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Archeologia

Diario del nostro ritorno a Cirene

Sopralluogo in Libia degli archeologi italiani dopo sette anni di guerra

Oscar Mei nel sito archeologico di Cirene

Cirene (Libia). Sette anni, tanto lunga è stata la nostra assenza dalla Libia. Eravamo tornati dopo la rivoluzione del 2011 e la morte di Gheddafi, ma l’arrivo di Daesh decretò il blocco totale delle attività delle missioni nel Paese. Ora la Libia sta cercando faticosamente di tornare alla vita normale e di ricostruire le proprie istituzioni.

Da molti mesi la nostra Missione dell’Università di Urbino, insieme a quella di Chieti diretta da Oliva Menozzi, quella di Roma 3 diretta da Luisa Musso e quella del Mibac, diretta da Vincenzo d’Ercole, stava pianificando il ritorno nel Paese nordafricano, per rispondere alla chiamata del Dipartimento alle Antichità della Libia. Dopo i viaggi in Tripolitania dei colleghi nei mesi scorsi, abbiamo preso la decisione di tornare in Cirenaica, la prima missione straniera a visitare la regione dopo il 2013.

Non esistendo voli che colleghino direttamente Italia e Libia, siamo partiti per Tunisi il 28 marzo e siamo riusciti a partire per Bengasi nella tarda mattinata del 31; di là in auto fino a Cirene. La mattina dopo abbiamo subito tenuto una riunione operativa con il chairman del Dipartimento, Ahmed Hussein, e i suoi collaboratori, per fare il punto della situazione e definire le prospettive future.

Le richieste immediate sono state quelle di perimetrare buffer zones per la protezione del sito, riprendere restauri urgenti di monumenti particolarmente sofferenti, progettare coperture per preservare alcuni dei mosaici più belli dell’antica colonia greca. Alla riunione è seguito il sopralluogo di tre giorni che ci ha permesso di vedere con i nostri occhi le condizioni del patrimonio archeologico di Cirene dopo anni di guerre e di valutare le azioni da intraprendere.

L’area corrispondente all’antica città si trova in condizioni abbastanza buone, non essendo stata oggetto di distruzioni; il problema più grande riscontrato è appunto quello della mancanza di manutenzione ordinaria. Molto diversa la situazione delle necropoli e delle aree sacre che circondano la città. La necropoli nord è minacciata soprattutto da atti di vandalismo dovuti a scritte realizzate con bombolette spray direttamente sulle antiche tombe scavate nella roccia.

Disastrosa è la situazione della necropoli sud: un abusivismo edilizio incontrollato ha determinato la distruzione di tante tombe di età greca e romana e l’immissione nel mercato nero di numerosi reperti che tutte le missioni straniere operanti nel Paese tentano di recuperare in grande spirito di collaborazione. Alcune casette in cemento sono spuntate anche a pochi metri dalle colonne doriche del Tempio di Demetra e lambiscono pericolosamente il recinto del santuario della dea.

L’identità di vedute tra le Missioni italiane e il Dipartimento alle Antichità della Libia è forte; la volontà unanime è quella di continuare nella collaborazione per la salvaguardia e la tutela dello straordinario patrimonio archeologico del Paese. Torneremo presto, questo è certo.

Oscar Mei, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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