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Opinioni

In bocca al loop

Può il pubblico vivere senza arte?

La «Fornarina» di Raffaello

L’arte può vivere senza il pubblico? È la domanda d’obbligo alla vigilia di una riapertura di stagione condizionata dalla pandemia. Da un lato i risultati delle aste e delle fiere online sembrerebbero confortanti, ma, come fa notare l’opinionista di artnet.com Tim Schneider, un’annata fieristica danneggiata dall’emergenza sanitaria lascerà danni al momento non del tutto calcolabili. Secondo Schneider, il fatto che non ci siano notizie sulla chiusura di molte gallerie non garantisce che esse siano in grado di affrontare la nuova stagione.

E non è un segno incoraggiante il fatto che un gallerista di alto calibro come Gavin Brown si sia gettato nelle braccia della gigantessa Barbara Gladstone per salvare capra e almeno un po’ di cavoli (gli artisti che dovrà condividere). Dunque l’online funziona, ma non può sostituire l’evento e la visione dal vivo. E poi lo stesso pubblico è denaro e mercato. Chiedetelo agli organizzatori delle grandi mostre, ad esempio quelli che si sono visti scippare dal Coronavirus il centenario della morte di Raffaello.

Dopo il lockdown, infatti, sono corsi ai ripari per limitare i danni. Di qui le prenotazioni obbligatorie e gli ingressi contingentati, pratiche alle quali anche chi scrive si è sottoposto. In una tarda serata alle Scuderie del Quirinale, il custode-accompagnatore ci confermava che il tempo concesso a ogni gruppo di visitatori (una decina) per ogni sala era di cinque minuti. Non che la cosa ci abbia impressionato; calcolate il tempo dedicato in media da un visitatore di un museo o di una mostra alla visione di un’opera che non sia Monna Lisa o Guernica. Venti secondi? Anche meno.

A Roma s’è vista una mostra non priva di un certo grand guignol biografico, ma preziosa per alcuni pezzi straordinari e il gran numero di splendidi disegni e incisioni scelti nel tentativo dei curatori di portare l’attenzione del visitatore a un contesto culturale non limitato al bracciale della Fornarina. In tale contesto, assai prima dei cinque minuti almeno tre-quattro persone su 10 cominciavano a mostrare segni di impaziente desiderio di proseguire. Una signora sbirciava lo smartphone, un ventenne molestava la fidanzata e un tale, mentre sua moglie si concentrava su Marcantonio Raimondi, conversava fitto fitto con il custode. Ovviamente il tema era la iattura delle visite a tempo.

Quindi la domanda iniziale andrebbe ribaltata: può il pubblico vivere senza arte? Sì, da quanto visto a Roma. Ma poi è arrivata la notizia che la Pace Gallery sta investendo una fortuna su Superblue, un padiglione delle meraviglie dedicato, a Miami, all’arte immersiva, cioè la tecnologia piegata a quella «Entertainment Environmental Art» che porta un sacco di gente alle sezioni «Unlimited» delle fiere. Marc Glimcher, gran capo della Pace, dice che gli artisti che saranno esposti a Miami hanno un pubblico assai più numeroso di quello di megastar come Christopher Wool o Oscar Murillo e infatti punta moltissimo sulla bigliettazione.

La risposta, allora, è che il pubblico ha bisogno d’arte, dipende da quale (per la cronaca, uno dei pezzi grossi di Superblue viene dal Cirque du Soleil). Povera Fornarina...Abbiamo il sospetto che oggi per rendersi veramente arrapante dovrebbe esibirsi col seno in realtà aumentata. Quanto al pubblico, che dire... In bocca al loop!

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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