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Opinioni

Di case, dischi e libri da riordinare

Lavorare in casa non è il peggio che ci potesse capitare

«San Girolamo nello studio» di Colantonio, Napoli, Museo di Capodimonte. Foto: Luciano Romano

Tre mesi vissuti in casa non pericolosamente per motivi di salute pubblica e propria: di questo si tratta alla fine della fiera (non si parla qui degli eroi delle trincee ospedaliere, usi a lamentarsi meno di noi, o della conta quotidiana dei morti che non si lamentano più). E alcuni osano persino protestare come se, per tradizione, il domicilio coatto non fosse da secoli il miraggio di chi eserciti il mestiere di scrivere o leggere.

L’ufficetto pieno di scartafacci e volumi dentro cui abita il san Gerolamo quattrocentesco di Colantonio del Museo di Capodimonte (e c’è pure il topino in angolo che rosica il pezzo di carta), non sarà stato granché diverso dallo studio, stipato all’inverosimile, di uno storico della cultura, fine storico d’arte, come Ezio Raimondi (i libri in disordine? Meglio! Vuol dire che li hai letti e rivisitati!).

Suvvia, lavorare in un perimetro confortevole non è il peggio che ci potesse capitare. Superata l’insofferenza, a vivere in casa ci si riappropria degli spazi, di una dimensione che appare rassicurante ma anche esplorativa. E se hai la fortuna di strimpellare uno strumento (efficace rimedio alla solitudine), ti ci rimetti provando a domare l’incostanza che ti ha impedito per tutta la vita di impararlo sul serio.

A casa si sta bene (ma non vale per tutti se, giunto a Napoli nel 1877, il toscano Renato Fucini nota che le ‘strade sono continuamente ingombre di uomini di somari e di mobili perché la vita è sulla via e sui balconi e tutti urlano”). La Casa è rifugio e memoria: e non facciamo che riscoprirlo mentre ci aggiriamo tra i nostri libri o cd. Che qualcuno, in questi giorni, ha deciso di mettere a posto.

Anche per i dischi - dagli Abba a Zappa a Lester Young - l’ordine alfabetico rimane il criterio migliore; le alternative - dal formato al colore delle copertine o dei dorsi - sono tutte molto creative e altrettanto confusionarie. Naturalmente un riordino è un’operazione critica di scavo: puoi riaprire un libro e scoprire quando e dove hai cominciato a leggerlo la prima volta (Tropico del Cancro? Stazione di Verona il 30 aprile del ’95…).

Oppure, che so, renderti conto che avevi messo mano all’Età dell’Innocenza, il più bello dei romanzi di serie B, solo dopo aver visto il film di Martin Scorsese…). Molti di quei libri sono crivellati di sottolineature: tracce di memoria che, alla fine, compongono un autoritratto (l’unico sincero).

E la Certosa di Parma nella smagliante traduzione di Gianni Celati? Stendhal più Celati: come a dire un capolavoro e mezzo! Mentre per le arti figurative, sono anni che hai smesso di inseguire le migliaia di mostre in giro (con relativa zavorratura di cataloghi, che hanno soppiantato le monografie).

Ma intanto spostiamo, riprendiamo, spolveriamo. Antropologia arte filosofia fotografia letteratura…: chi ha detto che le antiche ripartizioni non si trasformino in gabbie? Un riordinamento è migliore se solleciti accoppiamenti inusitati (metti, per dire, il Caravaggio di Roberto Longhi o Tristi tropici tra i grandi romanzi del ‘9oo). Ti puoi divertire ad allineare - dopo Flaubert, Fontane, Fogazzaro o il ramo d’oro di Fraser - la Psicopatologia della vita quotidiana di Freud (dove compare, a proposito di associazioni, anche il sangue di San Gennaro in relazione al mancato sopraggiungere del ciclo mestruale di una certa signora dopo un viaggio a Napoli).

Capiterà, se l’elenco non sia a posto, di imbattersi quasi a principio di scaffale nei Fratelli d’Italia di Arbasino (uscito nel ’63, e continuamente integrato): uno degli ultimi viaggi in Italia cui val la pena di accodarsi. Noi storici d’arte, che abbiamo disimparato a scrivere per paura che il lettore possa appassionarsi, siamo in debito con questo nipotino di Longhi (prima ancora che di Gadda). Passi per il distanziamento sociale; ma, per chi abbia la fortuna di rimanere a casa cinturato dai libri occorre il massimo riavvicinamento a certi titoli.

Il Meraviglioso, anzi sempre di Arbasino è uno dei più bei reportage degli anni ‘80 (i nostri lettori non avranno difficoltà a confrontarlo con l’ultimo libro di Anna Ottani Cavina e, per chi abbia buona memoria, con Il viaggiatore disincantato di Briganti). A rimanere a casa, insomma, le scoperte superano abbondantemente i massacri. Ma sia per l’uno sia per l’altro occorrono tempo e attenzione. Ci eravamo abituati a vivere nella corsia di sorpasso. Ora dobbiamo rimodularci sulla lumachina di Francesco del Cossa.

Stefano Causa, edizione online, 30 marzo 2020


  • Francessco del Cossa, particolare dell’Annunciazione (Pala dell’osservanza), 1470, Gemäldegalerie Dresda

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