Il ritorno a Brera della Cantoria di Zenale

Le cinque tavole con gli angeli cantori e musici dipinte nel 1500 per la chiesa di Santa Maria visibili in Pinacoteca

Ada Masoero |  | Milano

È stato lungo, tortuoso e a tratti rischioso, il viaggio compiuto dalle cinque tavole superstiti degli «Angeli cantori e musici», dipinte nel 1500 da Bernardo Zenale per la Cantoria di Santa Maria di Brera, prima che potessero (quasi miracolosamente) tornare proprio là dove si trovavano all’inizio della loro storia.

Certo, la chiesa oggi è distrutta: non esiste più la bellissima facciata gotica del XIV secolo, opera di Giovanni di Balduccio da Pisa, abbattuta nel 1808 a dispetto degli appelli di Giuseppe Bossi, e non esiste più la parte superiore dell’aula, trasformata nelle Sale Napoleoniche della Pinacoteca di Brera, mentre l’inferiore, spogliata di tutto, è diventata parte dell’Accademia di Belle Arti.

Ma la Sala X della Pinacoteca, dove gli «Angeli» di Zenale sono ora esposti, si trova proprio in quelle Sale Napoleoniche che furono ricavate dal «taglio» orizzontale dell’antica chiesa eretta nel XII secolo dagli Umiliati.

Se i dipinti sono tornati, per così dire, «a casa», il merito è di Antonella e Guglielmo Castelbarco, figli di Luisa Andreani Sormani Verri, il cui sangue «illuminista» (dichiarato soprattutto dal terzo cognome) da molto tempo le aveva suggerito di donare alla collettività questo tesoro conservato da generazioni nella residenza estiva della famiglia.

Attraverso Alessandro Morandotti, i figli hanno dunque donato in sua memoria alla Pinacoteca le cinque tavole giunte sino a noi (due sono perdute), che dal 1500 ornavano il parapetto della Cantoria dell’Organo di Santa Maria di Brera. E che ora si trovano qui, insieme ad altre opere della stessa chiesa (rinnovata negli anni tra il Quattro e il Cinquecento, diventando un vero museo della migliore arte del tempo), dalla «Pala Busti» dello stesso Bernardo Zenale, che era allora uno degli artisti e architetti più celebrati, alla «Madonna del tappeto» e al «San Sebastiano» del non meno grande Vincenzo Foppa.

Nel frattempo, però, le tavole (che fecero subito scuola per l’abile prospettiva bramantesca e per la luminosità leonardesca, venendo imitate da più d’un artista attivo in Lombardia nel primo ‘500), hanno attraversato parecchie vicissitudini: l’Ordine degli Umiliati, entrato in rotta di collisione con Carlo Borromeo, potente arcivescovo di Milano, fu infatti soppresso nel 1571 da Pio V, e i suoi beni ridistribuiti. I Gesuiti, fedeli al Borromeo, che ricevettero le proprietà di Brera, smontarono il celebre organo della chiesa e lo vendettero ai frati di San Francesco Grande (la chiesa, demolita nel 1808, in cui sarebbe arrivata la seconda versione della «Vergine delle Rocce» di Leonardo, oggi alla National Gallery di Londra).

Ma quando nel 1688 quella chiesa crollò parzialmente, l’organo fu smembrato: le ante, attribuite a Bramantino, andarono perse. Si salvarono invece queste tavole grazie anche alla (fallace) attribuzione a Leonardo. Nel 1738 ricomparvero nella collezione di Gian Matteo Pertusati poi, nel 1780, in quella del ricchissimo Antonio Greppi, che aveva tentato, senza successo, di venderle al cancelliere asburgico Kaunitz, il quale, avvisato della scarsa attendibilità dell’attribuzione a Leonardo, non le acquisì. Passarono poi nella collezione degli Andreani (dal 1831 Andreani Sormani, cui si sarebbe aggiunta quella dei Verri) e lì, nel 1960, furono attribuite da Maria Luisa Ferrari a Bernardo Zenale.

La «Cantoria» sarà visibile nella Pinacoteca di Brera dal 6 luglio, e il 12 uscirà il volume «La musica degli angeli. Bernardo Zenale e la cantoria di Santa Maria di Brera. Un dono, un ritorno», a cura di Cristina Quattrini, su progetto suo e di Alessandro Morandotti, che rilegge le vicende artistiche e lo sfondo storico del gran cantiere che fu la chiesa braidense negli anni della partenza di Leonardo da Milano.

Intanto, sulla piattaforma (su abbonamento) BreraPlus+ è già visibile il documentario «Rondò. Il ritorno della Cantoria di Zenale a Brera», con Alessandro Morandotti e James Bradburne, direttore generale della Pinacoteca e della Biblioteca braidensi, nel quale ripercorrono questa storia appassionante.

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