La Black Art non esiste

Frank Bowling: «Ho un profondo senso dell’ingiustizia sociale. La mia arte, però, non riguarda la politica, riguarda la pittura»

Un particolare del dipinto «Texas Louise» (1971) esposto alla Tate Modern di Londra nel 2017 in occasione della mostra «Soul of a Nation: Art in the Age of Black Power». Cortesia dell’artista e Hauser & Wirth © Thomas Barratt
Roberta Bosco |

Frank Bowling ha sperimentato ed esteso con la pittura il linguaggio dell’astrazione per più di sei decenni. Nato a Bartica in Guiana (allora Guiana britannica) nel 1934, arrivò a Londra nel 1953 e vinse una borsa di studio per frequentare il Royal College of Art, dove si laureò nel 1962 con la medaglia d’argento in pittura (David Hockney vinse quella d’oro).

Bowling si trasferì a New York nel 1966 e nel 1971 tenne la sua prima mostra personale al Whitney Museum of American Art, esponendo sei dei suoi «Map Painting». Poco dopo ha iniziato a sperimentare versando, gocciolando e macchiando con vernice e altre sostanze tele sempre più ricche di colori e di trame. Ha anche lavorato come giornalista presso «Arts Magazine» durante un periodo di intenso dibattito sui temi dell’arte afroamericana e africana.

È tornato a Londra nel 1975 e nel 1990 contemporaneamente ha preso uno studio loft a Dumbo, Brooklyn, mantenendo un piede in entrambe le città fino al 2018. La Tate ha acquisito un lavoro di Bowling solo nel 1987, il primo acquisto del museo londinese di un artista britannico nero, e nel 2005 è stato il primo artista nero eletto membro della Royal Academy.

Ora una sua mostra si svolge contemporaneamente negli spazi della galleria Hauser & Wirth di Londra (fino al 31 luglio) e New York (fino al 30 luglio). Dal 3 luglio al 26 settembre il centro Arnolfini di Bristol gli dedica inoltre la personale «Frank Bowling: Land of Many Waters». Abbiamo intervistato l’artista.

In che cosa differiscono le due mostre di Londra e New York?
L’idea era che fosse un’unica mostra che si concentra sui miei viaggi transatlantici negli ultimi sessant’anni. Quella di New York è una sorta di mini retrospettiva, che include «Map Painting» e «Pours» degli anni Settanta, oltre a dipinti di ogni decennio fino ai lavori che ho realizzato l’anno scorso. La mostra londinese invece presenta principalmente opere dagli anni Ottanta ad oggi e comprende una delle mie preferite, «Swimmers» (2020). Entrambe completano quella all’Arnolfini di Bristol.

Perché nel 1966 ha lasciato Londra per New York?
New York era il luogo in cui tutto stava accadendo. A Londra sembrava che tutti si aspettassero che dipingessi una sorta di arte di protesta escludendo però le questioni postcoloniali. Per un po’ ci sono cascato. Poi il critico Clement Greenberg mi disse: «In America non c’è zona proibita per nessuno». Così il mio lavoro è stato liberato come è stata liberata la mia mente. Greenberg aveva notato che ero un colorista naturale. Era per me una figura paterna: vegliava sul mio ansioso passare dalla figurazione all’astrazione.

Chi ha incontrato a New York?
Ho conosciuto artisti, scrittori, gente di teatro. All’inizio vivevo al Chelsea Hotel. Quindi c’erano tutti i tipi di persone che si riunivano lì nel bar dell’hotel, El Quijote. Ho fatto visita a personaggi famosi come Andy Warhol, Franz Kline, Ken Noland, Jules Olitski e così via, e passavo del tempo con Al Loving, Billy Williams, Danny Johnson e soprattutto Jack Whitten. Larry Rivers era un caro amico. Frequentare espressionisti astratti e pittori «Color Field» ha ampliato i miei orizzonti. A Londra tendevo a guardare al lato tragico del comportamento umano e cercavo di rifletterlo nel mio lavoro, ma gradualmente, man mano che ero più coinvolto nella realizzazione di dipinti, mi rendevo conto che gli ingredienti principali sono il colore e la geometria. Ma a New York, si discuteva molto tra gli artisti su come ottenere i materiali per soddisfare tutte le aspettative, tutte le emozioni, la verità, la chiarezza. E ho capito: boom! È così. È una questione che riguarda il materiale. A poco a poco ho deciso di cancellare l’immagine e sostituirla con forma, colore e struttura.

Ha detto che se non si fosse trasferito a New York, non avrebbe mai «fatto i conti con l’arte nera». Perché?
Non credo che esista una cosa come «l’arte nera». Penso che i neri facciano buona arte. La mia arte è internazionale. Non sono un «artista nero». Sono un artista.

Fino a poco tempo fa trascorreva la primavera e l’autunno a Brooklyn e l’estate e l’inverno a Londra. Perché era importante lavorare in entrambe le città?
Ho lasciato Londra per New York nel 1966, ma i miei figli erano tutti in Inghilterra e sono tornato nel 1975 perché sapevo che dovevo stare con loro. Tornare significava anche rinnovare la mia amicizia con Rachel Scott, mia moglie. L’ho già detto in precedenza, quando sono arrivato a Londra nel 1953, è stato come tornare a casa. Londra era la città di Turner, di Constable e Gainsborough e degli Old Masters che ho scoperto nella National Gallery e alla Tate. Quindi tornarci negli anni Settanta mi ha riportato anche a quello, e alla tradizione paesaggistica inglese. Devo ammettere che avrei voluto essere a New York più di quanto potessi, ma ho perso il mio loft a Broadway quando l’ho subaffittato a un tizio inglese. Le cose hanno iniziato davvero a cambiare nel 1990, quando ho preso un nuovo loft a Dumbo, che a quel tempo era una parte quasi abbandonata di Brooklyn. Quindi dal 1990 Rachel e io abbiamo iniziato a fare la spola tra New York e Londra. In un certo senso, avere studi in entrambe le città mi ha dato il meglio di entrambi i mondi.

Perché ha deciso di fare il pittore?
All’inizio pensavo che la poesia fosse il modo migliore per parlare con me stesso, di me stesso. La prima volta che sono andato a una mostra d’arte è stato nel 1956 circa, quando ero ancora nell’aviazione militare. Ero stato a Brick Lane, a comprare roba per il negozio di mia madre a New Amsterdam (bottoni, pizzi, cerniere, quel genere di cose) e mi è capitato di passare davanti alla Whitechapel quando era in corso la mostra «This is Tomorrow». Immagino che sia stato l’inizio della Pop art, e non avevo mai visto niente di simile prima in vita mia. Ho sentito che la pittura, prevedendo l’utilizzo del corpo, poteva essere un’esperienza più completa che stare seduto a una scrivania con un pezzo di carta. Ora gioco con le parole nei titoli dei miei dipinti usando indovinelli e suggerimenti.

Ha studiato al Royal College of Art con David Hockney e altri artisti al centro della Pop art britannica...
Alcuni dei miei quadri potrebbero essere definiti come Pop art. C’è «Cover Girl» (1966), ad esempio, e pochi altri degli anni Sessanta. Stavo realizzando una sorta di versione espressionista della Pop art. Ma sono sempre stato più interessato al lato tragico della natura umana, e anche consapevole di quello che sta succedendo nel mondo. Ho sempre avuto un profondo senso dell’ingiustizia sociale che c’è là fuori. Ma la mia arte non riguarda la politica, riguarda la pittura. Il soggetto della mia arte è la pittura.

Il suo lavoro spesso coinvolge altre persone, i visitatori del suo studio spesso si danno da fare per aiutarla a realizzare opere...
Mi diverto nel mio studio; è l’unico momento della giornata in cui dimentico il dolore fisico che deriva dall’avere la mia età. Ma non posso fare a meno della famiglia. Rachel, mia moglie, è in studio con me da decenni, e ora spesso le figlie di Rachel si uniscono a me, e ai miei figli e nipoti e ora anche il mio pronipote per dare una mano in studio. Quindi sì, sono d’accordo, fare arte è divertente.

© Riproduzione riservata Frank Bowling nel suo studio © Sacha Bowling
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