Credevo fosse un leone... invece era una Chimera

LA LAGUNA RACCONTA | La «capricciosa» passione di Venezia per l’Oriente

Federica Spadotto |

«La realtà è perfetta soltanto nei ricordi o nella fantasia». Quante volte ho annuito sorridendo a questa frase, che racchiude in poche parole un meccanismo per me abituale ed efficace come una medicina. Ripercorrere il passato o immaginare il futuro «depurato» da esperienze o dettagli sgradevoli rendendo più belle, più gentili o più affascinanti le persone che ho incontrato mi permette di riscrivere o immaginare la vita esattamente come l’avrei desiderata.

Mi chiedo se questa vocazione visionaria sia all’origine del mio amore per la pittura antica, spesso dedita a sublimare la realtà cristallizzandola nella bellezza. Talvolta si abbandona alla fantasia con licenze poetiche funamboliche, come accade nel capriccio («nomina sunt consequentia rerum!»), genere pittorico assai in voga nella prima metà del XVIII secolo, in cui la tela diveniva territorio per sviluppare il canovaccio di un sogno misto d’invenzione e rottami antichi.

L’artista, libero da qualsiasi vincolo di verosimiglianza, s’ingegnava a costruire un mondo immaginario, scegliendo di volta in volta una quinta cittadina o campestre. Nel caso di Venezia i cosiddetti porti di mare rappresentano il serbatoio tematico di maggior fascinorispetto a tale genere pittorico poiché traghettavano nell’invenzione un’importanza mercantile e strategica fondamentale legata alla Serenissima e allo stesso tempo nutrivano la fantasia dei suoi cittadini che, passeggiando lungo il molo, vedevano ogni giorno un orizzonte sconfinato, chiedendosi quali tesori racchiudesse, quanti territori sconosciuti lambissero quelle acque dove s’immergeva il sole al tramonto per ricomparire la mattina seguente.

Sulla scorta di queste suggestioni presero forma i dipinti cui accennavamo poco sopra, uno dei quali in particolare «squaderna» tutto ciò che l’immaginario del tempo aveva costruito. Si deve al genio di Luca Carlevarijs (Udine 1663-Venezia 1730) l’averlo formalizzato con la sapienza di un narratore che sa farsi poeta, prendendoci per mano per accoglierci nel suo «Capriccio portuale con città fortificata e resti classici».

Entro un ampio orizzonte solcato da grandi imbarcazioni, in cui campeggia una torre medievale accompagnata da contrafforti ed edifici di gusto nordico, un gran numero di macchiette percorre il molo, da cui partono barcolami dalle svariate fogge. Ciò che domina l’immaginifico palcoscenico che si dispiega dinnanzi agli occhi dello spettatore è tuttavia la coppia di figure in primo piano, al centro della composizione, intente a discutere sulla banchina. Sono mercanti, avventurieri, esploratori?

Uno arriva dall’Oriente e sfoggia un turbante variopinto; l’altro indossa abiti alla tedesca. Sul lato destro, immancabile, compare la sagoma di un grande veliero, con le cime che paiono tessere una ragnatela, intersecandosi con le colonne di una loggia classica invasa dalle sterpaglie. I toni pastello del cielo, le morbide increspature delle onde, in cui l’azzurro si alterna alla biacca attraverso un ritmo che sa di placida melodia, ci fanno dimenticare la concitata umanità sul margine opposto della tela, da cui giunge una scialuppa con baldacchino che mai avevo incontrato nell’iconografia veneziana, a sigillo di una piattaforma culturale ricchissima di suggestioni plasmate, forgiate, reinventate da una fantasia sorprendente, a tratti machiavellica.

A governarla, l’imperativo della bellezza, che, sprezzante di ogni logica, opportunità e addirittura decoro, fa convivere in una felice sintesi sacro e profano, mondo classico e contemporaneità, Oriente e Occidente, come accade per i celebri cavalli di San Marco, simbolo dell’omonima basilica.

Realizzati molto prima dell’avvento di Cristo, vedono l’originaria ubicazione nell’ippodromo eretto oltremare da Costantino (IV sec. a.C), per giungere a Venezia come bottino di guerra nel XIII secolo. Qui, in pieno Medioevo, vennero collocati sopra il portale d’ingresso per divenire veri e propri simboli della città, incastonati nel suo edificio più rappresentativo, sfavillante, guarda caso, di mosaici bizantini.

Non rappresentano, tuttavia, le uniche opere d’arte «esotiche» del luogo; anche le colonne delimitanti la piazzetta hanno molto da raccontarci in tal senso. A partire dalla loro origine, bottino di guerra da Costantinopoli, e dalla statua di San Todaro, guerriero bizantino e primo protettore di Venezia, posto sull’omonima colonna. Dirimpetto, ad equilibrare l’ingombrante presenza dell’Oriente, parrebbe invece giungere l’emblema del popolo veneto, quel leone di San Marco ancora oggi protagonista di bandiere e souvenirdi ogni genere. Ebbene, anche il felino alato con aureola, protagonista del grande telero di Vittore Carpaccio (1509), non è quello che sembra, ma deve la propria «facies» a una chimera bronzea cui furono aggiunte le ali.

Da tali testimonianze è lecito supporre che il fascino ammaliatore dell’Oriente abbia perpetrato all’arte veneziana una sorta d’incantesimo da cui è impossibile sottrarsi, ammaliando gli artisti di ogni tempo, come testimoniano i mori di Paolo Veronese (Verona, 1528-Venezia, 1588) e la nutrita rappresentanza di macchiette settecentesche adorne di tuniche e turbante, protagoniste, a loro volta, dei «quadri turcheschi» confezionati dai fratelli Guardi, sino alle «teste» di mercanti orientali molto in voga al crepuscolo della Repubblica.

Questa straordinaria magia perdura tutt’oggi e non riguarda soltanto i figli del leone, come si legge in un recente romanzo (2000) di Cornelia Funke, Il re dei ladri, ambientato a Venezia, dove gli ingredienti del citato incantesimo si declinano nel dialogo tra i giovanissimi protagonisti.

Mastodontici destrieri dorati, scalpitanti, i musi protesi nell’atto di nitrire. Ogni volta Bo si meravigliava che non fossero ancora saltati giù, tanto sembravano veri.
«Sono furiosi»
«Chi?»
«I cavalli dorati».
«Furiosi. E perché?»
«Perché li hanno rubati e portati qui».

Per il ragazzino con gli occhi fissi sulle sculture bronzee un giorno o l’altro quei cavalli sarebbero scesi dalla Basilica per impadronirsi, insieme al leone, della piazza e vendicarsi del furto. Non sappiamo se il destino li avrebbe condotti in Oriente o la loro scomparsa avrebbe infranto la magia della città… lascio alla vostra fantasia concludere la storia.

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