Incantesimo di Natale

Un racconto di cento anni fa

Un particolare degli affreschi di Giacomo Jaquerio nella Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso a Buttigliera Alta (to) Un particolare degli affreschi di Giacomo Jaquerio nella Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso a Buttigliera Alta (to) Gli affreschi di Giacomo Jaquerio nella Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso a Buttigliera Alta (to)
Edoardo Barraja |  | Buttigliera Alta (To)

Un vecchio pittore ha ricevuto l’incarico di ridipingere le pareti di un’antica abbazia, ma il suo occhio acuto ha indovinato, sotto gli stralci d’intonaco, l’esistenza di un affresco di grande interesse. Senza badare a sacrifici e rinunce, l’artista intraprende con passione lo scoprimento del dipinto, continuando nel lavoro anche quando sopravvengono le buie e fredde giornate invernali, e l’impresa appaltatrice, che gli ha sospeso ogni compenso, richiama altrove tutti gli operai. È un racconto soffuso di gentilezza e di poesia.
Da «La Domenica del Corriere», 1922, n. 52

Così rimase sol, nell’immenso silenzio.

Proprio solo? No: personaggi nuovi, scoperti dalla sua mano cauta, figure dolci e buone destate dal sonno secolare venivano di giorno in giorno, ad una ad una, a fargli preziosa, amichevole compagnia.

Ora egli intravedeva tutta la scena che si andava delineando: era un presepio delicatissimo, trattato con ingenua maniera, con spontanea ispirazione e timoroso senso di credente.

Parevano belare alcuni piccolo agnelli, che da un angolo si avviavano verso la parte centrale della figurazione. Poi dal lato opposto sorsero le gobbe di un cammello, i turbanti dei servi etiopi, i paludamenti dei Re venuti da lontano. La silenziosa folla cresceva. Con ardore di febbre il vecchio seguitava a raschiare la parete, nel profondo silenzio interrotto soltanto dal cadere dell’intonaco, dai colpi di tosse più frequenti.

Nessuno entrava nella chiesa; la neve, che s’ammontava alta intorno, teneva tutti lontani. Il pittore non usciva mai; dopo aver riposato poche ore sulla sua impalcatura, lavorava con slancio, a lume di lucerna, le intere giornate. Soltanto a Natale il cappellano sarebbe venuto all’alba a celebrar la messa pei contadini dei dintorni, non compiendosi oramai più, pel volger dei tempi, la mistica funzione a metà notte.

V’è chi dice che il mondo è cattivo, che la vita è dura e difficile, che gli uomini ridiventano lupi? Vi sono sulla terra guerre e disastri? Drammi sanguinosi fanno tremare e piangere l’umanità? Nulla ne giungeva all’uomo, che procedeva assiduo, intento al rinascente prodigio, fisso alle sfumature di colore che riapparivano dopo i secoli dell’oblio. Nel modesto cerchio luminoso proiettato dalla piccola lampada erano concentrati una vita, una felicità, un mondo.

Un largo pezzo di calce cadde fragorosamente, scoprendo i diademi e le teste bellissime dei Magi. Cresceva l’animazione della parete, cresceva parimenti la gioia del pittore; gioia ardente, infinita, che tutto faceva dimenticare, oltrepassando i disagi e le fatiche, il freddo e la fame.

Alla base dell’affresco aveva con emozione intraveduto una data con una sigla nota, il segno del suo Maestro preferito, un ingenuo frescante primitivo, che della propria arte, insuperabile per freschezza, aveva fatto rifulgere tante sacre pareti.

Ma non mancarono le delusioni. In più luoghi la superficie dipinta era stata scalpellata e rotta, molte fessure il tempo aveva tracciato, parecchi buchi vi aveva aperto l’ignoranza degli uomini. Purché fosse almeno salva la parte di mezzo della composizione, e non fosse guasto né deturpato il gruppo verso cui convergevano da ogni parte gli sguardi e i passi dei personaggi, dei Re dei pastori, degli angeli degli animali!

E il pittore rideva, rideva pensando ai sapientoni che avevano pronosticato senza Agnese, o san Gerolamo col leone! Era invece la più bella Natività che mai si fosse veduta, la più gentile figurazione del sacro mistero che pennello umano avesse saputo comporre.

Il martellino ancora picchiettava rapidamente, e sorgevano dalle tenebre dei secoli le figure celestiali… Il freddo si faceva più acuto, ma egli non lo sentiva. L’esile corpo era scosso da tremiti? Purché la mano fosse ancora buona e ferma! La febbre lo ardeva? Non era che l’ansia del lavoro. La tosse minacciava di abbatterlo? Che cosa sono tali miserie, e la fame, e il bisogno, quando si ha sotto le mani un capolavoro, e si sta per ridargli la luce e la vita? Niente di tutto questo gli pesava, solo che potesse compiere l’opera, e il giorno di Natale l’incantevole scena del Presepio fosse tutta scoperta e ridente all’ammirazione, alla sorpresa degli umili!

E crebbe la frenesia della deliziosa fatica. Più assillanti divennero l’affanno della ricerca e il timore di possibili lacune, di rovine non riparabili. Dove la pittura era danneggiata il buon restauratore supplì con ritocchi leggeri di tinta neutra; dove l’intonaco era staccato e cadente lo rafforzò con gancetti impercettibili e con piccole colate d’un suo mastice speciale; con minute pallottole di cemento otturò le fessure per le quali poteva trapelare umidità. Poi ripigliò lo scrostamento metodico, con la vita negli occhi e trepido il cuore.

La vigilia di Natale fu visibile il trono gommato sul quale sedeva la celeste regina.

Le «sacre conversazioni» e le scene dipinte nell’epoca di mezzo abbondano di questi graziosi anacronismi, di contrasti, audacie e ingenuità. Madonne giovinette sono coperte di monili e di perle, adorazioni di pastori si svolgono fra rovine di edifizi greci o romani, o con sfondi di castelli merlati...

Ma ancora rimaneva celato dall’ignobile strato di gesso il centro della vasta composizione, dove s’appuntavano i desideri e la venerazione, dove l’antico artista aveva trasfuso il fervore della sua nima semplice.

E fu scoperto il grazioso volto della giovine Madonna. Poi, come la notte cresceva, sembrò che anche la luce si facesse più grande: era lo splendore della lampadetta, l’oro di un diadema, il cerchio di un’aureola?

Anche tutto il quadro, intorno, non si andava animando di persone e di vita?

L’uomo non viveva più che negli occhi invocanti, nella mano sempre più cauta, sempre più lenta... Respirava egli ancora, nell’indicibile attesa dell’imminente prodigio?

E a un tratto, come il decrepito orologio del campanile già ronzava per scandire l’ora mistica, il miracolo fu compiuto. Cadde (o la tolse con rispetto una mano leggera?) l’ultimo intonaco e apparve completa la pittura, non guasta, non rotta, non affatto sbiadita.

Dileguata la piccola nube di polvere bianca, ecco la Madre tenera amorosamente fra le braccia il Pargolo divino, fresco e grasso, lieto e bellissimo, soave e vivo... Verso il rinnovato miracolo con fruscìo quasi impercettibile mossero dalle pareti, dalle strombature delle finestre le pallide Vergini; i santi sereni lasciarono gli strumenti dei dolorosi martirii e scesero dalle icone: si volsero i profeti alla scena dei loro sogni, dagli ossari candide figure sorsero senza rumore, s’appressarono dall’alto coli d’angioli con frulli d’alette.

E vivo il Bambino apparve agli occhi che miravano in estasi oltre umana. Vivo volle degnarsi di mostrare la rosea palpitante nudità... come vivi furono in quel momento, al battere solenne delle dodici ore, nel pieno della gran notte, i famosi e gli umili personaggi e i putti e le miti bestie del presepio. Vivo veramente il piccolo Gesù, poiché sorrise alla Madre e a lui, e sfavillando negli occhi stese la manina paffutella e vellutata a benedire, accarezzare il vecchio pittore...

Il quale gioì in un punto di tutta la felicità della terra e del cielo; vacillò, stese inconscio le braccia barcollando, precipitò dall’impalcatura, cadde ai piedi dello scoperto rifulgente affresco.

Colà lo trovarono all’alba di Natale, senza moto e senza vita, ma trasfigurato nel cereo viso, ridente per sempre di serena beatitudine.

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