Il Met si racconta

Per i suoi 150 anni, il Metropolitan Museum celebra se stesso e il proprio ruolo nella storia e nella cultura statunitense e mondiale

Elena Franzoia |

New York. Tra i più grandi e celebrati musei del mondo, il Metropolitan Museum of Art festeggia per tutto il 2020 il proprio centocinquantesimo compleanno. Apice delle celebrazioni, la grande mostra «Making The Met, 1870-2020» (30 marzo-2 agosto), sponsorizzata dalla Bank of America e organizzata da Andrea Bayer e Laura Då. Corey, ricostruisce non solo le tappe più significative dell’evoluzione del museo, ma anche l’ampliarsi nelle varie sedi e le ambizioni che hanno contraddistinto le scelte spesso visionarie di direttori, consiglieri e mecenati. 250 opere dalle più varie provenienze geografiche, culturali e tipologiche, di cui alcune così fragili e preziose da essere raramente esposte al pubblico, testimoniano l’universalità e completezza di collezioni che hanno beneficiato nel corso del tempo di lasciti privati straordinari, capaci di portare il Met non solo a documentare millenni di storia dell’arte, dall’archeologia al contemporaneo, ma anche a competere con le grandi istituzioni museali europee. Spiccano in mostra capolavori come la statua della regina egiziana Hatshepsut (1479-58 a.C. circa), il «Libro d’Ore» realizzato da Jean Pucelle per la regina di Francia Jeanne d’Evreux (1324-28 ca), il monumentale «Dusasa II» dell’artista ghanese El Anatsui (2007), uno straordinario studio michelangiolesco per la Sibilla Libica. La mostra si struttura in 10 sezioni cronologiche: «The Founding Decades», «Art for All», «Princely Aspirations», «Collecting through Excavation», «Creating a National Narrative», «A Vision of Collecting», «Reckoning with Modernism», «Fragmented Histories», «The Centennial Era» e «Broadening Perspectives».
In perfetta sintonia con la mentalità democratica e pragmatica statunitense, la nascita «amatoriale» del museo avvenne per volontà di un gruppo di uomini d’affari, leader civici e artisti, privi di specifiche professionalità ma decisi ad ampliare la fruizione museale al più vasto pubblico possibile. Vero museo della città, come testimoniano anche le «Met Stories» (video che documentano il profondissimo legame tuttora stabilito con i suoi visitatori), il Met aspira fin dall’inizio a una globalità di visione testimoniata dall’eterogeneità delle prime acquisizioni, dalle antichità cipriote e precolombiane alle armature giapponesi, fino agli antichi dipinti europei. Fondamentale ai fini dell’affermazione di un’identità artistica nazionale appare la sezione di arte americana, aperta nel 1924 grazie ai mecenati Robert ed Emily de Forest e implementata, tra le altre, dalla collezione di Alfred Stieglitz.

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