Diario da PhEST

Reportage in aggiornamento dal Festival internazionale di fotografia e arte di Monopoli: 32 mostre si interrogano su che cosa rende speciali gli esseri umani

Visitatori a Palazzo Palmieri durante la giornata inaugurale di Phest Veduta del progetti di Lisa Sorgini Veduta del progetto di Milan Gies Visual talk in Largo Palmieri, Credits Cosimo Calabrese Courtesy PhEST Mostra di Cristina De Middel, Credits Cosimo Calabrese Courtesy PhEST Mostra di Luisa Dorr Visita guidata Caimi & Piccinni al Porto Vecchio, Credits Cosimo Calabrese Courtesy PhEST
Redazione |

Giorno 3


Nell’ultima giornata del weekend inaugurale ha continuato a splendere il sole sul centro storico di Monopoli. La mattinata si è aperta con le visite guidate a Palazzo Palmieri di Caimi & Piccinni, Marieke van Der Velden e Glauco Canalis, tre lavori radicalmente diversi ma accomunati sotto lo stesso tema dell’«Essere Umani», un’esplorazione delle tappe esistenziali e di molteplici modi di relazionarsi agli altri. La prima tappa del nostro percorso è stata la mostra «The Family» di Zed Nelson, presso la Chiesa di San Pietro e Paolo: un lavoro sul senso della vita, della crescita e della vecchiaia, che vede la luce 25 anni fa, quando una coppia di amici chiede all’artista di posare per lui con il proprio bambino neonato; negli anni successivi, Nelson fotografa la stessa famiglia più volte, nella stessa data, sullo stesso sfondo e sotto la stessa luce, dando vita a un progetto seriale che nella sua semplicità ci mette davanti allo scorrere del tempo e alla forza dei legami familiari. Nella forma di una gigantesca installazione (circa 6x6 metri) posta sull’altare, i protagonisti di «The Family» si presentano allo spettatore in scala 1:1, sovrastando l’intera location con la potenza della propria semplice presenza.

Ci spostiamo poi alle Stalle di Casa Santa, dove troviamo le mostre di Tomas Van Houtryve e Alessandro Cinque, organizzate in collaborazione con Leica Akademie Italy. Il progetto fotografico di Van Houtryve, «Lines e Lineage», è realizzato attraverso una tecnica di scatto antiquata (lastre di vetro e una macchina fotografica del diciannovesimo secolo) con l’obiettivo di raccontare un capitolo scordato della storia americana, tutt’oggi rilevante in quanto solleva riflessioni sulla questione socio-politica attuale della frontiera sud degli Stati Uniti. «Alpaqueros» di Cinque indaga gli effetti del cambiamento climatico in Perù sugli allevatori di alpaca, «migranti climatici» costretti a traslocare verso altitudini sempre più alte o ad abbandonare il loro stile di vita e trasferirsi in città a valle.

A pochi metri di distanza entriamo a Palazzo Martinelli, dove è esposto il progetto di Koos Breukel «Me We», a cura di Erik Vroons. Nel corso della sua carriera, Breukel ha realizzato ritratti di decine di suoi colleghi fotografi, riconoscendoli come spiriti affini, fonte di ispirazione o amici. Viene qui presentata l’opera magna di uno dei più grandi ritrattisti dei nostri tempi, riunendo le immagini dei primi 30 anni della sua carriera. Le fotografie raffigurano ogni fase della vita, dalla nascita alla morte, ma appaiono anche come una retrospettiva della carriera di un grande fotografo. Le stampe di medie e grandi dimensioni, per lo più in bianco e nero, contrastano con le pareti grezze di questo splendido palazzo che si affaccia sul Porto Vecchio, rendendo lo sguardo dei soggetti fotografati ancora più penetrante.

Infine, l’ultima mostra in esterno è quella presso il Lungomare Santa Maria: con la sua serie «Atomic Overlook», Clay Lipsky ricontestualizza l’eredità dei test sulla bomba atomica al fine di mantenere fresca e ben presente la minaccia nucleare in corso, alludendo alle problematiche della cultura voyeuristica contemporanea, in cui la catastrofe è vista come intrattenimento per masse sempre più desensibilizzate. Da segnalare il successo rinnovato dei visual talk in Largo Palmieri, che vedono, anche nella loro seconda giornata, un grande successo di pubblico, in particolare quello tenuto da Lucy Conticello, direttrice della fotografia di «M», settimanale di Le Monde.

La giornata si conclude, come di consueto, con le proiezioni dei partner internazionali (LensCulture Portrait Award 2023 Winners, Leica Oskar Barnack Award 2022, PhMuseum Grant 2023) e con i DJ Set di  Z.I.P.P.O pres JIMA FEI ed Erik Vroons, celebrando la gioia di stare insieme nell’atmosfera conviviale e informale che caratterizza il festival. Gli eventi di PhEST però non finiscono qui: tante saranno le iniziative, tra visite guidate, incontri con il pubblico e concerti, che si terranno fino al 1 novembre. Per rimanere aggiornati consigliamo di seguire la pagina Instagram del festival.

Giorno 2


Visite guidate con gli artisti, letture portfolio, visual talk, workshop e proiezioni hanno scandito la seconda giornata di PhEST (2 settembre). Ad aprire le danze Phillip Toledano, che ha guidato il pubblico alla scoperta del suo progetto «Another America», esposto nel Castello Carlo V. Interamente realizzato con immagini prodotte da IA, il progetto mette in scena un mondo surreale ambientato a fine anni ’40, epoca in cui il concetto di fotografia era fortemente legato a quello di verità. A proposito del processo dietro alla creazione delle immagini, Toledano dice: «Per me i prompt sono come degli incantesimi, delle parole magiche con cui realizzare immagini». Dopo la visita guidata del fotografo britannico ci dirigiamo verso il Porto Vecchio, dove è esposto il progetto commissionato che ogni anno PhEST dedica al territorio pugliese. L’allestimento riproduce l’approccio tipico di Caimi & Piccinni, a cui è stato affidato il progetto 2023: una serie di 12 dittici in grande formato restituiscono un ritratto poliedrico e suggestivo della humanitas pugliese.

Proseguiamo con le mostre in esterno visitando l’installazione del lavoro «Drowning World» di Gideon Mendel, allestito sul belvedere di Porta Vecchia. Per questo progetto il fotografo sudafricano ha ritratto persone provenienti da diverse aree geografiche e background economici e sociali, ma tutte ugualmente vulnerabili alle alluvioni che hanno colpito l’area in cui vivono. Mendel presenta anche un altro progetto presso la Chiesetta di San Giovanni, «Burning World», con cui documenta l’aumento degli incendi boschivi in Australia, Grecia, Canada e Stati Uniti e le conseguenze che le fiamme hanno lasciato su vite e paesaggi. A pochi metri di distanza dal lavoro di Mendel troviamo la mostra di Luisa Dörr, nei pressi dello Skeleton Valley skatepark, location che si sposa perfettamente con il progetto della fotografa brasiliana: «Imilla» racconta la nuova generazione di donne skater di Cochabamba, in Bolivia. Queste donne indossano le tradizionali gonne «polleras» per andare in skate, rendendole simbolo di resistenza, un veicolo per emancipare le donne e diffondere il loro messaggio d’integrazione e di accettazione della diversità.

Per finire, abbiamo visitato Casa Santa, location interna che ospita cinque mostre: il percorso espositivo comincia con Tanya Tkachova e la sua serie «Motherland», con cui ci immergiamo nel microcosmo della sua casa di famiglia in Bielorussia, in particolare di sua madre ritratta nell’ambiente domestico. Segue il progetto «Another Online Pervert» di Brea Sounders, artista che lavora con la fotografia, il testo, la pittura e il collage, spesso mischiando elementi digitali e oggetti fisici. Il lavoro esposto ha origine da diverse conversazioni tra l’artista e un chatbot online femminile, il cui risultato è accostato a fotografie provenienti dall’archivio della fotografa. Nella stanza successiva, «Eviction» di Ingmar Bjorn Nolting documenta la lotta degli attivisti ambientalisti contro lo sgombero del villaggio di Lützerath, una frazione vicino alla città di Erkelenz, nella Renania settentrionale-Vestfalia, imposto dalla compagnia energetica RWE, che vuole estrarre i milioni di tonnellate di lignite che giacciono sotto il «loess», una tipologia roccia sedimentaria.

Nel cortile è invece esposto il lavoro di Noemi Comi «Lupus Hominarius», dedicato alle leggende e ai racconti popolari della Calabria sui lupi mannari. Attraverso la creazione di immagini distopiche, a tratti inquietanti, la fotografa mette in luce le ripercussioni che tali credenze hanno nella società contemporanea. Conclude il percorso l’installazione «Gentleman’s Club» di Cristina de Middel, con cui la fotografa spagnola esplora il fenomeno della prostituzione dalla prospettiva degli uomini. Per 7 anni, l’artista ha visitato le città che hanno un legame col sex-work, arrivando a raccogliere 100 immagini e interviste in cui gli uomini condividono le loro motivazioni e opinioni sul sesso a pagamento.

Ma PhEST non è solo mostre, è anche formazione con il laboratorio di fotografia analogica con Guglielmo Meucci a cura di Leica Akademie Italy e con le letture portfolio tenuta da esperti internazionali: Laura Sackett, co-fondatrice e direttrice creativa di «Lensculture»; Lucy Conticello, direttrice della fotografia di «M - Le Monde»; Emanuela Mirabelli, photo editor di «Marie Claire»; Irene Alison, direttrice creativa di Der*lab; Elena Boille, vicedirettrice di Internazionale; Maurizio Beucci, responsabile di Leica Akademie Italy; Alexa Becker, consulente ed editor freelance; Erik Vroons, editor, curatore e scrittore freelance; Michela Frontino, editor de «Il Fotografo». La giornata si è conclusa con i visual talk insieme agli artisti Zed Nelson, Phillip Toledano e Giulia Gatti, seguiti dal DJ Set di Clap! Clap! e DJ Alby in Largo Palmieri, punto di aggregazione dei visitatori del festival, ma anche dei turisti e dei monopolitani: la formula degli eventi gratuiti all’aperto si conferma essere una modalità inclusiva che mette tutti d’accordo.

Giorno 1

L’ottava edizione di PhEST, festival internazionale di fotografia e arte di Monopoli, ha aperto le porte venerdì 1 settembre con l’inaugurazione, come di consuetudine, di Palazzo Palmieri, sede che accoglie ben 14 mostre su 32. «Dopo l’edizione sul futuro dell’anno scorso, volevamo tornare alle nostre origini e interrogarci su cos’è uomo e cosa vuol dire essere umani, definizione che continua a mutare, oggi messa alla stretta dalle nuove tecnologie e dai progressi scientifici» spiega il direttore artistico Giovanni Troilo durante il discorso di apertura, accompagnato da Arianna Rinaldo, curatrice per la fotografia, Roberto Lacarbonara, curatore per l’arte contemporanea, Cinzia Negherbon, direttrice organizzativa, insieme alle autorità della Regione Puglia, del Comune di Monopoli, dell’Università degli Studi Aldo Moro di Bari, dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale. Presentando il programma espositivo, Troilo la definisce «un’edizione sul senso della vita, sulle tappe dell’esistenza umana» o, nelle parole di Lacarbonara, «sull’umanità intesa nella sua più metamorfica e continua peregrinazione».

Le mostre allestite lungo i tre piani di Palazzo Palmieri forniscono alcune risposte alla domanda che guida la linea tematica del festival: «Che cos’è che ci rende davvero speciali come esseri umani?». Il percorso caleidoscopico fatto di immagini, installazioni e suggestioni visive senza sosta si esprime in uno stimolo continuo verso nuove prospettive, modi di comprendere la nostra posizione nel mondo e la varietà infinita di modi per relazionarsi con l’altro, con un’attenzione sempre sorprendente alle modalità di allestimento e presentazione dei progetti.

Si comincia con il naso all’insù per osservare «L’uomo che misura le nuvole», opera in bronzo di Jan Fabre allestita nel cortile del palazzo, come ad accogliere il visitatore. Al piano terra, troviamo il lavoro di Anouk Kruithof, con una videoproiezione del suo progetto «Universal Tongue», composto da found footage di migliaia di stili di danza diversi, il cui montaggio serrato cancella le categorie tradizionali di Paese, continente, o cultura, celebrando la fluidità e l’interconnessione tra esseri umani; il duo Caimi & Piccinni con «RhOME», uno dei capitoli del progetto fotografico a lungo termine portato avanti dai due fotografi e ancora in fase di realizzazione. Caimi & Piccinni sono stati scelti da PhEST per realizzare il progetto commissionato sul territorio per l’edizione 2023, esposto presso il Porto Vecchio di Monopoli.

Salendo al primo piano troviamo Lisa Sorgini, con il progetto «Mother», che riunisce una panoramica di immagini scattate in varie località dell’Australia a madri e figli negli ultimi sette anni di attività dell’artista. Segue Robin Schwartz, il cui lavoro «Amelia & The Animals» è il risultato di una relazione intensa con il mondo animale, sviluppata insieme alla figlia Amelia, protagonista delle fotografie, nel corso di oltre vent’anni. Marieke van der Velden invece presenta «Children of the Labyrinth», un progetto multimediale che racconta l’esperienza di alcuni genitori provenienti da Afghanistan, Camerun, Iran, Siria, Iraq e Congo, che, costretti a fuggire dal loro Paese, scrivono una lettera ai propri figli. Il primo piano si conclude con la fotografa Siân Davey, che unisce due progetti, ciascuno dedicato a una delle sue due figlie, «Alice and Martha» e «Looking for Alice».

Il secondo piano ci accoglie con «The Darker the Night, the Brighter the Stars» di Glauco Canalis, dedicato alla cultura giovanile nel quartiere Torretta di Napoli, per spostarsi oltreoceano con Giulia Gatti e il suo progetto «Corazonada» scattato a Tehuantepec (Oaxaca), in Messico. Qui i corpi femminili vengono ritratti dalla fotografa con il desiderio di sovvertire gli scenari normativi, permettendo alle donne fotografate di riappropriarsi di elementi legati al potere, di simboli dell’erotismo e del mistero.

Seguono i lavori di Elinor Carucci, artista israelo-americana che presenta «Midlife», un viaggio attraverso la maternità, il matrimonio, la malattia, l’amore e l’invecchiamento, e di Milan Gies, la cui serie «Composition» (i cui soggetti sono i senzatetto di Amsterdam) propone una visione realistica del corpo umano, la cui matrice è la domanda: fino a che punto è possibile vedere le esperienze traumatiche riflesse nella maniera in cui un individuo appare o si muove?  Hanne van der Woude presenta invece «Emmy’s World», un progetto fotografico sui temi sociali contemporanei, quali le amicizie intergenerazionali, la creatività, l’indipendenza e la cura degli esseri amati.

Infine, Irene Mattarolo, artista giovanissima, presenta «Inside», un montaggio video composto da diapositive provenienti da un archivio abbandonato dai proprietari originari presso un negozio di fotografia, mentre «Humanity promenade» di Nicola Genco conclude il percorso in maniera squisitamente simbolica. L’installazione rappresenta infatti un delicato monumento alle genti che, in ogni luogo e in ogni tempo della storia, hanno avvertito l’urgenza e il bisogno di migrare, abbandonare la propria terra in cerca di un destino ignoto. Le giornate inaugurali proseguono con un programma denso di attività, tra visite guidate, letture portfolio, talk, proiezioni e concerti gratuiti. Inoltre, in anteprima assoluta, alle 21,30, verrà proiettata la puntata su Giulia Gatti della docu-serie «Le Fotografe» di Sky Arte, in Largo Pamieri.

© Riproduzione riservata
Calendario Mostre
Altri articoli di Redazione