documenta 15 ecosistema futuribile

Più che una mostra, un racconto corale e globale. Caotica, vitale, cacofonica, la rassegna lancia un messaggio: ciò in cui credevamo si è rotto, urge trovare pezzi di ricambio

L’installazione di Atis Rezistans - Ghetto Biennale nella Chiesa di St. Kunigundis © C&AL «Black Masks on Roller Skates» (2022) di Amol K Patil nello Hübner Areal. Foto Nils Klinger «The Rituals of Things» (2022) di Baan Noorg Collaborative Arts and Culture nel Fridericianum. Foto Nicolas Wefers «Wakija Kwetu» (2022) di Wajukuu Art Project all’ingresso della documenta Halle Foto Frank. Foto Nicolas Wefers L’installazione «Generosity, Regeneration, Transparency, Independence, Sufficiency, Local Anchor and most of all Humor» (2022) di Dan Perjovschi sulla facciata del Fridericianum. Foto Emily Watlington
Micaela Deiana |  | Kassel

In settant’anni di storia documenta è stata sempre diretta da curatori professionisti di origine europea, con la sola eccezione di Okwui Enwezor nell’11ma edizione, nigeriano d’origine che, comunque, ha portato avanti i propri studi universitari a New York.

Per avere un vero scossone abbiamo dovuto aspettare il 2022, quando la manifestazione è stata affidata non a un singolo curatore ma a un collettivo, per giunta di artisti, che arriva dall’Indonesia e agisce oltre i confini delle arti visive, i Ruangrupa. Viste le premesse, da questa edizione non potevamo certo aspettarci una mostra canonica, che intendesse tirare le somme di cinque anni di ricerca sulla produzione artistica nata nel contesto occidentalocentrico che tutti conosciamo.

L’energia di documenta 15 nasce piuttosto dalla capacità di costruire un ecosistema delle pratiche ambientaliste, sociali, educative, economiche attraverso il quale, a diverse latitudini del globo, organizzazioni non profit, collettivi e artisti stanno ridisegnando il quotidiano di molte comunità. Un racconto corale (al netto dei raggruppamenti, sono circa mille le persone chiamate a essere protagoniste di questa narrazione) che vive, come facilmente intuibile, soprattutto attraverso spazi relazionali, archivi di documenti e lunghe rassegne video. Tutte modalità dialogiche più che visuali, che stimolano la fruizione intellettuale della mostra più che cercare la connessione con lo spettatore su una temperatura emotiva.

Chi si mette in viaggio verso Kassel deve quindi aspettarsi una statica esposizione archivistica e vuote agorà di facciata? Assolutamente no. Innanzitutto perché gli spazi sono progettati a misura di visitatore. Scordiamoci quindi un approccio concettuale per una fruizione da visitatore-osservatore, qui il visitatore è prima di tutto un corpo che vive. Si sdraia su cuscini per guardare i film, si siede a un tavolo per partecipare ai giochi di ruolo o per sfogliare i documenti degli archivi.

Se ha meno di tre anni, gioca con sabbia e secchiello nell’asilo creato dall’artista ed educatrice Graziela Kunsch, il Rurukids. Quando la stanchezza si fa sentire, può rifugiarsi nelle sale riposo nei toni rilassanti dell’azzurro, in cui è vietato usare il cellulare (persino tenerlo in modalità vibrazione) e parlare ad alta voce. In secondo luogo perché, nonostante il focus sia processuale, i media tradizionali dell’arte sono ben presenti in tutti le sedi espositive.

Le strategie partecipative che definiscono l’identità e la griglia della manifestazione, infatti, accolgono fra le loro maglie diversi nuclei espositivi più tradizionali che, in un certo senso, possono essere letti come i crocevia di un cammino esplorativo. Il risultato che ne deriva sarà che se l’esperienza del singolo visitatore differirà a seconda delle attività previste nel giorno della visita dai vari collettivi, l’esperienza della collettività convergerà comunque lungo questi nodi visuali che punteggiano la manifestazione nei cento giorni di apertura.
«Chayachobi» (2022) di Britto Arts Trust nella Documenta Halle. Foto Nicolas Wefers
Slum e Maasai
Dan Perjovschi, con i suoi consueti disegni ironici e graffianti, accoglie il visitatore che approda a Kassel alla stazione ferroviaria e lo attende all’ingresso del Fridericianum, lungo le colonne della facciata e nei colophon della manifestazione. Nello stesso edificio, l’Off-Biennale Budapest costruisce con undici artisti la mostra di un immaginario museo di arte rom (il RomaMoMa - Roma Museum of Contemporary Art), evidenziando la poca attenzione istituzionale alla produzione artistica di questa minoranza culturale apolide. Troviamo qui i cicli narrativi in tessuto di Malgorzata Mirga-Tas, già protagonista del Padiglione polacco alla Biennale di Venezia, e la giovane Selma Selman, che dipinge sulle lamiere di metallo recuperate dallo sfasciacarrozze e rivendute dalla sua famiglia in un’economia di sussistenza.

L’ingresso della Documenta Halle è trasformato dai Wajukuu Art Project, che per entrare nell’edificio ci fanno attraversare una galleria che unisce l’estetica informale degli slum e l’architettura domestica tradizionale Maasai. Fra i protagonisti di questa sede, l’INSTAR - Instituto de Artivismo Hannah Arendt, nato nel 2015 per iniziativa di Tania Bruguera, che organizza dieci mostre dalla durata di dieci giorni ciascuna, in costante dialogo con il quartiere generale all’Avana, con l’obiettivo di dare spazio agli artisti e intellettuali quotidianamente censurati a Cuba.

Cattura l’attenzione anche «Chayachobi», un imponente murale del Britto Arts Trust, la cui realizzazione ha visto per un anno artisti e pittori di pubblicità, cinema e risciò fianco a fianco nel creare un ciclo che traccia la storia dei vecchi film bangladesi con una selezione di scene di cibo, carestia, guerra e redenzione.

L’opera entra visivamente in dialogo con «Plan for Churning Milk: the Rituals of Things» del gruppo non profit thailandese Baan Noorg Collaborative Arts and Culture, fondato nel 2011 dagli artisti Jiradej Meemalai e Pornpilai Meemalai, in cui una pista da skate graffitata e frequentata, una tartaruga gonfiabile che porta sul guscio un dolmen, girandole di luce neon, video e Nang Yai (sagome del teatro thai) dipinte sulla pelle di mucca si armonizzano in un intervento in cui il mito Ramayanan liberamente si intreccia alle fiabe dei fratelli Grimm.

Nel vicino Ottoneum, sede del Museo di Storia Naturale, gli INLAND orchestrano una mostra sul potenziale delle economie agrarie, in cui spicca «Animal Spirit», l’ultimo lavoro di Hito Steyerl. Una riflessione sulle decisioni in materia finanziaria prese in tempo di incertezza o di crisi economica, che inizia con un reality show in un villaggio delle montagne spagnole e prosegue con una lotta fra animali in un’arena nel metaverso. Il film viene fruito in uno spazio-caverna, fra proiezioni create dall’intelligenza artificiale e capsule in cui si coltivano colonie fungine su piccole forme di formaggio (il gruppo propone l’utilizzo dei cheesecoin come valuta alternativa). Niente di tutto ciò sembrerebbe poter essere accostato seguendo una logica di senso, eppure, nel fluire degli oggetti, tutto sembra connesso.
«Bara Solidaritas: Sekarang Mereka, Besok Kita/The Flame of Solidarity: First they came for them, then they came for us» (2022) di Taring Padi nell’Hallenbad Ost. Foto Frank Sperling
Da Mumbai al vodou
Proseguiamo nell’area industriale di Bettenhausen. Nei capannoni dello Hübner si distingue il lavoro di Amol K Patil, con un’installazione che potremmo definire una mostra monografica a sé. «Black Masks on Roller Skates» unisce sculture cinetiche, video, musica e performance, che si sviluppano dalla storia familiare dell’artista nei quartieri della working-class di Mumbai e, insieme alla performance «Sweep Walkers», ci racconta una storia di ribellione alla tradizione della casta e il desiderio di sfuggire all’invisibilità.

Uno slancio che la società non può più soffocare, che ritroviamo simbolicamente nei grandi terrari che respirano e nelle sculture in cui il corpo moltiplica parti di sé stesso pur di acquistare spazio. Dalle aree industriali agli edifici religiosi, a pochi minuti di cammino ecco gli Atis Rezistans che, con il loro intervento della Ghetto Biennale, sconvolgono la chiesa di St. Kunigundis con un’installazione sincretica e complessa in cui convivono la cultura popolare di Haiti e la storia di un Port-au-Prince, la religione cattolica e quella vudou.

Nella «Vyej Mari» di Jean Claude Saintulus la Vergine è uno scheletro avvolto da una rete azzurra e il Bambin Gesù una bambola rotta; negli altari, illuminati al led, la statua della Madonna è affiancata da totem rotanti colorati; al soffitto un’installazione che richiama la confusione della Grand Rue, al centro un memoriale agli artisti vittime del terremoto del 2012, a firma di André Eugène e Michel Lafleur.

Infine, l’altro grande edificio protagonista dell’area, la piscina in stile Bauhaus completamente trasformata dall’intervento degli indonesiani Taring Padi, che fra grandi pannelli di protesta (arriviamo agli 8 metri), poster e wayang kardus (marionette in cartone ad altezza naturale) ci restituiscono la storia e il presente di un imponente movimento di protesta solidale attivo da 22 anni, colorato e dall’altissimo valore grafico.
«documenta Fried Chicken» (2022) di Hamja Ahsan sulla facciata del Fridericianum. Foto Frank Sperling
Pollo fritto al cimitero
Ci sono poi artisti in diversi spazi lungo il percorso: il collettivo Fafswag, attivisti Lgbtiq+ di Aoteaora, il cui lavoro sembra idealmente in dialogo con quanto propostoci da Yuki Kihara nel Padiglione della Nuova Zelanda della Biennale di Venezia; Hamja Ahsan, che con le insegne led di una catena di pollo fritto immaginaria si inserisce in pressoché ogni sede (compresa quella del Museum für Sepulkralkultur), con un gesto pop-satirico evidenzia le fratture di una società non inclusiva, in cui ancora serpeggiano xenofobia e islamofobia; Jumana Emil Abboud, fra le anime più poetiche di questa documenta, celebra la spiritualità dei luoghi in installazioni e opere video, e ci mostra, con amorevole cura, fragili opere in cera legate al racconto di storie popolari palestinesi tramandate di bocca in bocca.

Indubbiamente il percorso di visita può sembrare bizzarro e costantemente sull’orlo del caos. È questa una documenta straordinariamente vitale, che racchiude i suoni diversissimi e talvolta cacofonici di una grande metropoli affollata, che ha finalmente abbattuto i propri confini per allargarsi alle periferie, all’agrario, al pensiero oltre l’Umanesimo e a tutta la complessità che caratterizza oggi il nostro vivere contemporaneo.

Siamo davanti al manifesto di un mondo che sta cambiando, che non si nasconde davanti alle contraddizioni e ai drammi che stiamo vivendo, ma non per questo si pone un freno nel cercare nuovi equilibri di incontro, nuove soluzioni e, sì, probabilmente anche nuovi fallimenti. Ciò che avevamo costruito si è rotto. Magari nel lumbung, così i Ruangrupa chiamano il nostro granaio di comunità, c’è qualche pezzo di ricambio e ci sono nuovi modi per unire i frammenti di ciò che credevamo di conoscere.

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«List of Censored Artists» (2022) di INSTAR - Instituto de Artivismo Hannah Arendt nella documenta Halle. Foto Frank Sperling

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