I gironi danteschi di Jean Clair

Intervista esclusiva con l’accademico di Francia, che prepara una grande mostra per le Scuderie del Quirinale

Luana De Micco |  | PARIGI

Il tema dell'Inferno mi abita da tempo. Già nel 2006 avevo proposto un progetto di mostra a dei musei francesi e al Prado di Madrid, che possiede il più bel quadro al mondo sul tema, il trittico di Bosch. La risposta era stata no, come se fosse incongruo all’epoca interessarsi all’Inferno. Ho dunque accolto con fierezza e gioia l’invito delle Scuderie del Quirinale a curare per loro una mostra sull’Inferno di Dante, senza che fossi stato io peraltro a sollecitare il museo. Il progetto realizza per così dire un mio sogno di lunga data: quello di concludere il mio lavoro di curatore di mostre su un tema spettacolare come questo e che mi sta a cuore.

Tutte le mostre che ho realizzato nella mia vita non si sono mai limitate alla sola storia delle forme propriamente dette, ma sono state mostre tematiche vaste, al crocevia del mondo delle arti, delle scienze e delle idee.
Sin dalla prima che feci per il Grand Palais di Parigi nel 1986 sulla Vienna di inizio secolo. Il titolo era «Vienna (1880-1938): l’apocalisse gioiosa», che già all’epoca spaziava tra scienza, storia delle forme e nascita della psicanalisi.Forse perché la storia dell’arte come la si concepisce in Francia, come scienza orgogliosamente chiusa su se stessa, mi ha sempre annoiato.

Ciò che mi interessa è la storia delle forme dell’arte non fine a se stessa, ma come testimonianza dell’identità di un’epoca. Forse questo approccio mi viene dagli studi di storia dell’arte che ho portato avanti all’Università di Harvard, negli Stati Uniti, e che mi hanno avvicinato a figure come Ernst Gombrich o Erwin Panofsky e quindi a una tradizione della storia dell’arte che è più una storia delle mentalità che una storia del gusto, come in Francia. Il tema dell’Inferno concludeva per me idealmente, già nel 2006, questo ciclo. Ma all’epoca, guai a parlare di Inferno! Nel 2020, invece, il tema dell’Inferno, e più in generale della fine ultima dell’umanità, è tornato di grande interesse.

Uno degli storici più eminenti, Carlo Ossola, ne parlerà al Collège de France, a Parigi. Ho anche appreso che la Bibliothèque Nationale de France prepara per il 2022 una mostra sull’Apocalisse e che a Deauville ne sarà allestita una il prossimo anno sul Paradiso. Non è un caso che oggi ci si interessi alla fine dell’uomo, alla salvezza, al castigo.

Il 700mo anniversario della morte di Dante è del resto solo un’occasione, per quanto magnifica, per soffermarsi su un timore universale e fondato che ci interroga nuovamente in quanto umanità da una decina d’anni, alimentato dalla problematica della scomparsa degli animali, della penuria dell’acqua, della distruzione della natura, della crisi dell’agricoltura, e che l’epidemia attuale, con l’esperienza dell’isolamento, continua ad alimentare: la paura della sesta estinzione delle specie e della scomparsa dell’uomo sulla Terra
. [Jean Clair]

Incontriamo Jean Clair (Parigi, 1940) mentre il mondo è ancora sospeso nell’incertezza della pandemia. Il grande storico dell’arte (il cui vero nome è Gérard Régnier), conservatore del Patrimonio, saggista, direttore di musei (tra cui il Musée Picasso di Parigi), membro dell’Académie Française, ci accoglie nella sua casa parigina, circondato dai suoi libri e dai cataloghi delle mostre che ha curato per istituzioni importanti come il Grand Palais e il Musée d’Orsay. Una lunga serie, come «L’âme au corps» (1993), «Mélancolie» (2005) o ancora «Crime et châtiment» (2000), solo per citarne alcune.

In questi mesi sta lavorando a un nuovo progetto che, rallentato dalla crisi sanitaria, vedrà la luce nell’autunno 2021 alle Scuderie del Quirinale a Roma nell’ambito delle celebrazioni nazionali per il settimo centenario della morte di Dante Alighieri, coordinate da Carlo Ossola. In un percorso storico-tematico, la mostra esplorerà l’universo diabolico e illustrerà l’iconografia che il mondo degli Inferni ha ispirato agli artisti proponendo una nuova lettura dello straordinario immaginario del sommo poeta fiorentino, che dell’Inferno ha realizzato una vera e propria «mappa mentale e simbolica».

Mantenendo come filo conduttore la geniale visione dantesca ed esplorando la figura di Lucifero e i tormenti dei peccatori, l’Inferno sarà via via presentato come luogo di penitenza eterna e metafora dell’alienazione umana. Il percorso si aprirà evocando l’accesso al mondo dei morti con una versione in gesso della «Porta dell’Inferno» di Auguste Rodin. Seguiranno opere di Francisco Goya, Sandro Botticelli, Rubens, Tiepolo, i disegni di Giovanni Stradano, fino ai lavori più recenti di Otto Dix e Boris Taslitzky. La Bibliothèque Nationale de France presterà le sue preziose miniature medievali e il Monastère Royal de Brou la grande tela di Gustave Doré «Dante e Virgilio nel nono cerchio dell’Inferno», del 1861.

«È un tema complesso, probabilmente il più complesso che l’Occidente abbia mai inventato, osserva Jean Clair. Nel realizzare questa mostra mi sono reso conto che si tratta di un lavoro... infernale! Ho solo un rimpianto. Che molte delle opere più belle, gli affreschi, i mosaici, le sculture dei timpani delle chiese, saranno assenti perché, evidentemente, non si possono spostare. L’iconografia legata al tema dell’Inferno è di una tale ricchezza che non può trovare spazio nei musei, neanche in grandi musei come il Louvre o il Metropolitan. Infondo possiamo dire che l’Inferno sfugge ai musei!».

Nella conversazione che segue Jean Clair parla di Inferno, non solo quello della letteratura e dell’arte, ma anche dell’Inferno che ci circonda.

L’umanità sta vivendo una crisi che, nata come sanitaria, è molto più profonda, è sociale, economica, culturale. Che ci fa vivere nella paura e nel sospetto. Siamo di fronte a una crisi della rappresentazione politica e non ci sono più ideologie a cui aggrapparsi. Dante ci appare estremamente attuale. Dunque l’Inferno è tra di noi?
Si può tentare di leggere questo capolavoro anche esulando dal fatto che si tratti di uno stupendo esercizio di retorica, un «teatro della memoria», una topografia del male. E la mostra contribuirà, io spero, a rendere questo universo straordinario più vicino e familiare. La mostra interviene tuttavia in un momento in cui, se l’Inferno torna a interessare le istituzioni, parlarne solleva dei problemi. La stessa Chiesa Cattolica romana resta singolarmente silenziosa a questo riguardo. Papa Francesco è intervenuto molto poco, limitandosi a dire, anni fa, che «non bisogna abbandonare l’idea di Inferno». Un discorso riduttivo da parte di un pontefice su una problematica che ha occupato la cristianità per dieci secoli! La Chiesa crede ancora al Male, ma la fantasmagoria dell’Inferno e dei suoi diavoli, pur terribile, pare infantile, sorpassata. Eppure gli storici ci dicono che ancora oggi il 58% degli americani crede all’Inferno. E la storia recente ce lo mette davanti agli occhi.

Come ci siamo arrivati?

Ripercorrere la storia dell’Inferno può aiutare a capire. L’Inferno cristiano è molto lontano dallo sheol ebraico, il regno dei morti, un luogo di attesa, senza penitenza né ricompensa, dove non si fa altro che attendere l’Apocalisse finale. Nell’antica Grecia, si è narrato di eroi scesi negli Inferi, come Virgilio o Orfeo, e che tornavano tra i vivi per poter raccontare ciò che avevano visto. Esistevano immagini infernali come quella di Sisifo, condannato per l’eternità a trascinare un enorme masso lungo un pendio. O quella di Tantalo, condannato a soffrire la sete e la fame ritrovandosi nell’impossibilità di raggiungere i frutti dell'albero a cui è legato. Ma è solo nell’XI secolo, con i primi trattati e le prime iconografie, che il tema dell’Inferno arriva al centro dei dibattiti: si discute sul castigo, sul perdono, sulla risurrezione, per cui, nell’infinita saggezza di Dio, anche chi è condannato alla dannazione potrà essere salvato al momento del giudizio universale.

Questi dibattiti andranno avanti per secoli, influenzeranno la nostra filosofia e arricchiranno un serbatoio di immagini incredibile che costituirà un tesoro per gli artisti e la nostra cultura. L’epoca d’oro dell’Inferno, per così dire, fu tra l’XI e il XIV secolo, l’epoca delle miniature e di un’iconografia ben strutturata, con il diavolo incarnato in una bestia dalla bocca spalancata che ingoia orde di peccatori. Tra il XIV secolo e il Rinascimento è la grande epoca della teologia cristiana. Il XVII secolo, che viene chiamato il Secolo moderno, è in realtà il momento in cui si bruciarono più streghe, in cui la guerra dei Trent’anni dilaniò l’Europa, un’epoca di dannazione e di sadismo terrificante. Poi nel XVIII secolo, il secolo libertino, e malgrado sia l’epoca
del marchese de Sade, l’Inferno tende a farsi raro. Per riapparire curiosamente con prepotenza, nel XIX secolo, e fino al primo XX, con il Romanticismo e il Simbolismo. Grandissimi pittori, come Delacroix, tornano allora a dipingerlo, Rodin frequenta la Divina Commedia e scolpisce la Porta dell’Inferno... Eccoci dunque all’epoca moderna. L’iconografia infernale oggi è scomparsa: al contrario è il secolo stesso a essere diventato Inferno.

L’Inferno insomma è caduto sulla Terra. Non sono gli altri, come diceva Sartre. Siamo noi. L’Inferno è nelle fiamme delle fabbriche con gli operai che paiono i dannati del XIV secolo. Dal mondo industriale è scaturita la guerra mondiale tra Nazioni. La prima, che ha mostruosamente condannato gli uomini a seppellirsi nelle trincee, vera replica dei gironi infernali danteschi. La seconda, con l’invenzione diabolica dei campi della morte e della segregazione degli esseri umani, seguita dal fuoco della bomba atomica. C’è poi l’Inferno della follia e dei manicomi, l’Inferno della psiche umana, la medicalizzazione del Male. Oggi osservo, come tutti, gli eventi che stiamo vivendo e aspetto. Abbiamo visto città deserte come se il giudizio universale fosse appena passato. Ma non c’è abbastanza
distacco dall’esperienza dell'isolamento e da questa pandemia, che tuttora dilaga in Europa e nel mondo, per poterne rendere conto nella mostra di Roma.

Sin dal suo saggio «L’Inverno della cultura», che ha scritto dieci anni fa, ha annunciato la «crisi della civiltà». A sentirla parlare, si direbbe che oggi siamo andati ben oltre la crisi.
È proprio così. Oggi nessuno oserebbe scrivere più un libro dal titolo «La crisi della civiltà e i suoi rimedi». Si poteva fare fintanto che filosofi e pensatori spiegavano che la crisi si poteva superare, con ogni strumento possibile: il Cattolicesimo, il Socialismo, il Buddhismo, persino lo yoga! Ma per questo bisognerebbe pur credere in qualcosa. I potenti del mondo, dal Regno Unito alla Cina, agli Stati Uniti, contribuiscono a una decadenza generalizzata. Noi uomini siamo come pietrificati. Forse sono troppo pessimista, ma in questa sorta di assenza umana, come si può essere ottimisti?

Per la copertina del suo ultimo volume, «Terra natale», pubblicato nel 2019, ha scelto un’immagine che mi ha colpito: le rovine della Cattedrale di Notre-Dame dopo l’incendio. Come se quelle fiamme, con l’inimmaginabile che diventava reale fossero una premonizione di ciò che stava per accadere...
Dietro a tutto ciò che è stato detto sull’incendio della Cattedrale c’è l’idea di Inferno e tutti, credenti e non, davanti alle fiamme che hanno divorato la guglia di Notre-Dame hanno avuto in mente le fiamme dell’Inferno. L’immagine che ho scelto, del resto, illustra bene l’idea di decadenza di cui stiamo parlando, e che è anche una decadenza della cultura: le rovine della crociera del transetto crollate ai piedi della scultura della Pietà rimasta miracolosamente intatta. Certo che, col senno di poi, questo incendio può essere visto come una premonizione di ciò che sarebbe accaduto pochi mesi dopo. Come se anche per i non credenti fosse l’inizio della fine.

Lei denuncia da oltre vent’anni la mercificazione della cultura, gli eccessi dell’arte contemporanea, le stravaganze del mercato dell’arte. Si è scagliato contro la mostra di Jeff Koons al Centre Pompidou e il clip di Beyoncé al Louvre. In fondo, se spingiamo all’estremo il suo ragionamento, non è anche questo Inferno?
La scomparsa della fede in ogni sua forma, che sia in Dio o in un sistema politico, si è tradotta nell’arte da un lato in una forma di gigantismo, dall’altra in una forma di derisione, di sarcasmo e di volgarità a un livello mai raggiunto prima. Penso naturalmente a Damien Hirst e a Jeff Koons, per esempio al suo Bouquet di fiori installato di recente davanti al Grand Palais, vicino agli Champs-Elysées. L’arte oggi è diventata impotente e non trasmette più speranza. È ovvio che il problema dell’arte contemporanea va posto. Gli uomini hanno vissuto per secoli nell’ammirazione della creazione. La pittura è nata per fare l’elogio della creazione, degli esseri viventi, della natura.

Penso al capolavoro di Van Eyck, il Polittico dell'Agnello mistico dove, intorno all’altare sacrificale, sono dipinte decine di specie di fiori e piante diverse, un vero compendio di botanica del Medioevo.
Ma oggi l’idea della ricompensa, della penitenza, della trascendenza è sparita. Scomparsa la fede si sfocia nell’astrazione, in cui non c’è più niente da adorare, più niente da descrivere. Le forme si dissolvono negli impasti di Pollock e dell’Espressionismo astratto o nel rigore geometrico che riduce il mondo a reti matematiche senza forma umana. All’artista non resta più che occuparsi della decomposizione totale dell’universo umano.

Nel corso della sua vita ha denunciato le folle che deturpano i musei e le città d’arte. Che cosa le hanno ispirato le recenti immagini del silenzio nelle vie di Venezia e del Louvre senza turisti?

Più che altro mi guardo intorno e aspetto. Penso che lo shock per i musei è stato tale che saranno obbligati a reinventarsi. Una mostra colossale come quella di Damien Hirst alla Biennale oggi non avrebbe alcun senso. Possiamo dire che il museo è finito come è finita l’automobile? Non saprei. Sicuramente bisognerà tessere nuovamente un legame primitivo, primordiale, che attualmente è scomparso, tra il pubblico e l’opera. E ridare un nuovo contenuto, scomparso anch’esso, all’opera stessa. Nella mediocrità generale, sono curioso di seguire una giovane generazione di scrittori che con coraggio e lucidità torna a porre le vere domande. Ma nell’arte è un’altra storia. È più complicato.

Non ci sono più correnti, né movimenti; i grandi artisti sono sempre più isolati e il mercato è dominato da tre, quattro grandi gallerie mondiali che dettano legge su che cosa debba essere considerato arte. Perché ci sia un rinnovamento, l’artista deve uscire da questa solitudine e ricreare dei legami. Le mostre, quelle che aprono campi di riflessione, sono e potranno essere strumenti straordinari di rinascita, per distillare della vita in questi cimiteri che i musei sono diventati.

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