Gli studi e le opere di Giovanni Pratesi

Il celebre antiquario racconta la sua straordinaria carriera e perché ha deciso la dispersione all’asta di parte delle sue opere

Giovanni Pratesi circondato dalle sue opere. Foto: Massimo Listri
Laura Lombardi |

Giovanni Pratesi, antiquario appassionato, elegante, sagace, ironico, ha deciso di porre fine alla sua lunga attività, che lo ha visto uno dei protagonisti del settore, e di mandare una parte delle opere che si trovano nella galleria fiorentina di via Maggio all’asta da Sotheby’s, a Milano, nel marzo 2023. Le opere della sua collezione, conservate a Figline Valdarno, dove nacque nel 1939, appartengono invece alla Fondazione che porta il suo nome, che ha sede nella Cappella Serristori progettata da Giovanbattista Foggini, restaurata da Pratesi nel 1987. Da ragazzo, dopo aver frequentato due anni di liceo artistico in Francia, tornò a Firenze e vendette la sua collezione di francobolli, prima finestra sull’antiquariato, per dare inizio al suo mestiere. Dopo l’apertura della galleria nel 1960, è stato presidente dell’Associazione Antiquari d’Italia (dal 1995), oltre che segretario generale della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze (dal 2001 al 2012) e direttore della «Gazzetta Antiquaria» (dal 1987).

Non le dispiace separarsi da tanti dipinti, sculture, arredi?

L’asta è il destino inevitabile per poter fare contrattazioni di grande volume. Il problema del provare dispiacere è relativo, in quanto ogni opera ha avuto un trascorso sentimentale e questo percorso si è spento, mentre domani o anche oggi stesso proverò altre forme di innamoramento, sebbene ora sia difficile trovare quel che un tempo mi ha sedotto, specie pensando agli anni Sessanta quando ho iniziato. Inoltre, ho venduto molte opere a musei quali Palazzo Venezia, Capodimonte, Palazzo Pitti, gli Uffizi, quindi il mio lavoro resta rappresentato e ricordato attraverso quelle testimonianze.

Com’è cambiato il mercato antiquariale nel corso dei decenni?

Negli anni Sessanta era semplice incontrare capolavori perché il mercato fiorentino era ancora erede di Stefano Bardini, con un gusto tutto diretto ai fondi oro, anche se «stanchi». Nessuno s’interessava all’arte dopo il Cinquecento, mentre io, tanto per fare un esempio, misi insieme un nucleo di 36 dipinti e 8 disegni di arte senese del Seicento, di grande livello, con maestri quali Rutilio Manetti o Bernardino Mei; nel 1995 la raccolta fu acquistata dal Ministero dei Beni Culturali per la Pinacoteca di Siena. Tra gli arredi, si preferivano mobili pseudoquattrocenteschi e cinquecenteschi rifatti magari in Calabria. Questo gusto rustico che tanto piaceva agli architetti di interni, che sono poi i veri protagonisti delle mode (in una congiunzione perversa con gli editori di quel settore), è andato avanti negli anni Ottanta; poi non trovando più cose, si sono rivolti al Neoclassicismo, al gusto impero. Ora i mobili non interessano più, si preferiscono quelli di design contemporaneo da mescolare con dipinti e sculture di secoli passati.

Da questo punto di vista lei ha ben saputo captare il cambiamento, quando invitò Gian
Enzo Sperone a esporre alla Biennale Internazionale di Palazzo Corsini.
Sperone, che vive a New York, capisce la qualità e l’importanza delle opere che colleziona e sa appunto unire la passione per l’antico al collezionismo contemporaneo.

Ricordiamo anche la «Gazzetta Antiquaria», rivista fondata dai fratelli Bellini negli anni Trenta, a cui lei negli anni Ottanta ha dato nuovo vigore.

Sono stati anni molto divertenti e appassionanti nei quali ho potuto dare sostegno e spazio a giovani, perlopiù allievi di Mina Gregori, che studiavano proprio il Seicento toscano e fiorentino in particolare. Allestimmo anche una mostra in galleria in parallelo a quella del Seicento fiorentino, curata da Gregori a Palazzo Strozzi (1986-87). La mia galleria divenne così un punto di riferimento per molti studiosi italiani e stranieri. Nel 1993 ho pubblicato il Repertorio della scultura fiorentina del Seicento e Settecento e nel 2003 il Repertorio della Scultura fiorentina del Cinquecento, editi da Allemandi.

Negli anni in cui è stato segretario generale della Biennale di Palazzo Corsini, sede peraltro «conquistata» proprio grazie a lei, si era battuto energicamente per risolvere il problema della notifica.

Gli anni migliori sono stati quelli in cui mi sono potuto accordare con l’amico soprintendente Antonio Paolucci per ottenere che tre giorni prima dell’apertura della Biennale una commissione di funzionari delle Soprintendenze fiorentina e romana facesse un giro per decidere che cosa notificare, in modo che i collezionisti stranieri sapessero in anticipo se un’opera era esportabile o no. Giovanni Previtali disse che chi notifica pensa più al proprio tinello che non ai beni dello Stato, di cui gli antiquari sono in fondo i conservatori. Ora non si può neppure commerciare un pezzo se, per esempio, contiene un inserto in avorio di un elefante ucciso 300 anni fa: sono forme che sfiorano il fanatismo.

Si sente di fare un bilancio della sua carriera?

Ho attraversato tre quarti della mia vita comprando e vendendo Bellezza e non è poca cosa. Sono stati compagni di strada il Collezionismo e il Mercato Antiquario, gli Storici e i Funzionari delle Soprintendenze nelle forme più intelligenti. Mi piace ricordare Antonio Paolucci, Cristina Acidini e i giovani studiosi che insieme a me iniziarono nuovi metodi di lavoro, dotando le opere di una scheda critica, prassi fino allora poco praticata. L’occasione per verificare che questa formula sarebbe stata accettata fu la mostra della Pittura Fiorentina del Seicento per cui si predispose un catalogo con l’introduzione di Giuliano Briganti e l’epilogo di Giuseppe Cantelli, mentre le schede furono redatte dai giovanissimi storici dell’arte Elisa Acanfora, Roberto Contini, Laura Laureati, Riccardo Spinelli, Giovanni Pagliarulo, Maria Cecilia Fabbri, Francesca Baldassari, Paola Bruscoli e Lisa Goldenberg Stoppato. Ecco il mio bilancio.

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