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Guglielmo Gigliotti
Leggi i suoi articoliMilano. Il 26 agosto è morto Antonio Trotta, artista concettuale del marmo. Ancora bambino, segue il padre immigrato in Argentina, lasciando così Stio, piccolo borgo in provincia di Salerno, presso Paestum ed Elea, dove era nato nel 1937. Nel dopoguerra si afferma oltreoceano prima come pittore informale, poi come artista concettuale, tanto da essere prescelto a rappresentare l’Argentina alla Biennale di Venezia del 1968, con una grande installazione a base di ferro spinato.
Lo scoprono i grandi galleristi dell’avanguardia (Stein, Toselli, Bonomo, Cannaviello), e Trotta decide di trasferirsi a Milano, dove si lega d’amicizia con Fabro e Nagasawa, operando in una dimensione di interrogazione paradossale del senso del guardare, esplicitando dubbi ed enigmi mediante fotografie, video, stampe di copertine di libri su superfici trasparenti, installazioni.
I numi tutelari, Magritte e Duchamp, sul finire degli anni ’70 lasciano però il posto a Fidia e Parmenide. Un viaggio in Grecia lo riporta infatti alle origini dell’arte occidentale, ma anche di se stesso: era nato in Magna Grecia (Parmenide operò ad Elea), Fidia, e la scultura greca, avevano trasfuso l’anima nel marmo.
Così farà pure Trotta a partire dalla metà degli anni ’80 e fino ai nostri giorni, in una serie di trompe-l’oeil che conferiscono al duro marmo sembianza illusoria di carte mosse dal vento (il ciclo dei «Sospiri»), o di fogli accartocciati e poi di nuovo distesi («Altri tempi», 2006-2014), con la fitta tessitura di pieghe virtuosisticamente incisa nel bianco marmo di Carrara, o gli «Scontrini» (2002-2017), recanti scritte, sigle e cifre di scontrini veri, quelli che usualmente gettiamo, ma che Trotta eleva a documento di un passaggio fatto di quasi niente, ma scolpito nella pietra.
Antonio Trotta con Lucio Fontana
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