documenta practice-based e «meno estrattiva possibile»

Se alla Biennale di Venezia la rottura del paradigma umanista del pensiero occidentale è affidata a linguaggi propri dell’arte contemporanea, e quindi all’universo del visuale, a Kassel il focus è primariamente processuale, e si manifesta attraverso l’archivio e la pratica dialogica ed esperienziale

La ruruHaus, una delle sedi di documenta fifteen. Foto Nicolas Wefers
Micaela Deiana |  | Kassel

Nel 2022 le grandi kermesse dell’arte contemporanea sembrano alleate nel guardare al mondo post-pandemico e documenta fifteen risuona in armonia con quanto ci sta proponendo la Biennale di Venezia in questi stessi mesi. Ma, se in quest’ultima la rottura del paradigma umanista del pensiero occidentale è affidata a linguaggi propri dell’arte contemporanea, e quindi all’universo del visuale, a Kassel il focus è primariamente processuale, e si manifesta attraverso l’archivio e la pratica dialogica ed esperienziale.

Per la prima volta documenta è affidata a un collettivo d’artisti, i Ruangrupa, che hanno allargato le maglie dell’autorialità curatoriale chiamando a collaborare una team artistico, che a sua volta ha allargato l’invito a un gruppo di organizzazioni, collettivi e artisti per contribuire al «lumbung», il granaio, la raccolta delle sementi per il bene comune di questa grande manifestazione.

Moltiplicati gli autori provenienti dalle diverse parti del globo (53 fra gruppi e artisti singoli), moltiplicate le sedi: oltre alle centrali e tradizionali sedi espositive del Mitte e della Fulda, la mostra si estende sino all’area industriale Bettenhausen. Che cosa deve aspettarsi quindi il visitatore in questi 100 giorni di documenta? Un viaggio in cui poter attraversare culture e pratiche pur non abbandonando i confini di Kassel, che potrà essere fruttuoso solo se si è disposti ad abbandonare la concezione occidentalocentrica di conoscenza, storia e arte per mettersi in ascolto di quanto i protagonisti di questa narrazione stanno portando avanti alle diverse latitudini.

Non ci troviamo di fronte a una mostra tematica, piuttosto siamo invitati a entrare in una manifestazione «practice-based». Sono i Ruangrupa i primi a essere consapevoli del rischio di cadere nella trappola di una grande vetrina di collettivi. L’intento non era tanto espositivo quanto generativo, per creare così una documenta fatta di contributi arricchenti, che fosse il «meno estrattiva possibile». Nel guardare a questo obiettivo di sostenibilità sociale, hanno provato a costruire un’esperienza che si sviluppasse sul lungo periodo, in cui si agisse più che predicare (o quanto meno si predicasse poco), che fosse un’occasione per raccontarsi, imparare nuove strategie gli uni dagli altri e raccogliere spunti da portare sul campo nelle rispettive aree del mondo.

Il visitatore si trova ad assistere, e in alcuni casi a partecipare, a un processo di traslazione in cui gli artisti coinvolti traducono il proprio operare quotidiano nei confini della manifestazione. Confini geografici ma non temporali: quanto noi vediamo oggi è solo una fase di una ricerca pluriennale, sviluppata in regolari incontri virtuali e non (in assemblee, «majelis» di cui si è raccolta scrupolosamente la documentazione, «the harvest»).

Sono queste dichiarazioni che potrebbero facilmente offrire il fianco alle accuse di politically correctness che la fetta più conservativa del mondo culturale muove alle iniziative che allargano la prospettiva egemonica e tentano di ricucire i rapporti con le minoranze subalterne. Fermarsi a questi pregiudizi di lettura rischia di non farci cogliere l’identità profonda di questa edizione. Per aprire uno spazio di riflessione più calato sul progetto può essere utile concentrarsi sulle risorse economiche che hanno alimentato la manifestazione, ed evidenziare come le decisioni prese siano mosse da un pensiero di decostruzione (e costruzione di un’altra possibile via) del fare arte oggi.

Ciascuno dei quattordici «lumbung inter-local» (le organizzazioni chiamate a formare il network di primo sviluppo) ha avuto a disposizione 180mila euro di produzione, a cui si sommano 25mila euro corrisposti in anticipo, un fee con cui da una parte si riconosceva il lavoro fatto negli anni sui territori di appartenenza, dall’altro si siglava l’accordo per portare quello stesso lavoro a Kassel nel 2022 impegnandosi a farlo attraverso una pratica che fosse generativa durante e soprattutto dopo la fine della manifestazione.

Non sono cifre da poco, soprattutto se si considerano le economie di certe aree periferiche e il tempismo con cui il supporto è arrivato; possiamo facilmente immaginare cosa abbia potuto significare per un collettivo artistico avere questo introito in anni di pandemia, quando in lockdown non era possibile attuare progetti di alcun tipo. A questo si aggiunge il contributo individuale destinato a ogni collettivo e artista: 60mila euro a progetto, con un fee di 10mila euro per i collettivi e 5mila euro per gli artisti singoli. Le cifre sono riportate nel catalogo-guida che accompagna la mostra, nei testi a cura della direzione artistica, e ci restituiscono con chiarezza la pratica che ha fatto seguito alle intenzioni.

Non è l’unico momento in cui si parla apertamente di budget. I Ruangrupa raccontano, con un certo candore, come durante le discussioni sulle sostenibilità della manifestazione dal punto di vista economico, abbiano scoperto dallo staff permanente dell’istituzione promotrice come sia stata consuetudine nelle edizioni precedenti che le opere fossero vendute dai galleristi durante i 100 giorni, per poi essere spedite ai collezionisti a chiusura della mostra. Prassi nota a tutti gli addetti ai lavori, ma sottilmente taciuta.

In questo caso non solo hanno scelto di metterla nero su bianco, ma di portare le azioni di compravendita in chiaro. Ma qui non siamo nel sistema dell’arte che conosciamo: non abbiamo gallerie ma «lumbung-kiosk» in cui sono venduti oggetti prodotti dai collettivi (e altri prodotti del territorio di Kassel) e parte dei proventi va a finanziare la cassa comune, ad alimentare l’economia circolare che nutre e sostiene le spese vive richieste dalle iniziative di public program, workshop e laboratori.

Per una stessa logica di economia comunitaria, l’annuncio dei nomi dei partecipanti era stato fatto non su stampa di settore ma su «Asphalt», un giornale venduto nelle edicole tedesche, il cui ricavato è finalizzato al supporto degli indigenti senza fissa dimora, ed è stato introdotta per i visitatori l’iniziativa del «biglietto sospeso»: per la prima volta i visitatori possono acquistare un ticket in più e metterlo a disposizione di chi non ne può coprire autonomamente il costo (27 euro).

Siamo quindi davanti a una mostra politica? Sì, e lo è soprattutto, e profondamente, nella sostanza, più che nella forma. Nelle sale infatti non primeggia la politica in quanto tema. Ci sono manifestazioni politiche (nella forma di video e props) e pratiche attiviste, è vero, ma ci sono anche progetti agrari, scuole di comunità, espressioni canore e coreutiche, riflessioni più intimiste per un mondo inclusivo e interspecista, dibattiti e feste BDSM friendly.

Non è una mostra facile. Richiede tempo di approfondimento, la voglia di fermarsi a leggere i documenti e guardare video di reportage, ma il visitatore non è mai lasciato in piedi davanti a uno schermo. Troverà sempre una seduta e persino un’area relax dai toni azzurri in cui riposare lo sguardo e il corpo (e in cui è vietato usare il cellulare). È una manifestazione fatta da persone, per le persone. Buona visita, quindi, e per dirla con le parole dei curatori: «Ricordatevi! Non fate arte, fatevi degli amici!»

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