Jenna Gribbon senza censura

La mostra da Lévy Gorvy Dayan è un diario intimo e schietto dove l’abilità pittorica si sposa con uno scopo preciso: rivalutare il ruolo della musa all’interno del dibattito artistico

Particolare di «Honeymoon gaze» (2023) di Jenna Gribbon. Cortesia di Lévy Gorvy Dayan ©Artists Rights Society (ARS), New York
Luciana Fabbri |  | New York

Nata nel 1978 a Knoxville, Tennessee, Jenna Gribbon è una pittrice il cui lavoro interroga l’atto di guardare, in particolare il corpo femminile, analizzando la relazione tra spettatore, artista e soggetto. In «The Honeymoon Show!» la mostra inaugurata da Lévy Gorvy Dayan l’artista presenta nuovi dipinti che esplorano i temi della soggettività e dell’intimità (sino al 6 gennaio 2024). Che cosa significa essere il soggetto piuttosto che l’oggetto di una rappresentazione? A inizio anni ’90, le Guerrilla Girls denunciavano la disparità di genere nelle principali istituzioni museali americane, evidenziando come al Metropolitan museum, per esempio, solo il 5% degli artisti esposti fossero donne, a fronte dell’85% di nudi femminili.

Il ruolo della donna come attiva produttrice di cultura è stato a lungo ignorato nella storia dell’arte, per lasciare spazio piuttosto alla sua importanza in quanto musa ispiratrice per il proprio compagno uomo. Nel testo in mostra viene citato l’illuminante saggio The Muse and the Easel in cui Zadie Smith analizza la figura della musa, evidenziando la misoginia radicata nella museografia: «Le spiegazioni della relazione musa-artista erano ancorate all’idea della produzione culturale maschile come una categoria speciale, con bisogni particolari, solitamente sessuali, che la musa era stata lì per soddisfare, forse fino al punto dello sfruttamento, ma senza la quale noi avremmo perso l’occasione di godere di questo o quell’amato manufatto culturale…».
«Purely for pleasure» (2023) di Jenna Gribbon. Cortesia di Lévy Gorvy Dayan ©Artists Rights Society (ARS), New York
Questa misoginia, che ha portato gli uomini a sentirsi autorizzati a feticizzare la propria fonte di ispirazione femminile, era giustificata dal fatto che l’amore e il desiderio sfuggono ad ogni logica. I quadri di Gribbon sono un manifesto di rivolta contro questo paradigma dato per assodato, e propongono una revisione radicale del rapporto artista-musa. Il titolo della personale attira come una sirena lo spettatore, invitandolo a consumare le immagini di uno dei momenti più intimi e privati nella vita di una persona: la luna di miele. Il soggetto principale dei suoi dipinti è la moglie, la musicista Mackenzie Scott. Quadri di spiagge tropicali e tramonti suggestivi sull’acqua si alternano a ritratti ravvicinati della moglie, e momenti di intimità.

Entrando in mostra, siamo subito coinvolti in situazioni riservate, private, a tratti disturbanti. Per esempio, in «Liminal clown face» e «Annunciation clown face», entrambe opere del 2023, ci sentiamo rimpicciolire di fronte a ritratti di volti alti quanto noi. In questi quadri Scott interpreta differenti stati emotivi, in una vera e propria pantomima la cui drammaticità è intensificata dai colori primari sullo sfondo. «La ragione per cui dipingo Mackenzie ripetutamente, è per far familiarizzare lo spettatore con lei, in modo tale che non risulti solo un soggetto, ma lei stessa. Più la conosciamo, più possiamo sentire quello che prova nelle diverse situazioni».

In questi nuovi dipinti, sia l’artista che il soggetto partecipano attivamente alla scena rappresentata. In «Coconut Lover», 2023 vediamo la moglie mentre infila le dita dentro un cocco (un’immagine che ricorda il film di Luca Guadagnino «Call me by your name» dove Timothé Chalamet si masturba con una pesca dopo averne estratto il nocciolo). «Si tratta di un’intimità costruita o di idee precostituire su quello che possono essere le immagini di intimità altrui, che magari non lo sono per niente». Dipingendo con un’acuta consapevolezza delle fantasie voyeuristiche dello spettatore, Gribbon gioca in complicità con la moglie, a mettere in scena momenti sessualmente suggestivi quanto strani. «Penso ci sia qualcosa di strano nel modo in cui la storia dell’arte abbia sempre rappresentato il corpo nudo come innocuo. Io cerco di decostruire questa sensazione che un corpo rappresentato in un dipinto sia innocuo o decorativo, e far vedere che c’è una persona all’interno di quel corpo, non solo un tropo», ammette ancora l’autrice.
«Brown trousers» (2023) di Jenna Gribbon. Cortesia di Lévy Gorvy Dayan ©Artists Rights Society (ARS), New York
Salendo al primo piano siamo colti di sorpresa da «Huge gaze (homophone)» del 2023 una raffigurazione esplicita e ravvicinata della vagina di Gribbon in procinto di ricevere piacere sessuale da parte della moglie. La prospettiva del corpo dell’artista fa si che Scott guardi lei, ma allo stesso tempo anche noi che assistiamo alla scena. In «Brown Trousers», 2023 invece ci troviamo all’altezza degli occhi, in mezzo alle gambe spalancate di Scott. Seppur coi pantaloni, la prospettiva ravvicinata dei suoi genitali e i capezzoli rosa sgargiante, sembrano guardare indietro lo spettatore con aria di sfida. Ancora in «Spotlight on nipple hair extraction» vediamo una scena così privata quanto repellente. «Io voglio che i miei corpi non siano innocui e forse neanche di buon gusto. Mi diverto a giocare con l’idea che qualcosa sia esageratamente sgargiante o magari non sia facilmente bene su una parete».

Se, come nota Allison Gingeras nel suo testo critico ci troviamo con una quantità infinita di espressioni del desiderio dell’uomo, che cosa sappiamo invece sul desiderio femminile? Dipingendo con grande empatia nei confronti dei suoi soggetti, sicuramente Gribbon dimostra come una musa possa essere un soggetto attivo piuttosto che un oggetto monodimensionale del desiderio altrui e che l’amore e il desiderio possono combaciare senza dover fare ricorso all’oggettificazione.

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