Ettore Ximenes tre volte a Buenos Aires

Lo scultore palermitano è autore del «mausoleo» del generale Belgrano

Marco Riccòmini |

«E cadde la mano non stanca, forte ancora, agile, pronta. Svanì l’ultimo sogno dell’uomo, che visse anche lontano, in Russia e nel Brasile, negli Stati Uniti o...». «Gabriella?», chiamò Adolfo ad alta voce, inclinando la sedia all’indietro per guardare verso il corridoio. «Mi perdoni: Ettore andò anche a Buenos Aires?». Senza attendere una risposta, Venturi riprese a pigiare sui tasti della Royal, avvolgendola d’una nuvola di fumo del sigaro che teneva tra i denti quando, a quel ticchettio, si sovrappose quello di passi sulle piastrelle della stanza accanto.

«Sì, Professore, per tre volte e l’ultima (era il 1902) stette via sei mesi e fui in pena», disse con un filo di voce la donna apparsa come un’ombra alle sue spalle. «Grazie, sì, mi pareva. Dov’ero rimasto? Ah ecco... in Argentina». In pena e sulle spine, visto che il marito nei suoi diari «bonaresi» scriveva di aver condotto allo studio, oltre a «negri, indiani caratteristici e gauchos», anche «mulatte bellissime».

In realtà, Ettore faceva quel che poteva per non sfigurare nei salotti della capitale sudamericana, dove «i guanti non è permesso mostrarli usati, le scarpe, Dio liberi se appaiono alquanto logore», annotava arricciandosi i baffi con la punta delle dita. «Ximenes de Luna d’Aragona, una de las ocho principales familias aragonesas», rispondeva quando gli chiedevano l’origine del suo cognome, di lontana origine iberica.

Tuttavia, lontano da casa, lo scultore palermitano Ettore Ximenes (1855-1926) non riusciva a godersi il successo tributatogli grazie alla sua grande opera, il «mausoleo» del generale Belgrano, inaugurato nel 1898 con gran fanfara nella piazza antistante la Basílica de Nuestra Señora del Rosario a Buenos Aires.

Perché Ettore, oltre ad avere «bella la mano modellatrice», come scriveva il Venturi, aveva «bello il cuore», ossia amava la moglie. E, quando passò a miglior vita, questa volle ricordarlo con un libro (dove scrisse il celebre storico dell’arte), affinché rimanesse memoria imperitura del «lavoro che componesti di sogni, di slanci, di glorie, racchiudendovi, con la tua vita, l’amor mio».

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