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I sogni come ossessione di Shirin Neshat

A The Broad la più completa retrospettiva sull'artista iraniana

Particolare di uno still di «Land of Dreams», un video di Shirin Neshat del 2019. © Shirin Neshat/Cortesia dell'artista e della Gladstone Gallery, New York e Bruxelles

Los Angeles (Stati Uniti). Alla ricerca delle proprie origini, identità e cultura, Shirin Neshat (1957) ha realizzato negli anni ’90 «Women of Allah», una serie di ritratti fotografici di donne con il velo sovrapposti a calligrafie, che hanno dominato le copertine delle riviste d’arte e le hanno dato fama internazionale.

Per tutto il corso della sua carriera, spesa tra gli Stati Uniti e l’Iran, questi temi, assieme a quello dell’esilio, del passato in contrasto col presente del suo Paese d’origine, l’Iran, e dell’identità femminile hanno caratterizzato la sua produzione, ora oggetto della mostra «Shirin Neshat: I Will Greet the Sun Again», dal titolo di un testo della poetessa iraniana Forugh Farrokhzad, al The Broad di Los Angeles.

Dal 19 ottobre al 16 febbraio il museo presenta l’esposizione più completa mai dedicata ai trent’anni di carriera dell’artista: quasi 250 opere tra fotografie e videoinstallazioni, alcune delle quali inedite, ad esempio una serie di ritratti realizzati in Iran che la Neshat non ha mai mostrato pubblicamente.

La mostra comincia con «Women of Allah», prosegue con video che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea come «Rapture» (1999), «Turbulent» e «Passage», nato nel 2001 dalla collaborazione dell’artista con Philip Glass, e installazioni di fotografie monumentali come «The Book of Kings», «The Home of My Eyes» e «Land of Dreams», il lavoro più recente.

Quest’ultimo comprende 111 ritratti fotografici e due video in bianco e nero, nei quali un fotografo iraniano in esilio viaggia attraverso il New Mexico catturando ritratti di persone che incontra e chiedendo loro dei propri sogni, desideri, aspirazioni.

«Sono sempre stata ossessionata dai sogni, ha dichiarato recentemente Shirin Neshat al “New York Times”. Nel realizzare film sui sogni, puoi parlare anche di politica, di questioni culturali e sociali e, allo stesso tempo, indagare sulle emozioni. I sogni sono innocenti. C’è qualcosa di universale che li accomuna e va al di là di ogni differenza culturale».

Viviana Bucarelli, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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