La collezione Walther fa tappa al Masi

Dal Moma duecento scatti dei fotografi più radicali e innovativi del primo dopoguerra

Ada Masoero |  | Lugano

Giungono per la prima volta in Europa al MASI|LAC di Lugano, in un tour che le porterà al Jeu de Paume di Parigi e a Camera a Torino (nella prossima primavera), 200 fotografie della raccolta del collezionista americano Thomas Walther, esposte fino all’1 agosto nella mostra curata da Sarah Meister, Quentin Bajac e Jane Pierce e intitolata «Capolavori della Fotografia Moderna 1900-40. La collezione Thomas Walther del Museum of Modern Art di New York» (catalogo Silvana).

«Tra il 1977 e il 1997 circa, Thomas Walther individuò e raccolse le migliori stampe d’epoca ancora esistenti dei più importanti fotografi del modernismo, antecedenti la seconda guerra mondiale. Diversamente dal responsabile di una collezione museale, un collezionista privato è libero da vincoli istituzionali come la necessità di rispondere a una commissione d’acquisto, a potenziali finanziatori o a preferenze legate al territorio. Un collezionista privato deve rispondere unicamente ai criteri che egli stesso definisce. È questo il suo privilegio e insieme il suo azzardo», spiega Tobia Bezzola, direttore del MASI.

L’obiettivo di Walther è stato sempre d’individuare i fotografi più radicalmente innovativi, capaci di suggerire tecniche, metodi e linee di ricerca non solo inediti, ma fruttuosi per chi sarebbe venuto dopo. Non importava che fossero maestri già celebrati o autori ancora sconosciuti, americani o europei (Alfred Stieglitz, Paul Strand, Walker Evans, Brassaï, Henri Cartier-Bresson, August Sander), uomini o donne, qui numerose, poiché in quell’età pionieristica non furono meno creative degli uomini (Berenice Abbott, Lee Miller, Tina Modotti ecc.).

Che fossero artisti di altre discipline prestati alla fotografia o fotografi «puri», attivi nel giornalismo, nell’architettura, nella moda, nella pubblicità: il lasciapassare per entrare in collezione era il loro tasso d’innovazione. Della sua raccolta ha così fatto un unicum, perché, conclude Bezzola, «le collezioni private possono puntare sull’originalità, mentre alcune raccolte istituzionali sembrano essere copie opache della medesima matrice convenzionale».

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