I preferiti di Marino Golinelli

Esposta a Bologna una prima selezione delle 700 opere che l’imprenditore e filantropo e sua moglie Paola Pavirani hanno collezionato in trent’anni: «C’è l’idea di allestirla interamente nella Fondazione, che diventerebbe uno dei principali centri di produzione culturale d’Europa»

«Marino Infinito» (2018) di Giovanni Bortolani (particolare). Bologna, Collezione Golinelli
Stefano Luppi |  | Bologna

La famiglia, la Fondazione Marino e Paola Golinelli, l’Opificio e il Centro Arti e Scienze, l’ultima struttura della «galassia culturale e scientifica» bolognese fondata nel 2017, si preparano a ricordare Marino Golinelli, imprenditore e filantropo nato nel modenese, ma bolognese d’adozione, scomparso a 101 anni il 19 febbraio 2022, già fondatore dell’azienda farmaceutica Alfa Farmaceutici, successivamente divenuta Alfa Wassermann e Alfasigma.

Con la mostra «I preferiti di Marino», dal 2 febbraio al 16 giugno al Centro Arti e Scienze Golinelli, si evidenzia il ruolo del personaggio come collezionista, in particolare rivolto al contemporaneo, capace di raccogliere con la moglie Paola Pavirani Golinelli nell’arco di trent’anni un corpus di 700 opere. Abbiamo rivolto alcune domande ad Andrea Zanotti, presidente della Fondazione Golinelli.

Andrea Zanotti, partiamo dalla mostra «I preferiti di Marino»: com’è stata concepita?
Le opere scelte insieme alla moglie di Marino, Paola, rispecchiano la personalità poliedrica e la multiforme curiosità scientifica e culturale del nostro fondatore. Per questa che è la prima tappa di un progetto espositivo che negli anni a venire analizzerà la ricchezza dell’eredità culturale di Golinelli, abbiamo scelto alcuni maestri delle avanguardie del ’900, da Giacomo Balla a Casimir Malevič e soprattutto molti degli artisti più rilevanti dell’arte internazionale come David Hockney, Tony Oursler, John Baldessari, Lucy e Jorge Orta, Ronald Ventura, Bjarne Melgaard, Warren Isensee, Terence Koh, Ke Chen, Sandeep Mukherjee, Alfred Haberpointner. Molti anche gli italiani di generazioni più e meno recenti, tra cui segnalo Loris Cecchini, Giorgio Celiberti, Davide Nido, Emilio Isgrò, Giuseppe Santomaso, Candida Höfer, Maurizio Galimberti. Abbiamo scelto le opere seguendo piste e itinerari che rispondessero sia a un criterio di rilevanza estetica sia a un sedimento affettivo che ogni opera, per Marino e Paola, custodisce. A questi criteri, per così dire estrinseci, si sono poi allineate piste di lettura più riconducibili a paradigmi interpretativi intrinseci, predisponendo elementi di comprensione e chiavi di lettura che possano utilmente introdurre alla figura di Marino.
«A Marino e Paola» (1988) di Maurizio Galimberti, Bologna, Collezione Golinelli
Quali saranno le future tappe dello «studio» del collezionista emiliano?
Insieme a Paola Pavirani Golinelli stiamo valutando l’idea di allestire l’ampia collezione presso la Fondazione, nei grandi spazi dell’Opificio per poter programmare sia mostre tematiche sia percorsi didattici che possano ulteriormente qualificare l’attività di formazione, dal livello scolare a quello professionale, per la quale la Fondazione Golinelli è ormai conosciuta. Con questi intendimenti l’Opificio Golinelli diventerà uno dei principali centri europei nel suo genere, sede di un’importante e vasta collezione di opere d’arte provenienti da tutto il mondo, e al contempo un luogo dotato di laboratori e attrezzature scientifiche e tecnologiche sempre all’avanguardia. Un centro di produzione culturale che andrà dal laboratorio al design, al prodotto e al processo, fino all’impresa, miscelando etica, estetica, bellezza e funzione. Non era a caso che Golinelli assai spesso citasse La teoria dei colori di Goethe.
L’installazione di Marcello Maloberti «Il futuro non finisce mai di iniziare». Foto Giovanni Bortolani
La raccolta Golinelli che vi preparate a fare conoscere è amplissima, può descriverla?
Assecondando la sua grande curiosità, Golinelli ha viaggiato in tutto il mondo sin dai suoi esordi imprenditoriali, acquisendo così in un lungo periodo di tempo, intervallato dal significativo rinnovamento della collezione operato intorno al 2007, un corpus di quasi 700 opere d’arte che riflette la molteplicità di interessi e il suo sguardo multiculturale. La raccolta interpreta, dunque, una visione del mondo al contempo globale e locale. La sua passione per l’arte, concepita come uno strumento privilegiato per comprendere la realtà, lo ha spinto negli ultimi anni ad acquisire opere in ogni continente: dall’Africa all’Asia, al Sud America, passando per le grandi capitali dell’arte contemporanea, da Francoforte a Basilea, da New York a Mumbai. Marino, soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, ha continuato a viaggiare in Sud America e in Oriente, anche per incontrare personalmente giovani artisti emergenti nei loro atelier, autori non necessariamente ancora noti alla ribalta internazionale o quotati, facendosi condurre dal suo spirito di ricerca che aveva come principale obiettivo la scoperta dell’essere umano nella pienezza delle sue capacità espressive.

Quali artisti apprezzava maggiormente? E lei l’ha mai consigliato?
Marino aveva la duplice convinzione che un’opera interagisce con chi la guarda e che vivere immersi tra ciò che l’arte produce e la bellezza che esprime incrementa la qualità della vita di ogni persona. Non è casuale che nella collezione si ritrovino, ad esempio, opere di un futurista anticipatore come Giacomo Balla o di una personalità, quale quella di Ettore Sottsass che non distingueva, nel divenire delle cose, tra arte e design, tra produzione e vita. Per parte mia non l’ho mai consigliato sulle opere d’arte, Marino era molto conosciuto come collezionista e frequentava da protagonista gli ambienti delle gallerie e dei musei.
«Immortal Hunting» (2005) di Ronald Ventura, Bologna, Collezione Golinelli
Come l’ha conosciuto?
Golinelli nel 1988 chiese all’allora rettore dell’Alma Mater Fabio Roversi-Monaco il nome di un giovane che seguisse, in qualità di segretario, le attività della Fondazione. Quel giovane ero io. Nel tempo il rapporto è proseguito nel segno di una stima e di un’amicizia crescenti e allo stesso tempo il rapporto era sobrio, essenziale: come i pranzi che consumavamo, continuando a discutere, spesso all’insegna del pomodoro e della mozzarella anche se la sua passione per i tortellini tradiva, assieme al gusto per la buona tavola, anche la sua origine.

© Riproduzione riservata
Calendario Mostre
Altri articoli di Stefano Luppi