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Non una ma due in contemporanea le mostre presentate da Matteo Salamon nella sua galleria di via San Damiano 2, a Milano, entrambe in corso fino al 31 gennaio: un secolo soltanto le divide ma è evidente che, tra l’una e l’altra, è finito un mondo e un altro si è aperto. C’è, infatti, da un lato il Settecento dei vedutisti veneziani «Canaletto Guardi Marieschi», con quei dipinti attraversati dalla luce limpida della razionalità illuminista, che solo nel Francesco Guardi maturo si sfalda in vapori di segno quasi preromantico, e dall’altro c’è l’Ottocento risorgimentale, letto attraverso gli occhi di «Domenico e Gerolamo Induno pittori e patrioti».
Tutte opere esemplari di entrambe le stagioni: come il toccante e bellissimo «Volontario siciliano a Bozzolo», 1850 circa, di Domenico Induno, con il soldato lacero e ferito, reduce dalla battaglia di Curtatone e Montanara, dove i volontari del Sud d’Italia furono sconfitti da Radetzky ma con il loro sacrificio consentirono ai piemontesi di riorganizzarsi per la successiva battaglia vittoriosa di Goito, e c’è la partecipazione commossa alla vita degli ultimi del fratello Gerolamo, presente però anche con la luminosa «Veduta di Pescarenico» (oggi rione di Lecco, dove c’era il convento del manzoniano Fra Cristoforo): un tema amato dall’artista, qui proposto in una versione gemella (ma forse anche più felice) di quella delle Gallerie d’Italia di Milano. Insieme, c’è il «Portico d’Ottavia» (l’accesso al Ghetto di Roma), 1850 circa, in cui la vita minuta delle figurette presenti si svolge all’ombra delle rovine maestose di Roma antica.
La gloria della Serenissima (ma, anche qui, di Roma antica) è al centro dell’altra mostra, dove ci s’imbatte nella «Basilica di Massenzio, Santa Francesca Romana e il Colosseo», 1753-1754, di Canaletto, una veduta sinottica (da quel punto d’osservazione, sebbene siano vicini, non si vedono né il Colosseo né Santa Francesca Romana) dalla ricchissima bibliografia e storia espositiva. Con essa sono in mostra una singolare veduta di «Piazza San Marco», 1735 circa, di Michele Marieschi, con la sua tipica prospettiva risucchiante, e alcuni dipinti squisiti di Francesco Guardi, da «Il Bacino di San Marco con San Giorgio Maggiore e la Giudecca», 1752 circa, ancora debitore di Canaletto e anch’esso dotato di un pedigree nobilissimo, a quelli più frementi dei decenni successivi. E poi un’incantevole, non finita «Piazza San Marco», 1837, di Giovanni Migliara, bozzetto per un dipinto rimasto anch’esso incompiuto. Perché? Un piccolo, stimolante mistero.
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