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Il leggendario Guzzetti

Dopo 22 anni lascia la presidenza di Fondazione Cariplo

Giuseppe Guzzetti

Milano. Il 27 maggio, data del suo ottantacinquesimo compleanno, Giuseppe Guzzetti lascerà, dopo 22 anni, la presidenza di Fondazione Cariplo, colosso del «Terzo settore» che gestisce un patrimonio di otto miliardi di euro e che durante il suo mandato ha erogato oltre tre miliardi per quasi 25mila progetti nell’ambito della lotta alla povertà, del sostegno alla cultura, alla ricerca scientifica, all’ambiente, al welfare e molto altro. Per l’area Arte e Cultura, nel solo 2017 le erogazioni nei territori di competenza (la Lombardia e le aree del Piemonte orientale, con le province di Novara e Verbano-Cusio-Ossola) hanno superato i 41 milioni di euro. Ma nel tempo la Fondazione Cariplo, da mero erogatore di fondi ha assunto sempre più il ruolo di partner, anche progettuale. E, grazie all’istituzione dei Distretti culturali (avviati nel 2005 e realizzati dal 2010), è diventata anche promotrice di una progettazione culturale integrata, e «suggeritrice» di strategie. Intanto, nel 2008 la fondazione avviava il progetto della Conservazione programmata degli edifici storici e del paesaggio in Lombardia: non più il restauro una tantum, ma una cura costante per i beni culturali e paesaggistici, frutto della pluridecennale collaborazione con Regione Lombardia, Politecnico di Milano e Istituto Centrale per il Restauro (Icr, ora Iscr). Nel 2017, infine, Fondazione Cariplo ha lanciato il bando Beni culturali a rischio, dedicato alla prevenzione e messa in sicurezza del patrimonio culturale, e focalizzato specialmente sul rischio sismico. Di tutto ciò parliamo con Giuseppe Guzzetti, motore di tali progetti.

Presidente Guzzetti, nell’ultimo ventennio il mondo ha attraversato (e sta attraversando) una crisi economico-finanziaria senza precedenti. Dal suo osservatorio, quali sono state le emergenze più gravi e diffuse che avete dovuto fronteggiare?

L’inasprirsi della povertà, la disoccupazione, soprattutto quella giovanile e i tagli al sistema di welfare. È evidente che dove manca il benessere dilaghi il malcontento, ma al malcontento si deve rispondere con la soluzione dei problemi, non alimentando rancori. Di fronte ai problemi sociali bisogna dare risposte, anche quando sembra impossibile le soluzioni ci sono. Bisogna cercare modelli nuovi, in gergo la chiamiamo innovazione sociale. È pieno il mondo di esempi, anche nei Paesi in via di sviluppo. Su questi problemi emergenti abbiamo concentrato il nostro impegno, il che non significa dimenticare le altre questioni. L’arte e la cultura arricchiscono le persone; certo sembra ipocrisia, di fronte a chi non mangia, di fronte a chi non ha un lavoro, questo può sembrare addirittura un insulto. Ma la cultura genera coesione. Circa un milione e mezzo di bambini in Italia vivono in povertà educativa; solo a Milano, ci sono 21mila bambini che non mangiano abbastanza, vivono in povertà assoluta. Ci sono più di 200mila giovani in Lombardia che non studiano e non lavorano. Stiamo affrontando questi temi in modo sinergico e facendo sistema; nelle periferie di Milano con il programma «Lacittàintorno», portiamo attività che creano e ricuciono le relazioni proprio a partire dalla cultura. Certo poi serve ben altro. E allora ecco il programma «Qu.Bì, - quanto basta», la ricetta contro la povertà infantile che agisce di fronte al problema specifico di chi non ha neanche da mangiare. Azioni che si integrano, ma la cultura non può mancare.

Lei è presidente anche dell’Acri-Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio, istituzioni che in Italia svolgono un irrinunciabile ruolo sussidiario delle funzioni pubbliche. Si tratta di una specificità italiana? E inoltre, ci sono modelli utili all’estero o siamo noi italiani a costituire un modello per le realtà straniere?

Le fondazioni di origine bancaria incarnano il ruolo per il quale sono nate, a sostegno del non profit e di migliaia di progetti che altrimenti resterebbero solo sulla carta. Dalla sussidiarietà da cui eravamo partiti siamo arrivati spesso a fare supplenza allo Stato, insieme alle migliaia di organizzazioni del Terzo settore. Siamo stati anche un fattore di rafforzamento del pluralismo e della democrazia nel nostro Paese. Non solo distributori di contributi, anzi. È stata un’operazione culturale, forse non avvertita, ma reale, di diffondere germi buoni, anticorpi robusti in queste nostre comunità, messe alla prova della quotidianità. Diffondere una cultura positiva, quella del si può fare. Qualche anno fa veniva visto come il cosiddetto Terzo settore, intendendolo come l’ultimo dopo quello pubblico e quello privato; ma oggi il Terzo settore è certamente, almeno, il secondo: l’orgoglio è che oggi, a volte, il Terzo settore guida le scelte, detta la via. E anche confrontandoci con grandi fondazioni straniere che operano all’estero e con cui collaboriamo ci rendiamo conto che siamo sulla buona strada.

Riguardo all’area Arte e Cultura (e specificamente riguardo all’arte) il vostro ruolo, dapprima di erogatore di fondi, è diventato sempre più quello di un partner progettuale. Che cosa vi ha spinti a tale scelta?

Potevamo accontentarci di erogare bene i soldi, invece ci siamo presi l’impegno di andare oltre. All’arte e alla cultura Fondazione Cariplo ha destinato, dal 1991, oltre un miliardo di euro per più di 10mila progetti. La cultura come volano per l’economia e per la crescita delle persone e delle nostre comunità. Ci siamo resi conto che non bastava sostenere, ad esempio, la conservazione del nostro sterminato patrimonio artistico se non si era capaci di generare un indotto che ne garantiva il futuro. Tutto ciò che si può fare prima che un bene vada in rovina, è stata un’intuizione importante, la prevenzione. Abbiamo bisogno che anche i policy maker comprendano questo nuovo senso civico e di appartenenza. Dal 2008 al 2016 Fondazione Cariplo, su questo specifico fronte, ha sostenuto un’importante innovazione di processo. Abbiamo finanziato progetti per circa 16,8 milioni di euro a sostegno di 175 edifici storici. Ma anche qui non sono le cifre a contare ma il metodo, che passa sempre per il coinvolgimento reale delle comunità che vivono in questi luoghi.

Avete riscontrato ricadute economiche dei vostri progetti sul territorio?

Migliaia di aziende hanno lavorato al progetto dei Distretti, un indotto che ha portato a più che duplicare il nostro impegno. In 10 anni di progettazione e realizzazioni sul campo, un investimento economico da parte della fondazione di 19 milioni di euro, il coinvolgimento di oltre 100 enti e di 3.035 imprese e professionisti in 6 territori della Lombardia. Oltre ai numeri, però, a fare il progetto sono state soprattutto le persone, con le loro storie, le loro passioni, le loro vocazioni. Mi sembra una sintesi sufficiente.

Nel solo 2017, nel settore Arte e Cultura le erogazioni nei territori di vostra competenza (la Lombardia e le aree contigue del Piemonte orientale) hanno sfiorato i 41,5 milioni, pari al 26% circa delle assegnazioni della fondazione. In quello stesso anno avete lanciato il bando «Beni culturali a rischio». Quali i risultati più significativi?

Siamo nella fase di attuazione, ma intanto è passata una nuova mentalità, che occorre occuparsi di certe cose e vediamo che le istituzioni locali accolgono questa nuova proposta.

Tracciando un bilancio dei suoi 22 anni al vertice di Fondazione Cariplo, quali sono i risultati, nell’ambito delle arti, di cui si sente più orgoglioso? E che cosa rimpiange di non aver potuto fare?

Tante cose sono state fatte, lo dicono i numeri e le persone che hanno lavorato con noi, ma porterò sempre con me il ricordo e lo sguardo delle centinaia di giovani che ho incontrato che con la cultura hanno trovato un’opportunità di lavoro e una speranza nel futuro, ad esempio col teatro.

Quali sono le sue previsioni sui futuri rapporti tra fondazioni bancarie, società e cultura?

È un legame indissolubile, le fondazioni quando sono nate avevano la cultura nel Dna. Oggi lo mantengono ed esprimono un nuovo mecenatismo al passo coi tempi, sarà così anche per il futuro, ne sono certo.

Quali obiettivi civili e culturali, a suo parere, noi tutti dovremmo proporci?
Che la cultura ci aiuti a dissipare questo clima di sfiducia e di odio che serpeggia sempre più...

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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