Il ritorno a Roma di Pat Steir

Gagosian presenta un ciclo di grandi dipinti realizzati nell’ultimo biennio dall'artista statunitense

Un particolare di «Roman Rainbow» (2021-22) di Pat Steir. Foto Elisabeth Bernstein. Cortesia dell'artista e Gagosian
Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Gagosian presenta dal 10 marzo fino al 7 maggio un ciclo di grandi dipinti realizzati nell’ultimo biennio da Pat Steir. Nata nel New Jerseey nel 1940, è a New York, dove vive fin dalla gioventù, che l’artista ha sviluppato, a partire dalla metà degli anni ’80, uno stile fondato sulla colatura verticale di fitti rivoli di colore, in soluzioni spesso monumentali, in cui echeggia tanto la tradizione moderna del dripping di Pollock, quanto la tradizione antica della pittura cinese buddista a schizzi di inchiostro.

Per l’artista statunitense, questo appuntamento romano è un ritorno: nel 2003 espose un nutrito numero di sue tele in stile, da lei definito «waterfall», alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, nella mostra «D’acqua e d’aria». Di Roma le rimasero impresso, tra l’altro, gli spettacoli multicolore dei tramonti, tanto da rievocarne la magia nel dipinto centrale presentato da Gagosian, «Roman rainbow», terminato nei primissimi mesi dell’anno in corso. Su fondo rosso, tre cascate di colore arancione, giallo e blu, compiono il proprio fluido omaggio ai cieli di Roma.

Su altre cromie, ma anche in rigorosi ma non meno ariosi fili bianchi su nero, si sviluppano gli altri grandi oli su tela tela «One afternoon» (2021-22), «Raindrop» (2020), «Night» (2021-22), «Winter evening» (2021-22) e «Winter daylight» (2021-22). Tra i motori ispiratori delle cascate di colore, in Pat Steir, ci sono l’interesse per la poetica della casualità espressa in musica da John Cage, ma anche l’amicizia con Agnes Martin, che fece svoltare la più giovane pittrice verso forme di astrazione definitiva.

Ma Pat Steir menziona pure lo studio della pittura cinese del yipin («a spruzzo di inchiostro»), praticata da artisti buddisti zen tra l’VIII e il IX secolo. Per questi monaci artisti, gli schizzi d’inchiostro, sottoposti a una casualità controllata, riuscivano a restituire la vera naturalezza delle cose. Per loro si trattava di suscitare il massimo dell’effetto, con il minimo dello sforzo artistico. Un equilibrio che guida la pittura di Pat Steir, nel suo essere crocevia tra Occidente e Oriente.

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