Il fiume Okavango in Botswana

Un osservatore privilegiato scruta il Patrimonio mondiale

La Kigelia africana
Francesco Bandarin |

L’Okavango (anche chiamato Cubango), il terzo fiume dell’Africa meridionale con una lunghezza di oltre 1.500 chilometri, è uno dei pochi grandi fiumi che, nel mondo, non hanno uno sbocco diretto al mare (un altro caso è il Volga). Il delta interno dell’Okavango, creato dall’attività sismica oltre 40mila anni fa, è il maggiore dei «bacini endoreici» africani. Il suo regime stagionale, dipendente dalle grandi piogge della parte equatoriale del continente (principalmente i grandi altopiani angolani), genera inondazioni periodiche che modificano in modo drammatico la geografia e l’ecosistema dell’intera regione.

Il bacino costituisce il punto più basso del vasto deserto del Kalahari, che si estende per 3mila chilometri da nord a sud e per 1.500 da est a ovest. Il fiume, con una portata di oltre 15 miliardi di metri cubi d’acqua, forma un delta che plasma un’area di circa 6mila chilometri quadrati di zone paludose permanenti, e circa 12mila chilometri quadrati di zone inondate stagionalmente.

Questa regione è certamente uno degli ambienti naturali meglio conservati del pianeta, non avendo subito alcuna trasformazione significativa di carattere antropico. Le inondazioni avvengono regolarmente nel corso dell’arido inverno australe (giugno/luglio), quando tutta la zona diviene paludosa. Gradualmente, gran parte (97%) delle acque evapora o s’infiltra nelle falde e la maggior parte della zona si inaridisce, fino al nuovo ciclo di inondazioni.

Le acque cristalline e i nutrienti che vengono traspostati dal fiume trasformano le zone aride del deserto del Kalahari in un paesaggio di straordinaria bellezza e sostengono un ambiente di grande diversità ecologica, dove la flora e la fauna si sono adattate a un regime alterno secco/umido. Il delta ospita una grande varietà di habitat, comprendente zone boschive, foreste fluviali, savane, golene e isole.

La vegetazione delle zone umide è composta prevalentemente da piante acquatiche e carici. Ma sono presenti anche importanti essenze arboree, nelle zone più secche e nelle isole, tra cui si trovano il fico acquatico (Ficus verriculosa), l’ebano africano (Diospyros mespiliformis), le acacie (Acacia nigrescens) e il cosiddetto albero delle salsicce (Kigelia africana).

Le aree periodicamente inondate e quelle secche formano importanti zone di pascolo per la fauna selvatica, perché la presenza di pozzi e sorgenti permette agli animali di spingersi più lontano nelle aree boschive e di savana circostanti, alla ricerca di cibo. Le aree inondate inoltre formano importanti habitat per gli uccelli e per molte specie di mammiferi oggi minacciati, come i ceetah e i leoni, che si sono adattati a vivere in un ambiente umido.

L’Okavango contiene anche una gran parte della popolazione di elefanti del Botswana, che conta attualmente 130mila esemplari. La grande biodiversità della zona è rappresentata dal numero elevatissimo (210) di specie identificate per chilometro quadrato e dalla presenza di oltre 480 specie di uccelli, di cui 24 minacciate di estinzione. L’attività turistica è strettamente limitata, anche per la grande difficoltà di accesso, a piccoli gruppi, che, per l’assenza di strade, devono essere trasportati da aerei da turismo nelle diverse località della zona.

La regione è di proprietà tribale collettiva, gestita da un Trust (Tawana Land Board) che controlla tutte le attività turistiche. Il sito, iscritto nella Lista del patrimonio mondiale dell’Unesco nel 2014, si estende ben oltre la zona del delta, coprendo una superfice di savana e di deserto di 20mila chilometri quadrati, oltre a una zona tampone di altri 20mila chilometri, al fine di proteggere le aree di migrazione delle principali specie di mammiferi.

Nella sua storia, l’area (oggi il distretto di Ngamiland) è stata scarsamente popolata, soprattutto a causa della presenza della mosca tse-tse e della malaria. Solo delle piccole popolazioni di pescatori (i Banoka) vivevano qui prima del XVIII secolo, quando arrivarono altri gruppi dall’attuale Zambia (i Bayei e Hambukushu), che gradualmente occuparono tutta la zona da nord (Gabamukumi) fino al lago Ngami a sud, vivendo in villaggi sparsi e senza un vero potere centrale.

Nel XIX secolo, l’area fu incorporata in una nuova formazione statale, il Tawana, creato dalla tribù dei Batawana a seguito di una secessione dallo stato del Bangwato a nord. Il nuovo re, Letsholathebe, riuscì a unificare tutte le diverse popolazioni della zona del Ngamiland e incoraggiò l’ingresso di mercanti e missionari europei, favorendo lo sviluppo di un forte commercio di avorio e denti di ippopotamo.

Alla fine dell’800, una invasione degli Ndebele da sud portò a una grave crisi locale, accelerando la formazione di un protettorato inglese (il Bechuanaland) che durò dal 1885 al 1966. Per ridurre lo sfruttamento delle risorse naturali, che stava portando all’estinzione di alcune specie, gli inglesi vararono a varie riprese delle leggi di tutela dell’ambiente (come il Bechuanaland Protectorate Game Proclamation Act del 1925 o il Fauna Conservation Act del 1961).

Queste politiche di salvaguardia ambientale sono state ulteriormente rafforzate, dopo la conquista dell’indipendenza del Botswana (1966) sotto la guida del primo presidente del Paese, Seretse Khama (1921-80), fino all’adozione, nel 1992, del Fauna Conservation and National Parks Act, che ha incrementato la protezione della zona, tutelata oggi a livello internazionale, oltre che dalla Convenzione del Patrimonio mondiale Unesco, anche dalla Convenzione di Ramsar sulle zone umide.

© Riproduzione riservata Foto satellitare del delta dell'Okavango Un cheetah Localizzazione del Delta dell'Okavango Animali al pascolo nel delta dell'Okavango Vista aerea del delta dell'Okavango Il primo presidente del Botswana, Seretse Khama (1921-80)
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