Fiero di essere un (mini) prigioniero politico

Moe Satt, artista arrestato durante una protesta contro la dittatura militare che governa il Paese da febbraio: «Sostenete il Myanmar e invitateci alle vostre mostre»

Moe Satt. Courtesy of Nova Contemporary
Lisa Movius |

«Sono fiero di me stesso come mini prigioniero politico»: 95 giorni in prigione non hanno fatto che rafforzare la resistenza di Moe Satt contro il regime militare che ha preso il controllo del Myanmar con il colpo di stato di febbraio. Satt, uno degli artisti più noti del Paese, è stato arrestato durante una protesta il 27 marzo scorso, festa nazionale delle Forze armate.

Dopo l’arrivo di un’auto della polizia e dei soldati nel corso della manifestazione, racconta, «siamo corsi a nasconderci in un vicino edificio. Ma hanno perlustrato l’intera zona e tutto il palazzo, dal piano terra fino all’ultimo. Noi ci nascondevamo al nono piano. Alla fine ci hanno trovati. Dopo qualche ora alla stazione di polizia e due notti in un carcere militare, ho passato 38 giorni nel braccio di isolamento a Insein (la prigione centrale di Yangon, Ndr), quindi altri 55 in un reparto di “riflessione” dello stesso centro di detenzione».

Moe Satt e i suoi compagni sono stati arrestati in base al Codice 505-A del Myanmar, che dichiara illegale qualsiasi azione o illazione atta a danneggiare i militari. È stato arrestato con altre otto persone, «cinque poeti, un designer e due giovani manifestanti», durante un anno di proteste che, secondo Satt, ha visto l’incarcerazione di registi, musicisti, attori e attrici, scrittori e il rettore di un’università di arte e cultura.

Secondo l’Assistance Association for Political Prisoners (Burma) da fine ottobre 2020 sono state 7.016 le persone arrestate per ragioni politiche dal Tatmadaw (le forze armate del Myanmar) dopo il colpo di Stato, delle quali 1.196 sono state uccise dai militari. «Molti artisti si sono uniti a questa rivoluzione, spiega Moe Satt. Per questo siamo stati arrestati, alcuni sono scappati e si sono nascosti, altri sono nella foresta e si sono uniti a gruppi armati».

Le condizioni di vita a Insein, un carcere coloniale costruito nel 1887, erano difficili, afferma l’artista: «Le prigioni del Myanmar sono tra le peggiori al mondo. Non esistono i diritti umani. I bagni non hanno porte. Non potevamo usare penne e carta per scrivere. Non potevamo restare in contatto con le nostre famiglie, tranne che attraverso una lettera al mese. Non c’è il telefono». Moe Satt la descrive come un’«esperienza terribile». La cella misurava 15,5x6 metri e conteneva da 50 a 70 persone. «Come si può dormire in uno spazio così ridotto? Scherzavamo dicendo che una bara è molto più grande...».

Durante la prigionia l’arte è stata lontana dai suoi pensieri. «Non ho avuto tempo di pensare all’arte. Dovevo affrontare la dura vita in prigione. Dopo essere uscito, ho avuto bisogno di tempo per elaborare l’esperienza. Più avanti, cercherò di creare qualcosa dalla mia vita in carcere», ha dichiarato, aggiungendo di aver già iniziato questa sperimentazione, usando le uniformi e le razioni della prigione come fonte di ispirazione.

Moe Satt era già stato arrestato nel 2012 dopo una performance, ma in quell’occasione si era trattato di «poche ore in una stazione di polizia, con l’accusa di aver messo in atto un’azione pubblica senza permesso. Sono stato arrestato diverse volte per le mie performance pubbliche, ma questa volta è stato completamente diverso. Per la prima volta sono stato in prigione. Sono orgoglioso di me stesso come mini prigioniero politico», ha affermato.

Al suo rilascio, il 30 giugno, Moe Satt è tornato a confrontarsi con le difficoltà quotidiane del Myanmar: blackout di Internet e banche, crisi economica, violente ondate di Covid-19 e la costante minaccia di violenze immotivate dei militari. Dopo il colpo di stato «la notte non è più stata sicura. La polizia può arrivare a casa tua in qualsiasi momento senza mandato. Se non apri la porta, possono buttarla giù, entrare, picchiarti e arrestarti». Eppure, aggiunge, il «movimento di disobbedienza civile resta forte. Tutte le gallerie chiuse e gli artisti si sono uniti alle manifestazioni di protesta».

L’Association of Myanmar Contemporary Arts (Amca) «ha organizzato un’“Artists’ Street” dietro la Corte suprema, nei pressi del Municipio, occupando la via per una settimana. Pittori, musicisti, poeti, scrittori, fumettisti, si sono riuniti tutti per fare arte contro la Giunta militare. Abbiamo anche venduto le opere per strada, mettendo poi il ricavato a favore della rivoluzione».

Moe Satt aggiunge che a giugno il Governo ha cercato di ristabilire la normalità riaprendo l’Università Nazionale di Arte e Cultura, che ha campus a Yangon e Mandalay, dopo che circa il 70% degli insegnanti e la maggior parte degli studenti se n’erano andati per unirsi al movimento di protesta. L’iniziativa non ha avuto successo: né gli insegnanti né gli studenti sono tornati.

Portare all’estero le proprie opere resta la sfida maggiore per gli artisti del Myanmar. Dal suo rilascio, Moe Satt è stato invitato a mostre al Goethe Institut di Hong Kong (chiusa il 23 ottobre), al Tai Kwun Contemporary (fino al primo gennaio 2022) e all’Artspace@Helutrans di Singapore (chiusa il 17 ottobre). Una mostra online in collaborazione con la britannica Inventory Platform proponeva una performance digitale di Moe Satt che cucinava un rancio da prigione. Satt ha in gran parte spedito le opere online, perché via posta «il rischio di censura è molto alto», spiega.

Un altro ostacolo è incassare i pagamenti: «È molto difficile ritirare soldi in banca, il sistema è stato limitato dopo il colpo di stato. Alcuni sportelli bancomat limitano i prelievi a 200-500 dollari a settimana, mentre la maggior parte è chiusa. Per questo ora ci sono broker che sono in contatto con un generale o una banca e aiutano a ritirare i contanti con una commissione del 7%».

Diversi artisti hanno lasciato il Myanmar e il ramo esiliato dell’Amca sta cercando aiuti umanitari e visibilità per chi ha deciso di restare: «Abbiamo chiesto al mondo di stare al nostro fianco. Sostenete il Myanmar e invitate gli artisti del nostro Paese alle vostre mostre. Per favore, dateci la possibilità di far vedere le nostre opere al mondo».

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