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Musei

James II, signore di Brera

Confermato per altri quattro anni, James Bradburne annuncia continuità, apertura alla città e che «sono finiti gli anni terribili di disaccordo con l’Accademia». Ma resta il nodo Citterio

Il riallestimento delle Sale Napoleoniche a Brera

Milano. Dopo un’estate burrascosa, durante la quale, all’inizio di agosto, James Bradburne, direttore generale della Pinacoteca e Biblioteca di Brera, aveva annunciato («con profonda tristezza») le sue dimissioni dall’incarico per i dissidi con la Soprintendenza sul recupero di Palazzo Citterio, per gli effetti della riforma Bonisoli, che avrebbe sottratto ai «superdirettori» molta parte dell’autonomia concessa dalla riforma Franceschini e, non ultimo, per la difficoltà di comunicare con l’allora ministro Bonisoli, il successore Dario Franceschini, che lo aveva insediato nel 2015, lo ha riconfermato per altri quattro anni nell’incarico, dandogli così la certezza di poter concludere il suo lavoro sulla Grande Brera (l’atto più recente, non secondario, è l’uscita del «Passaporto», piccola guida alla Grande Brera, che include anche il quartiere circostante e le sue istituzioni come il Museo Poldi Pezzoli e le Galleria d’Italia-Piazza Scala, ma anche per le botteghe, i locali storici, le librerie).

Ad annunciare la notizia ai milanesi, il 30 settembre scorso, in una conferenza intitolata «Ascolta il tuo cuore, città!» (parafrasi del titolo del famoso libro di Alberto Savinio), sono stati lo stesso James Bradburne e Filippo Del Corno, assessore comunale alla Cultura. In quell’occasione Bradburne non ha annunciato i programmi dei prossimi quattro anni: del resto, sebbene avesse ritirato le dimissioni quando, in piena crisi di Governo, il 12 agosto Bonisoli aveva approvato a sorpresa il suo progetto per Palazzo Citterio, fino all’ultimo istante non era certo di poter restare a Milano.

Ciò che però ha ribadito è che si continuerà sulla rotta dell’accessibilità e dell’accoglienza, aperta con successo nel primo mandato, nonché sulla connessione con la città, perché «lo scopo primario di un museo è servire la propria comunità», ribadisce Bradburne. Si apre perciò un dialogo con l’Ospedale Buzzi («A ogni neonato daremo un “passaporto per la cultura” e due biglietti d’ingresso ai genitori», sul modello di quanto si fa da tempo a Torino e in Piemonte: www.naticonlacultura.it, Ndr) e con Vidas («A chi, da altre città, accompagna i malati oncologici a Milano, una visita alla Pinacoteca può offrire serenità»), e si consolida il rapporto con l’Accademia di Brera («Sono finiti gli anni terribili del disaccordo»), mentre prosegue il progetto «Brera/Musica» che ha richiamato un nuovo pubblico e ha contribuito a portare Brera nel mondo, al pari delle mostre itineranti realizzate con le più importanti opere dei depositi.

In Pinacoteca continuerà la politica di organizzare non mostre temporanee ma «dialoghi» fra i capolavori braidensi e una o più opere di altri musei («Sicuramente nel 2020 ci sarà un dialogo su Raffaello, poi uno su Artemisia e Orazio Gentileschi e forse un altro») e si punterà ancora sui restauri delle proprie opere. Ultimo intervento è stato il restauro della grandiosa «Crocefissione» (1522) di Benvenuto Tisi, detto il Garofalo, confinata da vent’anni nei depositi per le sue grandi dimensioni, che è stata esposta in Pinacoteca dall’8 al 20 ottobre, per poi tornare, risanata, nel suo ricovero. Proseguirà anche l’impegno di riportare alla luce l’operato dei suoi predecessori («Dopo i libri di Russoli, Modigliani, Wittgens, uscirà presto l’autobiografia di Gian Alberto Dell’Acqua», ha annunciato Bradburne), tutti «colpiti da un incomprensibile oblio». E, fra i progetti strutturali, c’è la riqualificazione dell’ingresso laterale, un ascensore per l’Osservatorio e la nuova illuminazione.

Il nodo centrale resta però Palazzo Citterio: «Noi siamo pronti, ha dichiarato Bradburne. Se il ministro Franceschini confermerà la decisione del suo predecessore, dovremo solo attendere i tempi tecnici delle gare. Una data per l’inaugurazione? Presumibilmente, sarà inizio o primavera 2021, salvo ricorsi e intoppi al momento imprevedibili. E Palazzo Citterio non diventerà un secondo Museo del Novecento (ce n’è già uno eccellente a Milano), bensì la “casa del collezionismo milanese”, grazie all’esposizione delle raccolte Jesi, Vitali e Mattioli e, spero, di un paio di opere della raccolta Jucker (di proprietà del Museo del Novecento, Ndr), ma anche grazie al Centro per il collezionismo dell’arte contemporanea, che troverà spazio all’ultimo piano». Resta però aperto il grave problema dell’organico insufficiente.

C’è poi un personalissimo sogno di Bradburne: la passerella di vetro, assai discussa in città, che, scavalcando l’Orto Botanico, congiunga il Palazzo di Brera con Palazzo Citterio. Ma chissà che anche questo progetto non vada in porto: in fondo, chi avrebbe scommesso che in quattro anni James Bradburne («Grazie allo straordinario staff di Brera», precisa lui) avrebbe portato a conclusione il riallestimento di tutte le 38 sale della Pinacoteca?

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 402, novembre 2019


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