanelli
Leggi i suoi articoliTorino. L’«antidoto» al pathos della pittura informale ed espressionista astratta, negli anni Sessanta, venne sperimentato dagli artisti in varie formule. Una di esse fu il ritorno all’oggetto e al ready made; un’altra si basò sul ritorno al progetto (l’antitesi dell’improvvisazione più o meno felice) come prefigurazione del funzionamento dell’opera d’arte.
E gli artisti riaprirono il dialogo con la scienza; trattandosi di arte visiva, la teoria della percezione, ma anche la capacità dell’occhio di conferire movimento e azione all’immobilità dell’immagine (in questo caso aniconica) spalancavano nuovi campi d’indagine. Si trattava di una «gaia scienza» capace di sollecitare la visione e la visionarietà progettuale. Entrarono in gioco anche nuovi materiali, quali il plexiglas, l’acciaio inox, i magneti, l’acciaio plastificato, la stessa energia elettrica.
Armando Marrocco (1939) fu un protagonista assoluto di quella stagione, una fase in cui l’arte programmata diede il nome a una ben definita tendenza, non lontana parente della Optical art. Torino, al Palazzo delle Esposizioni, a cura di Tommaso Trini, accolse nel 1968 uno degli sviluppi ambientali della ricerca di Marrocco (non vanno dimenticati i suoi giovanili rapporti con Lucio Fontana), il «Giardino Ludens».
Ne scrive in catalogo Toti Carpentieri, curatore con Silvano Costanzo della mostra «Postindustrie-Permanente», dedicata a quel periodo di lavoro dell’artista pugliese e aperta dal 7 febbraio al 6 marzo nella galleria Spaziobianco.
I fenomeni percettivi e luminosi, la moltiplicazione dello spazio attraverso l’utilizzo di superfici specchianti, animano opere come «Sequenza circolare luminosa» (1965), «Pompa di alimentazione continua» (1967, con uso di acciaio e liquido), «Molla» (1967). Su tutto domina, come scriveva in quegli anni il critico Bruno Alfieri, il «lessico secolare della pulizia geometrica».
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