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Libri

Il Rinascimento tedesco: maneggiare con cura

Luca Baroni ha coordinato nuovi studi sugli incisori del Cinquecento

«Sansone e il leone» (1694-96) di Luca Giordano. Madrid, Museo Nacional del Prado. © Museo Nacional del Prado di Madrid

Escono, ogni tanto, libri da cui non si torna a casa a mani vuote. Libri miniera dove a scendervi si riportano notizie preziose. Uno di questi è l’escavazione diretta da Luca Baroni sugli Incisori tedeschi del Cinquecento. Quaranta tra maestri e comprimari sono messi a fuoco da Baroni con Carlo Berardi, Filippo Bosco, Giovanni Lusi e Marco Matteo Mascolo. Doviziosamente illustrato, il volume non ha nulla del piglio catastale di quei repertori dove l’ossessivo scrutinio dei dati ha messo la mordacchia al racconto della storia dell’arte. L’eccesso di filologismo, che talvolta sopperisce alla mancanza di intelligenza, qui è temperato da una scrittura ricca di piste.

Verrebbe da dire: troppa grazia, se non fosse che, dall’osservatorio della grafica, il Rinascimento tedesco è argomento da maneggiare con cura. I nostri padrini hanno guardato con sospetto agli incisori che scavassero nella lastra. Ci son voluti anni per smontare le riserve di Roberto Longhi che, nelle pagine su Dürer, di Arte italiana e arte tedesca se ne esce fuori col dire che le sue incisioni «sempre mi riescono, non mi vergogno a dirlo, di lettura un po' difficile». Che è come dire: non mi garbano. Lo scrittore ripensa al Rinascimento tedesco come a una sorta di troubled side of the moon; un rovescio affaticato e faticoso del Rinascimento italiano.

Per almeno quattro secoli le capricciose invenzioni nordiche care al Vasari hanno offerto un potenziamento al misero orticello di quelle nostre. Un serbatoio di spunti tale da interessare, modernamente, ermeneuti molto distanti l’uno dall’altro. Lo attesta, nel novero degli highlight düreriani, «Melencolia I», l’icona non devozionale più celebre del mondo. Le incisioni del maestro di Norimberga hanno il merito di aver fatto spazientire o estasiare critici dello stile, iconologi, storici della cultura e cultori di alchimia. Più che immalinconirsi c’è di che confondersi.

Ovviamente l’incisione tedesca non è solo un culmine dell’intelligenza figurativa di ogni tempo ma ha avuto un peso incalcolabile per la cultura a sud delle Alpi. Gli studiosi del primo ’500 anticlassico lo sanno bene. In questo libro si avviano confronti con i maestri del colore del Duomo di Cremona o con la maiolica di Urbino. Né mancano promettentissimi affondi sul ’900 tedesco, dal giovane Klee fino a Otto Dix, che varrebbe la pena di estendere alla coeva scena italiana.

E noi aggiungeremmo: c’è molto delle costruzioni di Altdorfer nelle creazioni popolarissime di Escher. Ma per fare uno o due passi indietro, i più assidui cursori del Barocco non hanno smesso di chiedersi come avesse fatto Luca Giordano a impossessarsi così a fondo dell’idioma di Dürer da dipingere come fosse Dürer stesso. E chissà quanti, entrando nella recente mostra di Napoli, si saranno accorti che il Sansone e il leone del Museo del Prado a Madrid non è che una cover, colante sangue, di una lastra di Altdorfer. Tra domatori ci s’intende.

Incisori tedeschi del Cinquecento, di Luca Baroni, 176 pp., 400 ill. b/n, Officina libraria, Milano 2020, € 39

Stefano Causa, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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